domenica 1 febbraio 2015

La festa dell’Ingresso del Signore nel tempio negli inni di Efrem il Siro




Oggi Simeone raccoglie il frutto dell’albero della vita


Efrem il Siro canta la pericope evangelica della presentazione di Gesù nel tempio di Lc 2,22ss in alcuni dei suoi inni della raccolta sulla Natività di Cristo. Ci soffermiamo in due inni di questa collezione, il XXV ed il VI. Nel primo il poeta teologo canta la Chiesa come luogo dell’adunanza dei fedeli per la celebrazione del mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio.Lungo tutto il poema Efrem mette in parallelo Maria e la Chiesa; quanto è prefigurato e profetizzato dell’una avviene anche nella vita dell’altra. Tutte le strofe del poema iniziano con la frase: “Beata sei tu, o Chiesa…”, e nelle due prime troviamo quasi una presentazione della situazione liturgico architettonico della celebrazione: “Beata sei tu, o Chiesa, poiché risuona in te la grande festa, la solennità del Re… Beate le tue porte, aperte ma non piene; i tuoi atri, spaziosi ma non sufficienti alla folla… Beata sei tu, o Chiesa, poiché nelle tue solennità i vigilanti gioiscono in mezzo alle tue feste… per tutta la notte i vigilanti danno gloria… Beati i tuoi canti, seminati, mietuti e raccolti nei granai del cielo. La tua bocca è un incensiere e i tuoi canti aromi esalanti nelle solennità”. L’accenno ai vigilanti nel contesto del vangelo di Luca è riferito ai pastori senz’altro, ma anche ai cristiani veglianti nella preghiera.
            La profezia di Is 7,14, Efrem la applica a Maria nella concezione del Verbo di Dio nel suo grembo, e anche alla Chiesa in cui avviene pienamente anche il significato salvifico del nome “Emmanuel” –Dio è con noi. Cristo concepito nel grembo di Maria, e concepito anche nel cuore della Chiesa; i fedeli in essa vengono mescolati, fatti partecipi della natura divina di Cristo: “Beata sei tu, o Chiesa: di te gioisce Isaia con la sua profezia: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà» un bimbo, il cui nome è un grande simbolo. Oh il significato svelato nella Chiesa! Due nomi mescolati che divengono uno: «Emmanuel». «El» è sempre con te, poiché ti ha mescolata alle sue membra”. Poi in diverse delle strofe Efrem continua la lettura ecclesiologica di alcune profezie veterotestamentarie. Fa inoltre un parallelo tra Betlemme e la Chiesa; la prima significa “casa del pane”, la seconda custodisce la parola, ed i sacramenti: “Beata sei tu, o Chiesa… Beati i tuoi montoni marchiati col tuo marchio, le tue pecore custodite dalla sua parola. Tu, o Chiesa, sei la perenne Betlemme, poiché in te c’è il pane della vita”. Infine le profezie di Daniele ed i salmi di Davide trovano nella Chiesa il loro compimento: “Beata sei tu, o Chiesa: ecco gioisce di te Daniele che aveva indicato che il Cristo glorioso sarebbe stato ucciso… Beata sei tu, o Chiesa: sulla propria cetra canta di te il re Davide”.
            La Chiesa ancora viene presentata come luogo e ricettacolo delle Sacre Scritture ed anche il luogo dove esse vengono interpretate: “Beata sei tu, o Chiesa… In te i profeti stanchi hanno trovato riposo… Beati i suoi libri, dispiegati nei tuoi templi, e le solennità sfavillanti nei tuoi santuari…”. Dopo le profezie dell’Antico Testamento, la Chiesa viene presentata come luogo della pienezza delle beatitudini evangeliche; Efrem ne enumera dieci, facendo un’aggregazione tra Mt 5 e Lc 6: “Beata sei tu, o Chiesa, per le dieci beatitudini, donate dal nostro Signore. Simbolo pieno: al dieci sono infatti appesi tutti i numeri, perciò le dieci beatitudini ti hanno resa perfetta… O beata, da ogni beatitudine coronata, anche su di me lancia una beatitudine!”.Betlemme e Maria, piccole ed umili, diventano abitazione e dimora del Signore per la sua incarnazione e la sua nascita: “Beata sei tu, Betlemme: fortezze e potenti città ti hanno invidiato. Maria come te l’hanno invidiata donne e vergini figlie di nobili. Beata la fanciulla degna di essere la sua abitazione, e il borgo degno di essere sua dimora. Una fanciulla indigente ed un piccolo borgo lui si è scelto per farsi umile”. E quasi senza soluzione di continuità troviamo nella strofa 13 il fulcro di tutta la cristologia di Efrem: il Figlio eterno del Padre che nasce nel tempo: “Beata sei tu, Betlemme: in te ebbe inizio il figlio che è nel Padre dall’eternità… Colui che in te si è sottomesso al tempo, è prima del tempo… In te cominciò a belare l’agnello di Dio, che in te ha saltellato e nella tua mangiatoia è stato piccolo, pur distendendosi su tutte le creature ed adorato in ogni direzione”. Nella penultima delle strofe troviamo il riferimento a Lc 2, 22ss nell’anziano Simeone, che è chiamato beato per il suo portare, offrire Cristo al Padre: “Beato il sacerdote che, nel santuario, ha offerto al Padre il figlio del Padre; frutto raccolto dal nostro albero, pur provenendo direttamente dalla divina maestà”. Efrem vede il portare da parte di Simeone del bambino Gesù come un raccogliere il frutto dall’albero, visto costui come luogo dell’umanità di Cristo. Il tempio dove Cristo entra è il tempio dal velo strappato nella crocifissione da Cristo stesso: “Nel tempio lo Spirito attendeva con ardore il suo ingresso e quando fu crocifisso uscì, strappando il velo”.
            Nell’inno VI della stessa collezione, Efrem dedica tre strofe ai due anziani, Simeone ed Anna, che ricevono Cristo nel tempio e gli cantano delle nenie che diventano, ambedue, vere e proprie confessioni di fede: “Nel tempio santo Simeone lo portava cantandogli una nenia: «Sei venuto, o clemente, tu che hai clemenza della mia vecchiaia e fai entrare le mie ossa in pace nello sheol. Grazie a te risusciterò dal sepolcro al paradiso»”. Efrem quindi presenta Anna che bacia in bocca il bambino, come Isaia fu toccato sulle labbra dal carbone ardente: “Lo abbracciò Anna e lo baciò sulle sue labbra. E lo Spirito si posò sulle sue labbra come fu con Isaia… E Anna cantò una nenia: «O figlio di condizione regale, figlio di condizione vile, in silenzio ascolti, invisibile vedi, nascosto intendi. Dio figlio d’uomo sia gloria al tuo nome»”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco

