martedì 22 luglio 2014

Chirotonia Presbiterale




Domenica 20 Luglio

nella Cattedrale di Nostra Signora del Rosario

il Diacono Giorgio Palamaris

dell'Arcidiocesi Cattolica Greca di Naxos - Tinos- Andros e Mykonos

ha ricevuto la Chirotonia Presbiterale

per imposizione delle mani di S. E. Rev. Arcivescovo Nikolaos Printesis. 

Al neo-Presbitero alunno del nostro Pontificio Collegio Greco, e carissimo amico,

 vanno i nostri migliori auguri. Axios


articolo su: www.tiniaki.gr

sabato 28 giugno 2014

La festa dei santi Pietro e Paolo nella tradizione bizantina



…essi sono le ali della conoscenza di Dio… le braccia della croce…


La festa degli apostoli Pietro e Paolo il giorno 29 giugno è celebrata in tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente, e in alcune delle tradizioni orientali come quella bizantina è preceduta da un periodo di digiuno (quaresima) con una durata variabile in quanto essa inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i Santi, che è quella successiva alla domenica di Pentecoste. Collegata ancora alla presente festa dei due apostoli troviamo nella tradizione bizantina il giorno seguente la celebrazione (sinassi) dei Dodici Apostoli, discepoli del Signore, testimoni della sua Risurrezione, predicatori del suo Vangelo nel mondo intero. L’iconografia di Pietro e Paolo ci tramanda l’abbraccio fraterno tra i due apostoli; oppure l’icona di Pietro e Paolo che sorreggono l’edificio della Chiesa. Inoltre i tratti iconografici dell’uno e dell’altro sono quelli che troviamo già nella tradizione iconografica e musiva più antica di Oriente e di Occidente, tramandata fino a noi: Pietro con cappelli ricci, fronte bassa e barba corta arrotondata; Paolo invece, fronte alta, calvo e barba lunga e liscia. Questa fedeltà iconografica nei tratti del volto di ambedue ci permette di riconoscere la presenza di Pietro e di Paolo nell’icona della Pentecoste, nell’icona della Dormizione della Madre di Dio ed anche nell’icona della comunione degli Apostoli dove Cristo da una parte dell’icona dà il suo Corpo a Pietro e ad altri cinque apostoli, e dall’altra parte dell’icona Cristo che porge il calice con il suo Sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone hanno una chiara simbologia ecclesiologica e sacramentaria e, quindi, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa. L’ufficiatura vespertina del 29 giugno nei tropari celebra e loda ambedue gli apostoli insieme. Essi vengono inneggiati come “primi tra i divini araldi”, “bocche della spada dello Spirito”. I testi liturgici sottolineano chiaramente che Pietro e Paolo sono gli strumenti dell’opera di salvezza che Cristo stesso porta a termine: “Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innal­za­te sino al cielo; sono le mani del vangelo della gra­zia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapien­za, le braccia della croce…”. Per tutti e due gli apostoli, il martirio è la meta per raggiungere Cristo stesso: “L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore”. Pietro viene invocato anche come “sincero amico di Cristo Dio nostro”, e Paolo come “araldo della fede e maestro della terra”. L’innografia bizantina, come d’altronde anche quella di tradizione latina per la festa dei due santi apostoli, collega Pietro e Paolo alla città di Roma dove cui resero la testimonianza fino al martirio: “stupendi ornamenti di Roma…”, “per loro anche Roma si rallegra in coro…”; “o Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insie­me da Roma per confermarci”. I tropari del cànone del mattutino invece, attribuito a Giovanni monaco, alternano lungo le nove odi dei testi e dell’uno e dell’altro dei due apostoli inneggiati separatamente. Pietro viene celebrato come “protos” il primo nel suo ruolo nella Chiesa: “primo chiamato da Cristo”, “capo della Chiesa e grande vescovo”. Pietro è anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: “Sulla pietra della tua teologia, il Sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa”. Pietro, pescatore, viene paragonato al mercante in ricerca di perle preziose: “Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo”. La Pasqua di Cristo diventa per Pietro da una parte la manifestazione del Risorto e dall’altra il risanamento dalla sua triplice negazione: “A te che eri stato chiamato per primo e che inten­samente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepol­cro… Per cancellare il triplice rinnegamento il Sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina”. Paolo invece, sempre nel cànone dell’ufficiatura mattutina, viene presentato nel suo ruolo di predicatore e maestro, chiamato a portare davanti alle genti il nome di Cristo: “tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore”. Per Paolo, il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: “Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradia­zio­ne, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio”. Paolo ancora svolge verso la Chiesa il ruolo del paraninfo che la presenta come sposa allo sposo che è Cristo: “Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teòforo; per questo, com’è suo dove­re, essa onora la tua memoria”. Il vespro prevede tre letture prese dalla prima lettera cattolica di Pietro (1Pt 1,3-9; 1,13-19; 2,11-24). Per quanto riguarda le altre letture bibliche, l’ufficiatura del mattutino riporta la pericope evangelica di Gv 21,14-25, mentre nella Divina Liturgia si leggono 2Cor 11,21-12,9, e Mt 16,13-19. La tradizione bizantina chiama Pietro e Paolo “i primi corifei” (coloro che occupano il primo posto, la dignità più alta) e anche “i primi nella dignità” (protòthroni). Questo loro primo posto e dignità continua nella Chiesa nel loro “intercedere presso il Sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia”.

P. Manuel Nin rettore Pontificio Collegio Greco

Απολυτίκιον Αγίων Αποστόλων Πέτρου και Παύλου

  
Ο τν ποστόλων πρωτόθρονοι, κα τς Οκουμένης διδάσκαλοι, τ Δεσπότ τν λων πρεσβεύσατε, ερήνην τ οκουμέν δωρήσασθαι, κα τας ψυχας μν τ μέγα λεος.



Voi che tra gli Apostoli occupate il primo trono, voi maestri di tutta la terra, intercedete presso il Sovrano dell'universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia.




lunedì 23 giugno 2014

…uomo quanto alla natura, angelo quanto alla vita…



Nascita di San Giovanni Battista, Livorno s. XVIII

La nascita di San Giovanni Battista nella tradizione bizantina

La figura del “profeta e precursore” (prodromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica bizantina. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa si celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Ancora per tre volte del Battista ne celebriamo il ritrovamento delle reliquie (la testa), ed infine ogni martedì la liturgia lo commemora in modo speciale. Nell’anafora di Giovanni Crisostomo il Battista è commemorato, dopo l’epiclesi, in seguito alla Madre di Dio, e nella preghiera conclusiva delle ufficiature bizantine viene sempre ricordato appunto dopo Maria e gli angeli. Le tre celebrazioni indicate (concezione, nascita e morte) mettono il Battista come in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio, e questo fatto si riflette anche nell’iconografia: la Deisis, l’icona dei due grandi intercessori, Maria e Giovanni, presso Cristo rappresentato come il Re assiso nel trono di gloria, avendo a sua destra la Regina vestita con un manto d’oro variopinto (salmo 44), a sua sinistra il Precursore, l’angelo che gli prepara il cammino e che lo annuncia e lo indica come l’Agnello di Dio. A livello iconografico ancora, le icone della nascita del Battista, della nascita della Madre di Dio e della nascita di Cristo sono molto simili in quanto alla tematica ed alla distribuzione dell’insieme dei diversi personaggi. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno, Andrea di Creta, e la monaca Cassianì (IX sec.), che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I testi liturgici del 24 giugno sottolineano come la nascita di Giovanni Battista inizia l’annuncio della salvezza che arriverà con la nascita di Cristo e che oggi pone fine al mutismo di Zaccaria suo padre: Giovanni, nascendo, rompe il silenzio di Zaccaria, perché non conveniva che il padre tacesse, alla nascita della voce… Oggi la voce del Verbo, scioglie la voce paterna… I titoli dati a Giovanni vengono sempre collegati a Cristo stesso: lampada della Luce, raggio che manifesta il Sole, messaggero del Dio Verbo, paraninfo dello Sposo… Diverse volte i testi liturgici lo chiamano ottimo figlio e cittadino del deserto, e sarà la tradizione monastica di Oriente e di Occidente che avrà sempre una grande stima per il Battista nella sua dimensione di solitudine e di ascesi nel deserto. Ancora in diversi dei testi la liturgia presenterà Giovanni servendosi di immagini