giovedì 29 gennaio 2015

30 Gennaio: I Tre Santi Gerarchi, Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo




La festa comune dei Tre Santi Gerarchi venne istituita intorno al 1100, durante il regno di Alessio I Comneno, a seguito di accese discussioni che si erano sollevate tra gli studiosi del tempo su quale dei tre Gerarchi della Chiesa commemorati a Gennaio, Basilio il Grande (1 Gennaio), Gregorio di Nazianzo (25 Gennaio) o Giovanni Crisostomo (27 Gennaio), fosse il più grande. Alcuni decisero per San Basilio il Grande, a causa della sua grande intelligenza e moralità austera, altri per san Giovanni Crisostomo, insuperabile per la convincente dolcezza dei suoi discorsi, e altri tennero per san Gregorio di Nazianzo, per la sua retorica elegante e la sua capacità dialettica. Inoltre, ciascuna delle parti, al fine di distinguersi dagli altri, assunse il nome del suo Santo, di conseguenza si chiamarono Basiliani, Giovanniti e Gregoriani. La tradizione vuole che per porre fine alla contesa si decise di chiedere consiglio a Giovanni, Metropolita di Eutachia. A lui apparvero in sogno i tre Santi che dissero della loro pari gloria nel Regno di Dio e chiesero l'istituzione di una festa comune per tutti e tre. Giovanni stabilì al 30 Gennaio tale ricorrenza.