per via di contrasto: germoglio della sterile… alba che precorre il sole. La fine della sterilità di Elisabetta è presentata come tipo e preannuncio della fecondità della Chiesa; quella partorirà il Battista, questa partorisce dei figli nel battesimo. Il ruolo che i testi danno a Giovanni è quello di intercessore presso Cristo, e di esserne la voce che lo annuncia, l’angelo che lo precede e ne prepara la strada; per questo fatto anche l’iconografia del Battista molto spesso ce lo presenta con le ali dell’angelo. Lui è l’angelo, il soldato che precede il Re, come lo canta Cassianì all’ufficiatura vespertina della festa: Costui dunque, precedendo come soldato il Re celeste, realmente fa retti i sentieri del nostro Dio, uomo per natura, ma angelo quanto alla vita; abbrac­ciata infatti la castità perfetta e la temperanza, egli possedeva ciò che è secondo natura… Diversi dei tropari mettono in parallelo, con uno scopo chiaramente cristologico, la nascita del Battista e la nascita di Cristo, nascita della voce e nascita del Verbo, nascita da una sterile e nascita da una Vergine; quella del Battista non avviene senza concorso d’uomo, mentre che quella di Cristo avviene dalla Vergine senza concorso umano: Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesú, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Tre letture dell’AT vengono proposte al vespro: Genesi 17.18.21 (annuncio e nascita di Isacco); Giudici 13 (annuncio e nascita di Sansone); Isaia 40 (messaggio di consolazione e fine della sterilità del popolo). Come accennavamo all’inizio, l’icona della festa riprende la stessa distribuzione di quella della nascita della Madre di Dio, e con molte somiglianze anche quella della nascita di Cristo. Nella parte superiore dell’icona, Elisabetta è sdraiata sul letto, dopo aver partorito il bambino, nella stessa disposizione di Anna nell’icona della nascita di Maria, e di costei nell’icona della nascita di Cristo. Le tre donne nelle tre icone sono simbolo della fecondità della Chiesa per mezzo del battesimo. Nell’angolo inferiore dell’icona vediamo diverse donne che lavano il neonato, scena che troviamo anche nelle due icone della nascita di Maria e di Cristo. In tutte e tre le icone il neonato viene lavato in un catino, con una simbologia chiaramente legata al battesimo. In un angolo dell’icona Zaccaria che scrive su una tavoletta il nome del neonato: Giovanni. Anche Gioacchino e Giuseppe occupano un angolo delle altre due icone delle nascite di Maria e di Cristo, il primo in un atteggiamento di contemplazione del misteri, il secondo rappresentando in se stesso il dubbio dell’umanità di fronte al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio. Profeta di Dio e precursore della grazia… Colui che annuncia la salvezza, che precede il dono della grazia, lo celebriamo oggi nel mistero della sua nascita da una coppia di anziani, avanti negli anni, ma resi fecondi dalla grazia dello Spirito che dalla vecchiaia e dalla sterilità fa fruttificare la vera gioia.


P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco



Απολυτίκιον Γενεθλίου του Προδρόμου


domenica 8 giugno 2014

Il dono dello Spirito Santo nell’ufficiatura della Pentecoste




Effonderò la generosa grazia dello Spiri­to…
           

Molto spesso nelle liturgie orientali ci troviamo col fatto che i testi liturgici diventano un commento ai cicli iconografici delle chiese, e viceversa le icone sono l’espressione grafica e visiva di quei testi liturgici. Negli anni 70’ del XX secolo l’iconografo P. Michel Berger, allora ufficiale della Congregazione per le Chiese Orientali, dipingeva l’abside della cappella di San Benedetto nel Pontificio Collegio Greco di Roma, a richiesta dell'allora rettore P. Olivier Raquez; e si ispirava nell’affresco dell'abside che si trova nella chiesa greca di Santo Stefano di Soleto nella Terra d’Otranto, risalente alla fine XIV secolo. In esso vediamo riprodotta nella parte superiore la Santa Trinità in forma antropomorfica, nella missione dello Spirito Santo, rappresentazione che a sua volta riprende tutta la pneumatologia dei padri Cappadoci, specialmente San Basilio. Sotto la rappresentazione trinitaria vediamo due angeli che incensano portando due ceri in mano, ed immediatamente sotto vediamo la rappresentazione della Madre di Dio orante e gli apostoli il giorno della Pentecoste. Due dei tropari del mattutino nell’ufficiatura bizantina della Pentecoste, cantati prima dei salmi di lode 148-150, diventano un bel commento all’iconografia sopra accennata, e a sua volta l’icona stessa diventa l’immagine grafica dei due tropari, soprattutto il primo collegato con l’immagine trinitaria dipinta nell’abside: “O Spirito Santissimo che procedi dal Padre e tramite il Figlio ti sei fatto presente nei discepoli illetterati, salva quanti ti riconoscono come Dio e santifica tutti”. Il secondo dei tropari illustra la lode della Chiesa alla Santa Trinità –la Madre di Dio orante e gli apostoli nell’icona sopra accennata: “Luce è il Padre, luce il Verbo, luce il santo Spirito, che è stato mandato sugli apostoli in lingue di fuoco: grazie a lui tutto il mondo è illuminato per render culto alla Trinità Santa”. Il dono dello Spirito Santo è visto come colui che porta la Chiesa ed ognuno dei cristiani alla lode e la confessione della Santa Trinità.
            Diversi dei tropari dell'’ufficiatura bizantina contemplano la Madre di Dio nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio il quale, dopo la sua ascensione in cielo e seduto alla destra del Padre, manderà sulla Chiesa il dono dello Spirito Santo: “Senza sperimentare corruzione hai concepito, e hai prestato la carne al Verbo, Artefice dell’universo, o Madre ignara d’uomo, o Vergine Madre-di-Dio, ricet­tacolo di Colui che non può esser contenuto, dimora del tuo immenso Creatore: noi ti magnifichiamo… È giusto cantare la Vergine che genera; essa sola infatti ha portato, celato nelle proprie vi­scere, il Verbo che guarisce la natura inferma dei mortali, e che ora, assiso alla de­stra pater­na, ha mandato la grazia dello Spirito”. Il testo si serve di un linguaggio cristologico quasi audace (“hai prestato la carne…”) per parlare dell'incarnazione del Verbo.
            Il Cristo inoltre promette lo Spirito Santo ai discepoli; per questo parecchi dei testi della liturgia bizantina sottolineano il legame stretto tra Ascensione e Pentecoste: “Disse l’augusta e venerabile bocca: Non soffrirete per la mia assenza, voi, miei amici: assiso infatti insieme al Padre sull’eccelso trono, effonderò la generosa grazia dello Spiri­to, perché risplenda su quanti la deside­ra­no… Legge immutabile, il Verbo veracissimo, dona tranquillità ai cuori: portata infatti a compi­mento la sua opera, rallegra gli amici, il Cristo, elargendo lo Spirito come aveva promes­so, con vento impetuoso e lingue di fuoco”. La Pentecoste è cantata come il momento salvifico contrapposto alla dispersione di Babele: “La potenza del divino Spirito, col suo avvento ha divinamente composto in un’unica armonia il linguag­gio che un tempo era divenuto molteplice in coloro che si erano uniti per uno scopo malvagio; essa ha ammaestrato i credenti nella scienza della Trinità , dalla quale siamo stati rafforzati”.
            La Pentecoste è anche celebrata come un momento battesimale. In primo luogo in quanto il dono dello Spirito è illuminazione per gli apostoli e per tutti i cristiani: “Incomprensibile è la Tearchia suprema: essa ha reso eloquenti gli illetterati, che con una sola loro parola fanno tacere gli oracoli del­l’er­rore, e con la folgore dello Spirito sottrag­gono popoli innumerevoli alla notte profonda… È l’eterno splendore dall’immane potere illuminante procedente dalla Luce ingenita, quello che ora, mediante il Figlio, dall’essen­za del Padre, manifesta con fragore di fuoco il proprio connatu­rale fulgore alle genti raccolte in Sion”. Il costato trafitto di Cristo diventa allora un battesimo ed un dono dello Spirito Santo: “Mescolando alla parola il divino lavacro di rigenera-zione per la mia natura composi­ta, tu lo riversi su di me come fiume inondante dal tuo immaco­lato fianco trafit­to, o Verbo di Dio, conferman­dolo con l’ardore dello Spiri­to”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