Apolitikion

Τους τρεις μεγίστους φωστήρας, της Τρισηλίου Θεότητος, τους την οικουμένην ακτίσι, δογμάτων θείων πυρσεύσαντας· τους μελιρρύτους ποταμούς της σοφίας, τους την κτίσιν πάσαν θεογνωσίας νάμασι καταρδεύσαντας· Βασίλειον τον μέγα, και τον θεολόγον Γρηγόριον, συν τω κλεινώ Ιωάννη, τω την γλώτταν χρυσορρήμονι· πάντες οι των λόγων αυτών ερασταί, συνελθόντες ύμνοις τιμήσωμεν· αυτοί γαρ τη Τριάδι, υπέρ ημών αεί πρεσβεύουσιν

Quanti siamo innamorati dei loro discorsi, conveniamo tutti insieme per onorare con inni i tre sommi astri della Divinità trisolare, che con i raggi delle loro divine dottrine fanno brillare tutta la terra; i fiumi di sapienza fluenti miele che irrigano tutto il creato con i rivi della conoscenza di Dio, il grande Basilio e il teologo Gregorio, insieme all’illustre Giovanni dall’aurea eloquenza: essi sempre per noi intercedono presso la Trinità.


Inni dei Santi Tre Gerarchi



martedì 27 gennaio 2015

Gli “Inni sulla perla” di sant'Efrem il Siro.