sabato 7 giugno 2014

Domenica di Pentecoste



“La festa della discesa del Santo Spirito”. Pronuncio queste parole che conosco sin dalla mia infanzia e mentre le pronuncio mi colpiscono come se le sentissi per la prima volta. Sì, sin dal tempo in cui ero bambino ho saputo che 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua, i Cristiani, da tempi immemorabili, celebravano e continuano a celebrare la discesa del Santo Spirito durante una festa conosciuta col suo nome ecclesiale come Pentecoste o, più comunemente, come “Trinità”, il giorno della Trinità.
Da secoli, per preparare questa Festa, le chiese venivano pulite ed ornate con fronde verdi e rami, e si spargeva dell’erba per terra… Il giorno della festa, al momento del Vespro solenne, i fedeli stavano in chiesa con dei fiori in mano. Queste abitudini spiegano come la festa della Pentecoste è entrata nella coscienza popolare e nella letteratura russa come un tipo di celebrazione radiante, brillante come il sole, la festa della fioritura, un gioioso incontro tra gli umani ed il mondo di Dio in tutta la sua bellezza e la sua grazia.
Tutte le religioni, comprese le più antiche e primitive, avevano una festa per la fioritura, una festa per celebrare la prima comparsa di germogli, di piante, di frutta. Nell’antico giudaismo, era la festa di Pentecoste. Se nella religione del Vecchio Testamento, la Pasqua celebrava la risurrezione del mondo e della natura in primavera, allora la Pentecoste ebraica era la festa del passaggio della primavera verso l’estate, celebrando la vittoria del sole e della luce, la festa della pienezza cosmica. Ma nell’Antico Testamento, una festa comune a tutte le società umane acquisisce un nuovo significato: diventa la commemorazione annuale della salita di Mosè sul monte Sinai, dove in un indicibile incontro mistico, Dio rivela se stesso, entrando in un’Alleanza, dando i Comandamenti, e promettendo la Salvezza. In altri termini, la religione cessò di essere semplicemente naturale, e diventa allora l’inizio della storia: Dio aveva rivelato la Sua Legge, i Suoi Comandamenti, il Suo piano per l’umanità, ed aveva mostrato il cammino. La primavera, l’estate, il ciclo naturale eterno, diventò un segno ed un simbolo non soltanto della natura, ma del destino spirituale dell’uomo, e il comandamento di crescere nella pienezza della conoscenza, vita e pienezza perfetta… infine, nell’ultima fase del Vecchio Testamento, con l’insegnamento e la visione dei profeti, questa festa divenne una celebrazione diretta verso l’avvenire, verso la vittoria finale di Dio nella Sua Creazione. Ecco come il profeta Gioele ne parla: Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati”(Gioele 3, 1-5).
È così che la festa ebraica della Pentecoste è una festa della natura e del cosmo, una festa della storia vista come rivelazione della volontà di Dio per il mondo e gli uomini, una festa del trionfo futuro, della vittoria di Dio sul male e della venuta del grande ed ultimo “Giorno del Signore”. Occorre tenere tutto questo a mente per comprendere come i primi Cristiani hanno sperimentato, compreso e celebrato la loro festa di Pentecoste, e perché è diventata una delle più importanti celebrazioni cristiane.
Il Libro degli Atti degli Apostoli, dedicato a narrare la storia dei primi Cristiani e della diffusione iniziale del Cristianesimo, comincia precisamente con il giorno della Pentecoste, descrivendo ciò che si verificò 50 giorni dopo la Risurrezione di Cristo, e 10 giorni dopo la Sua Ascensione al Cielo. Appena prima della Sua Ascensione, Cristo aveva detto ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me” (Atti 1, 4). Così 10 giorni dopo, secondo il racconto di san Luca: “E quando il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi […] E tutti stupivano ed eran perplessi dicendosi l’uno all’altro: Che vuol esser questo? Ma altri, beffandosi, dicevano: Son pieni di vin dolce” (Atti 2, 1-4; 12-13).
A quelli che assistevano alla scena, ed erano rimasti scettici, l’Apostolo Pietro spiegò il significato dell’evento utilizzando le parole del profeta Gioele citate più su. Dice: “Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: ‘E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne’ ” (Atti 2, 16-17).
Di conseguenza, per il Cristiano, la festa della Pentecoste è il completamento di tutto ciò che Cristo ha compiuto. Cristo ha insegnato a proposito del Regno di Dio, ed ecco, ora è aperto! Cristo ha promesso che lo Spirito di Dio avrebbe rivelato la verità, e anche questo, si è compiuto. Il mondo, la storia, la vita, il tempo, tutti sono illuminati dalla luce finale, trascendente, tutti sono riempiti del significato ultimo. L’ultimo e grande giorno del Signore è cominciato!

Protopresbitero Alexander Schmemann


APOLITIKION

Εὐλογητὸς εἶ, Χριστὲ ὁ Θεὸς ἡμῶν, ὁ πανσόφους τοὺς ἁλιεῖς ἀναδείξας, καταπέμψας αὐτοῖς τὸ Πνεῦμα τὸ ἅγιον, καὶ δι' αὐτῶν τὴν οἰκουμένην σαγηνεύσας, φιλάνθρωπε, δόξα σοι.


Benedetto sei Tu, o Cristo Dio nostro, che hai mostrato sapienti i pescatori per aver mandato lo Spirito Santo, e per mezzo di essi hai preso nelle reti il mondo; o amico degli uomini, gloria a te.




mercoledì 28 maggio 2014

L’Ascensione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.




Tu che per me come me ti sei fatto povero…

          La festa dell’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L'icona della festa riprende due testi del Nuovo Testamento: Lc 24,50-53: Poi il Signore condusse i discepoli fuori e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... Si tratta senz’altro dell'icona dell'Ascensione del Signore, ma anche l’icona della sua seconda venuta. L'immagine è divisa in due parti ben distinte: quella superiore dove si vede Cristo assiso su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore l’icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui c’è Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti. L'icona dell'Ascensione –e la stessa festa dell'Ascensione come vedremo nei testi liturgici- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli. Quindi dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo Signore presiede la sua Chiesa - nell'icona questo è molto evidente; Lui dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L'atteggiamento di Maria nell’icona è sempre lo stesso: la preghiera. Lei no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell'Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa per ricordarle la necessità della veglia, dell'’attesa, della preghiera. Icona dell'Ascensione di Cristo, ma anche l'icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo: nell’icona su potrebbe anche legere una croce formata dall’asse verticale da Cristo a Maria, e l’asse orizzontale che percorre le teste degli angeli in bianche vesti e gli apostoli stessi; icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.
          L’icona dell'Ascensione e i testi dell'ufficiatura della festa sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l’umanità da noi assunta: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini…”.
          L’Ascensione del Signore nei testi della liturgia della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo. L’icona della festa della Pentecoste infatti riprenderà quasi uguale la parte inferiore dell'icona dell'Ascensione: in ambedue vediamo la Madre di Dio e gli apostoli in atteggiamento di preghiera contemplando il Cristo ascendente; la Madre di Dio e gli apostoli, la Chiesa stessa in atteggiamento di preghiere per ricevere il dono dello Spirito Santo: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall'eternità, nel suo seno dimora… Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre…”.
          Tutta l’economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, viene riassunto in uno dei tropari del vespro, che lo presenta con l’immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.
          Uno dei tropari dell'ufficiatura del vespro canta l’ascensione del Signore servendosi del salmo 23 nella sua forma dialogica, così come lo troviamo anche nella stessa notte di Pasqua nella liturgia bizantina: “Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l'un l'altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre”.