S. Efrem il Siro
"… scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare…"
Le Chiese di tradizione siriaca e quelle di tradizione bizantina celebrano il giorno 28 gennaio la festa di sant'Efrem il Siro (+373). Si tratta di un padre della Chiesa Siriaca pienamente attuale per la vita di tutte le diverse Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo che a partire e quasi unicamente dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo adoperato da Cristo, Verbo di Dio incarnato. Riflessione teologica fatta con delle immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Sacra Scrittura. Servendosi della poesia nella forma di inni per la liturgia, Efrem dà loro un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni allo stesso tempo teologici e adatti per la recita o il canto liturgico. Attraverso questi inni, Efrem diffondeva, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa ed erano un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. In occasione della sua festa liturgica sopra indicata, presentiamo alcuni brani degli Inni di Efrem "sulla perla". Questi cinque inni fanno parte della collezione di 87 “Inni sulla fede”. Efrem, attraverso la perla, contempla i diversi aspetti del mistero di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti -specialmente il battesimo e l'eucaristia-, e del cristiano stesso. La perla è simbolo del mistero di Dio in quanto la sua forma sferica, illimitata, sfuggente ad un unico e complessivo sguardo, rimanda allo stesso mistero di Dio: "Un giorno, miei fratelli, presi una perla: vidi in essa i simboli che si riferiscono al Regno, le immagini e le figure della grandezza (divina). Divenne una fonte, dalla quale bevvi i simboli del Figlio. La posi, miei fratelli, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi ad osservarla da un lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati. Così è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, poiché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco. E, nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro. Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile". La perla è simbolo di Cristo perché essa, secondo la tradizione, sarebbe frutto dell’entrata di un raggio di luce all’interno di un’ostrica; Cristo nasce dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria: "Fu proprio lei, Maria, che vidi là, la sua pura concezione. Fu poi la Chiesa, e il Figlio nel suo seno, come la nube, che lo portò. E il simbolo del cielo, da cui rifulse una luminosità preziosa. Vidi in essa i trofei (del Figlio), delle sue vittorie e delle sue incoronazioni. Vidi i suoi mezzi di soccorso con i suoi benefici, sia quelli invisibili sia quelli visibili. Per me era più grande dell’arca, nella quale mi persi".Gli inni sulla perla di Efrem sono sicuramente i testi in cui viene messa in luce in modo più evidente l'abilità e la profondità poetica del diacono siriaco. Si tratta di inni composti per la recita o per il canto, con un’indicazione per ognuno di un versetto responsoriale e di un tono musicale, sicuramente ben conosciuto da Efrem e dal suo uditorio. Tutti gli inni di Efrem sono ricchi di riferimenti alla Sacra Scrittura, riferimenti diretti ma soprattutto allusioni che tessono tutto il testo poetico. Gli inni sulla perla nascono da una meditazione sulla Sacra Scrittura, ma anche dall’osservazione di ogni aspetto della realtà creata. Efrem accosta la nascita e formazione della perla con la nascita di Cristo; quella nasce nel seno dell’ostrica senza essere né tagliata né modellata; Cristo, generato eternamente nel seno del Padre, nasce nel seno di Maria senza essere perciò una creatura. Per Efrem ancora gli esseri celesti –gli angeli- sono creature, allo stesso modo che le altre pietre preziose vengono intagliate dalla mano dell’uomo; la perla invece prende forma da sola: "Tu di tutte le gemme sei la sola la cui origine assomiglia a quella del Verbo dell’Altissimo, che in modo unico l’Altissimo generò, mentre altre pietre intagliate assomigliano simbolicamente agli esseri del cielo". Efrem ancora paragona la perla, trapassata ed appesa in un gioiello all’orecchio e che splende nella sua bellezza, a Cristo che, trapassato dai chiodi ed appeso alla croce, splende di bellezza unica: "La tua natura assomiglia all’agnello silenzioso. Nella sua mansuetudine! Se uno la perforasse la sollevasse e l’appendesse all’orecchio, come Golgota, ancor più getterebbe tutti i suoi raggi su quelli che la contemplano… Nella tua bellezza è dipinta la bellezza del Figlio, che rivestì la sofferenza. I chiodi lo trapassarono; una punta ti ha trapassato, perché anche te perforarono, o perla, come le sue mani. E poiché soffrì, regnò, come, attraverso la tua sofferenza, accrebbe la tua bellezza. E se ti avessero risparmiato allora non ti avrebbero apprezzato, poiché solo se tu avessi sofferto, avresti regnato…". La perla che esce dal mare e viene sulla terra, è simbolo di Cristo che lascia il seno del Padre e viene ad abitare in mezzo agli uomini: "O figlia delle acque, che hai lasciato il mare nel quale eri nata, per salire sulla terra asciutta in cui sei amata. Gli uomini ti hanno avuto in gran conto, ti hanno preso e si sono adornati di te. Così è anche per il Figlio che i popoli hanno amato teneramente, di cui si sono coronati". La contemplazione del mistero di Dio suppone per Efrem l’adorazione e la contemplazione, non una ricerca fine a se stessa o un’indagine che allontani bensì che porti vicino alla verità sul mistero di Dio e dell’uomo. Dando voce alla stessa perla essa "…rispose e mi disse: “Figlia io sono del mare immenso, e più vasto di quel mare dal quale sono risalita. Grande è il tesoro di simboli, che è nel mio seno: scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare!". Con un retroterra chiaramente battesimale, Efrem mette in evidenza il fatto che, per prendere la perla, per ottenere la fede, bisogna che l'uomo si spogli e si faccia povero: "Uomini spogliati si tuffarono, estraendoti (dal mare), o perla! Non i re ti donarono per primi agli uomini, ma gli spogliati:simbolo dei poveri, dei pescatori e dei galilei. Non avrebbero potuto infatti, coi corpi vestiti, venire fino a te. Giunsero poiché si erano spogliati come bimbi appena nati; seppellirono i loro corpi e discesero fino a te: e tu sei andata loro incontro con gioia, e in loro hai cercato rifugio, tanto ti hanno amato!". Efrem ancora allude ai predicatori del vangelo che erano poveri ed avevano come unica ricchezza la predicazione della Buona Novella del Vangelo e della fede: "Diedero la buona novella di te le loro lingue, prima ancora che le pieghe dei loro abiti! I poveri pescatori le aprirono, traendo fuori e mostrando la nuova ricchezza in mezzo ai mercanti. Nella palma della mano di uomini ti posero come una medicina di vita. Gli apostoli del simbolo videro la tua risurrezione sulla riva del mare. E sulla riva del lago, gli apostoli di verità videro la risurrezione del Figlio del tuo Creatore. Con te e col tuo Signore, il mare e il lago sono stati ornati!". Gli Inni sula perla rispecchiano chiaramente la teologia di Efrem, che ha un carattere fortemente apofatico. Per Efrem il cammino verso il mistero di Dio non sono le sottili disquisizioni, bensì la rivelazione trasparente dei misteri. "E pur volendo chiedere se ha ancora altri simboli, la perla non ha bocca, perché io possa ascoltarla, e neppure orecchie, perché possa ascoltarmi. O perla, priva di sensi, presso cui ho acquisito sensi del tutto nuovi".

di Archimandrita Manel Nin o.s.b

venerdì 16 gennaio 2015

Sabato 17 Gennaio: Memoria di Sant'Antonio il Grande




Sant'Antonio il Grande è considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Egli nacque a Coma - l'attuale Qumans - nel Basso Egitto, intorno al 251 da una famiglia benestante. Rimasto orfano donò ai poveri e agli abitanti del suo villaggio tutti i suoi beni e se ne andò fuori dal paese per vivere da anacoreta, in preghiera, povertà e penitenza, al fine di superare le tentazioni e diventare uomo nuovo. Fu terribilmente tormentato dalle tentazioni e dai dubbi sulla scelta fatta e per questo, perseverando nella fede in Dio, scelse di ritirarsi in un luogo ancora più isolato, fino a giungere nel deserto della Tebaide. Dopo diversi anni di vita ascetica cominciò ad essere visitato da molte persone, che volevano diventare eremiti come lui o che chiedevano consigli o guarigioni. Così si formarono gruppi di monaci e nacquero i primi monasteri. Ebbe molti discepoli, tra cui Sant'Atanasio il Grande e Sant'Ilarione il Grande. Sant'Antonio visse oltre cento anni e, probabilmente, morì il 17 gennaio 356.

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Ἀπολυτίκιον

Τὸν ζηλωτὴν Ἠλίαν τοῖς τρόποις μιμούμενος, τῷ Βαπτιστῇ εὐθείαις ταῖς τρίβοις ἑπόμενος, Πάτερ Ἀντώνιε, τῆς ἐρήμου γέγονας οἰκιστής, καὶ τὴν οἰκουμένην ἐστήριξας εὐχαῖς σου· διὸ πρέσβευε Χριστῷ τῶ Θεῷ, σωθῆναι τὰς ψυχὰς ἡμῶν.


Imitando con i tuoi costumi lo zelo di Elia, seguendo il Battista su retti sentieri, o Padre Antonio, sei divenuto abitante del deserto, e hai rafforzato tutta la terra con le tue preghiere. Intercedi dunque presso il Cristo Dio per la salvezza delle anime nostre.


giovedì 15 gennaio 2015

Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani


Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani

18 – 25 Gennaio 2015




“Dammi un po’ d’acqua da bere”
                                            
                                                     Giovanni  4,7




Testi per la Settimana di Preghiera per l'unità dei Cristiani:

http://www.orientecristiano.it/all-news/ecumene/8769-dammi-un-po-d-acqua-da-bere.html