          Icona e festa dell'Ascensione del Signore; icona e festa della sua seconda  venuta. Diversi dei testi del mattutino della festa sottolineano questo doppio aspetto, commentando quasi iconograficamente l’uno e l’altro: “Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube… Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l'ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo Giudice…”. Il tropario della festa raccoglie i diversi aspetti della festa stessa: “Sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, rallegrando i discepoli con la promessa del Santo Spirito: essi rimasero confermati dalla tua benedizione, perché tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.




APOLITIKION

νελήφθης ν δόξ, Χριστ Θες μν, χαροποιήσας τος Μαθητάς, τ παγγελί το γίου Πνεύματος· βεβαιωθέντων ατν δι τς ελογίας, τι σ ε Υός το Θεο, λυτρωτς το κόσμου.


Ascendesti nella gloria, o Cristo Dio nostro, e rallegrasti i discepoli con la promessa del Santo Spirito, essendo essi confermati per la tua benedizione, che tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo.





domenica 25 maggio 2014

Francesco: “Sono disponibile a discutere il primato petrino



Al Santo Sepolcro Francesco incontra il patriarca Bartolomeo I ed esorta tutte le confessioni cristiane a “camminare insieme verso la piena comunione”

Papa Bergoglio esprime la volontà di discutere sul primato petrino. "Tra le Chiese restano le divisioni anche  dopo gli abbracci I cristiani sono perseguitati, esiste l'ecumenismo della sofferenza. Come la pietra del Sepolcro, dobbiamo rimuovere gli ostacoli tra i cristiani". Francesco e Bartolomeo I si sono abbracciati nello stesso luogo, a 50 anni dallo storico abbraccio tra Paolo VI e Atenagora I. Dopo il pranzo con i poveri nel pensionato «Casanova», papa Francesco ha incontrato nella Delegazione Apostolica di Gerusalemme il patriarca ecumenico di Costantinopoli.
 All'importante appuntamento hanno preso parte anche il segretario di Stato Pietro Parolin e il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei Cristiani, cardinale Kurt Koch. Dopo lo scambio dei doni e il momento di incontro privato, il Papa e il Patriarca ecumenico hanno firmato una Dichiarazione congiunta.  Quello di oggi, hanno affermato in una dichiarazione congiunta, «è stato un nuovo, necessario passo sul cammino verso l'unità». E se «l'abbraccio scambiato tra Papa Paolo VI ed il Patriarca Atenagora dopo molti secoli di silenzio prepara la strada ad un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054», il nuovo abbraccio è servito a «ribadire - spiegano i due capi religiosi - il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l'unità». «Aneliamo - dichiarano insieme Papa e Patriarca - al giorno in cui finalmente parteciperemo insieme al banchetto eucaristico». «Un obiettivo verso cui orientiamo le nostre speranze, manifesteremo davanti al mondo l'amore di Dio e, in tal modo, saremo riconosciuti come veri discepoli di Gesù Cristo». 
 All'inizio, arrivando al Santo Sepolcro da due porte diverse del sagrato, i due capi religiosi hanno scambiato un nuovo abbraccio a beneficio dei fotografi e delle tv. Francesco cede il passo a Bartolomeo nell’entrata al Santo Sepolcro. Con tenerezza si sono poi presi per mano (il Papa ha detto in italiano al patriarca, «attenzione a non scivolare sulle pietre») e hanno varcato insieme l'ingresso della Basilica. Insieme hanno poi venerato la «Pietra dell'unzione», chinandosi a capo scoperto per baciarla (e Francesco è stato poi aiutato dal cerimoniere Guido Marini a rialzarsi). «Desidero rinnovare l'auspicio già espresso dai miei Predecessori, di mantenere un dialogo con tutti i fratelli in Cristo per trovare una forma di esercizio del ministero proprio del Vescovo di Roma che, in conformità con la sua missione, si apra ad una situazione nuova e possa essere, nel contesto attuale, un servizio di amore e di comunione riconosciuto da tutti», evidenzia papa Bergoglio.

 «Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi. Sarà una grazia di risurrezione, che possiamo già oggi pregustare», afferma Francesco. «Quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, gli uni accanto agli altri, e a prestarsi gli uni gli altri aiuto con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, si realizza l'ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa», aggiunge Francesco. Che a braccio specifica: «Quelli che uccidono i cristiani in odio alla fede non si domandano se si tratta di cattolici e ortodossi. Uccidono e versano sangue cristiano»

Rivolgendosi al patriarca Bartolomeo, il Pontefice ha raccomandato: «Santità, amato Fratello, carissimi fratelli tutti, mettiamo da parte le esitazioni che abbiamo ereditato dal passato e apriamo il nostro cuore all'azione dello Spirito Santo, lo Spirito dell'Amore e della Verità, per camminare insieme spediti verso il giorno benedetto della nostra ritrovata piena comunione». Infatti «non possiamo negare le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù: questo sacro luogo ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma». Per Francesco, dunque, «resta da percorrere ancora altra strada per raggiungere quella pienezza di comunione che possa esprimersi anche nella condivisione della stessa mensa eucaristica, che ardentemente desideriamo». «Ma le divergenze - incoraggia il Papa - non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi». «Sarà - invece - una grazia di risurrezione, che possiamo già oggi pregustare». «Ogni volta che chiediamo perdono gli uni agli altri per i peccati commessi nei confronti di altri cristiani e ogni volta che abbiamo il coraggio di concedere e di ricevere questo perdono, noi - assicura - facciamo esperienza della risurrezione! Ogni volta che, superati antichi pregiudizi, abbiamo il coraggio di promuovere nuovi rapporti fraterni, noi confessiamo che Cristo è davvero Risorto! Ogni volta che pensiamo il futuro della Chiesa a partire dalla sua vocazione all'unità, brilla la luce del mattino di Pasqua!».
Il Papa ha concluso a braccio: "Quando la disunione ci fa pessimisti, poco coraggiosi, dobbiamo ricordarci che siamo tutti sotto il manto della Santa Madre di Dio. Soltanto sotto il suo manto troveremo la pace. Che Lei ci aiuti a proseguire in questo cammino".
Una volta conclusi i discorsi i due capi religiosi hanno pregato insieme, per la prima volta in pubblico, il Padre Nostro.

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sabato 24 maggio 2014




PELLEGRINAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN TERRA SANTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELL’INCONTRO A GERUSALEMME
TRA PAPA PAOLO VI E IL PATRIARCA ATENAGORA
24-26 MAGGIO 2014


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