giovedì 8 gennaio 2015

Dalla mangiatoia al Giordano



Una raccolta di omelie siriache anonime risalenti al VI secolo contiene tre discorsi, due più lunghi e uno più breve, sulla festa dell’Epifania. Il secondo di questi testi, partendo della vicinanza tra il Natale e l’Epifania — «Da una festa all’altra, il Signore conduce il suo gregge spirituale» — racchiude quasi una raccolta di bellissime immagini parallele delle due feste. In primo luogo l’autore propone entrambe le ricorrenze come nascite e come manifestazioni del Verbo di Dio incarnato: «Nella prima festa, la creazione ha ricevuto il Creatore dal seno della Vergine, e nella festa odierna la sposa riceve lo sposo dal seno del battesimo. Nella prima nascita, è stato generato dalla Vergine, e nella festa odierna è stato generato dal battesimo». Il battesimo di Cristo quindi viene messo in parallelo alla sua nascita da Maria.
E il testo prosegue con delle immagini che costituiscono una vera e propria captatio benevolentiae dell’uditorio: «Al posto delle braccia della Vergine, ecco i flutti del Giordano lo abbracciano; al posto delle ginocchia, oggi lo portano le onde del fiume; al posto dei panni, le acque lo avvolgono. Oggi lui apre il battistero per santificare i nuovi nati». Per l’autore dell’omelia, nel Natale Cristo si presenta piccolo, debole neonato, mentre nella festa odierna si presenta come uomo maturo: «Dalla grotta dove è nato, oggi il Giordano riceve il Signore onnipotente; dalla mangiatoia che lo ha ricevuto neonato, oggi il Giordano lo riceve nella forza dell’età adulta». E troviamo anche un bel parallelo tra i personaggi presenti sia a Natale, Giuseppe e gli angeli che lo vedono neonato, che al Battesimo, Giovanni e la voce del Padre che lo manifestano Signore e Figlio di Dio: «Quando è nato (il Signore), c’era Giuseppe che aveva cura della sua piccolezza, qua Giovanni figlio di Zaccaria sta alla sua presenza con timore. Lì, gli angeli glorificavano la sua nascita; qua il Padre che dal cielo dice: “Costui è mio Figlio”». E ancora vediamo altri personaggi che nel parallelo presentato dall’autore mettono in risalto la vera umanità di Cristo nella sua nascita, e la vera divinità manifestata nel suo battesimo: «Lì, Anna la profetessa annunciava la salvezza ai figli di Gerusalemme; qua lo Spirito Santo che lo dichiara al mondo come “Figlio dell’Altissimo”. Lì i pastori cercavano il luogo della sua nascita; qua la moltitudine che si domanda: chi è costui davanti al quale Giovanni si fa piccolo?». L’autore introduce poi il tema della santificazione delle acque adoperata da Cristo nel suo battesimo, in vista del battesimo dei cristiani stessi. E il testo dell’omelia riecheggia quasi il testo liturgico della consacrazione dell’acqua che il giorno dell’Epifania si celebra nelle liturgie orientali: «Oggi nel Giordano appare l’Unigenito di Dio; oggi il Santo è venuto a santificare per noi le acque del perdono; oggi è venuto a preparare il grembo in vista a una rinascita della creazione che ne ha bisogno. Le acque, grazie al battesimo del nostro Salvatore, hanno ricevuto il dono di purificare corpo e anima». L’omelia prosegue con il rapporto tra il battesimo e il mistero stesso della redenzione. Cristo viene al battesimo per essere tra gli uomini, in mezzo a loro: «Il Santo è venuto al battesimo senza averne bisogno; è venuto al Giordano, per essere in mezzo alla folla dei peccatori. Dio in mezzo agli uomini e non lontano da loro; il Giusto tra i peccatori; l’Altissimo in mezzo agli orgogliosi e non separato da loro». Il testo prosegue elencando tutta una serie di fatti voluti dal Signore, presentati quasi in forma liturgica, parallela al testo della benedizione delle acque: «Tutto quello che (il Signore) vuole, lo ha fatto in cielo e in terra: ha abitato in mezzo alle assemblee celesti; è disceso per abitare nel seno della Vergine e nato uomo; neonato, bambino, adolescente, sottomesso ai genitori, sceso nelle acque per santificare i peccatori, camminato sulle acque che lo sorreggono. Il raggio dell’essenza del Padre oggi è sceso nel grembo delle acque». E l’autore enumera, quasi contrapponendoli, una lunga serie di fatti che portano alla lode e alla meraviglia di fronte a loro: «Di che cosa meravigliarsi? Del fatto che il Dio onnipotente nasca piccolo bambino, o del fatto che il Figlio dell’Altissimo sia annoverato tra i peccatori? Del fatto che abbia rivestito le membra (umane) nel seno della Vergine, o che oggi le onde del Giordano l’abbiano avvolto? Del fatto che i panni l’abbiano avvolto, oppure che oggi sia sceso nudo nelle acque?». L’Epifania quindi come manifestazione della piena divinità di Cristo, corroborata dalla voce del Padre: «Fino a oggi lui appariva schiavo della legge; oggi si manifesta come colui che scrisse la legge; oggi la voce del Padre lo proclama non schiavo ma libero, oggi si manifesta Figlio del Re». L’autore, infine, paragona la discesa di Cristo nelle acque del Giordano al lavoro di una fonderia del ferro: «Lui è venuto a installare una fonderia nelle acque, per mescolare lì e fondere lo Spirito col fuoco, e impegnarsi a togliere la ruggine dei vecchi utensili, e rifondere in essi l’immagine che si era insudiciata. E per rinnovare quest’immagine Gesù mette la fornace nelle acque, e mescola lo Spirito e il fuoco nel seno delle acque; il fuoco per purificare, lo Spirito per rafforzare»


di P. Manel Nin. 



martedì 6 gennaio 2015

6 Gennaio Santa Teofania: Storia e significato della festa

                                            



Nella tradizione orientale questa festa celebra il battesimo di nostro Signore nel Giordano, non l’adorazione dei Magi. La struttura generale dei servizi è la stessa del Natale, con una vigilia speciale e la lettura delle Ore Regali il 5 gennaio, che prevede uno stretto digiuno. La Teofania è contraddistinta, tuttavia, da una cerimonia speciale, non celebrata a Natale: la Grande Benedizione delle Acque. Ciò avviene due volte, il 5 gennaio dopo la Liturgia, e il 6 gennaio alla fine del Mattutino o (più usualmente) dopo la Liturgia. La prima benedizione è compiuta in chiesa; la seconda, se possibile, all’aria aperta sulle rive di un fiume, di una sorgente o del mare. Nei paesi dove l’inverno è estremamente rigido, dei buchi vengono aperti nel ghiaccio dei fiumi gelati.Il momento culminante di questa cerimonia di benedizione avviene quando il celebrante immerge o tuffa tre volte la Croce nell’acqua, ricordando quindi l’immersione del Cristo nel Giordano, così come la triplice immersione che ogni Cristiano ortodosso compie alla propria iniziazione battesimale. Affinché l’espressione “Grande Benedizione delle Acque” non sia fraintesa, va immediatamente sottolineato che la benedizione è effettuata non dal prete officiante o dal popolo che sta pregando con lui, ma da Cristo Stesso, che è il vero celebrante, in questo come in tutti i misteri della Chiesa. È Cristo che ha benedetto le acque una volta per tutte nel Suo battesimo nel Giordano; la cerimonia liturgica della benedizione è semplicemente un’estensione dell’atto originale di Cristo. Questo è un punto di primaria importanza, sul quale occorre dire ancora qualcosa. Il significato base della festa come un tutto è riassunto nel suo titolo “Epifania”, “manifestazione”, o più specificamente “Teofania”, “manifestazione di Dio”. Il battesimo di Cristo nel Giordano è “una manifestazione di Dio” al mondo, in primo luogo perché rappresenta l’inizio del ministero pubblico di nostro Signore; ma secondariamente, e in un senso più profondo, poiché a questo battesimo fu assicurata la rivelazione al mondo della Santa Trinità. Tutte e tre le Persone furono rese “manifeste” insieme; il Padre rese testimonianza dall’alto della divina figliolanza di Gesù; il Figlio ricevette la testimonianza di Suo Padre; e lo Spirito fu visto in forma di colomba, discendente dal Padre e restante sul Figlio. Questa triplice apparizione è il soggetto del tropario della festa: “Quando Tu, o Signore, fosti battezzato nel Giordano, l’adorazione della Trinità fu resa manifesta. La voce infatti del Genitore Ti rendeva testimonianza chiamandoti Figlio diletto e il Santo Spirito, sotto forma di colomba, conformava la parola infallibile. O Cristo Dio che Ti sei manifestato a noi ed hai illuminato il mondo, gloria a Te!”. Questo tema della manifestazione o rivelazione è espresso in particolare sotto il simbolismo della luce: nelle parole del tropario appena citato, Cristo “è apparso ed ha illuminato il mondo”. Oltre al titolo Teofania, quella del 6 gennaio è conosciuta come la “Festa delle Luci” (in greco Eortì ton Fòton). La Chiesa celebra in questo giorno l’illuminazione del mondo per mezzo della luce di Cristo; “Luce dalla Luce, Cristo nostro Dio ha illuminato il mondo, Dio si è fatto manifesto”; “Tu che hai portato la luce a tutte le cose con la Tua Epifania”; “Sebbene giaceste nel buio, ora gioite, poiché una grande luce vi è apparsa. Manifestazione, illuminazione – a questi due concetti ne va abbinato un terzo mento, quello di rigenerazione, ricreazione. Il battesimo di Cristo nel Giordano rinnova la nostra natura, poiché è il preludio al nostro battesimo alla fonte; e rinnova e rigenera, non soltanto la nostra natura umana, ma l’intera creazione materiale. Per capire questa idea di rinnovamento, è utile chiedersi ciò che ci si chiede ripetutamente nei testi della festa: perché Cristo fu battezzato? Noi siamo battezzati perché siamo peccatori: scendiamo sporchi nell’acqua, ed emergiamo mondati. Ma che necessità aveva il Cristo, che è senza peccato, del battesimo nel Giordano? A ciò i testi liturgici rispondono così: “Sebbene come Dio non necessitasse di purificazione, tuttavia per la salvezza dell’uomo caduto Egli è purificato nel Giordano”. Come uomo Egli è purificato ed anche io posso esserlo. “Per la salvezza dell’uomo peccatore”: ma in realtà non è Lui che è purificato nel Giordano ma noi stessi. Nell’assumere l’umanità su di Lui nella Sua Incarnazione, nostro Signore assunse un ruolo rappresentativo; Egli divenne il Nuovo Adamo, assumendo l’intera razza umana su Se Stesso, così come il primo Adamo assunse e rappresentò l’intera umanità in se stesso al momento della Caduta. Sulla croce, sebbene senza peccato, Gesù Cristo soffrì e morì per i peccati di tutta l’umanità; e nello stesso modo al Suo battesimo, sebbene senza peccato, Egli fu purificato per tutti i peccati degli uomini. Quando discese nel Giordano, come Nuovo Adamo egli prese con sé gli uomini peccatori: e là nelle acque Egli ci purificò, portando ognuno di noi fuori dal fiume come nuova creatura, rigenerata e riconciliata. Nel battesimo di Cristo per mano di Giovanni, la nostra rigenerazione battesimale è già raffigurata per anticipazione. Le molte celebrazioni dell’Eucaristia sono tutte partecipazioni al singolo ed unico Ultimo Banchetto; ed in simile modo tutti i nostri battesimi individuali sono una partecipazione al battesimo di Cristo, mezzo per i quali la “grazia del Giordano” è estesa ad ognuno di noi personalmente. Come indicazione dello stretto collegamento fra il battesimo di Cristo e il nostro battesimo, si può notare che la preghiera alla Grande Benedizione delle Acque a Teofania è quasi identica con la preghiera di benedizione da dirsi sul fonte nel sacramento del battesimo. Ma la discesa di Cristo nel fiume ha anche un altro significato. Quando il Cristo discese nelle acque, non soltanto Egli ci portò con Sé e ci purificò, ma Egli purificò la natura delle acque stesse. Come sottolinea il tropario della conclusione della festa: “Cristo è apparso nel Giordano per santificare le acque”. La festa della Teofania ha quindi anche un aspetto cosmico. La caduta degli ordini angelici, e dopo la caduta dell’uomo, ha interessato tutto l’universo. Tutta la creazione di Dio fu con ciò distorta e sfigurata; per usare il simbolismo dei testi liturgici, le acque divennero una “tana di dragoni”. Cristo venne dunque sulla terra per redimere non solo l’uomo, ma – attraverso l’uomo – l’intera creazione materiale. Quando Egli entrò nelle acque, raffigurando per anticipazione la nostra rinascita nella fonte, effettuò la purificazione delle acque, la loro trasfigurazione in un organo di guarigione e di grazia; Se l’acqua rappresenta un mezzo di grazia soprattutto nel sacramento del battesimo, essa è anche usata come un mezzo di santificazione in molte altre occasioni. Ecco perché gli Ortodossi sono incoraggiati a bere l’acqua che è stata benedetta a Teofania e ad aspergersi da soli con essa; essi la portano nelle loro case, e la conservano per usarla di volta in volta. In tutto questo essi non sono colpevoli di superstizione. Se essi fanno così, è perché credono che in virtù dell’Incarnazione di Cristo, del suo Battesimo e Trasfigurazione, tutte le cose materiali possono essere sante e “portatrici di spirito”. “Alla tua apparizione nel corpo, la terra fu santificata, le acque benedette, il cielo illuminato”. Questo, del resto, è parte del significato della Teofania: agli occhi di uno che è Cristiano, niente dovrebbe mai apparire triviale o insignificante, poiché la redentiva e trasformante grazia del Salvatore si estende a tutte le cose, anche se in apparenza umili. A Teofania c’è la stessa enfasi come a Natale circa la pienezza di Sé del Cristo, sul contrasto fra l’intima gloria che come Dio Egli mai cessò di possedere, e la sua totale umiltà come uomo. Dio in natura, nella Sua umiliazione. Egli non rifiutò il battesimo da Giovanni: “Come un servo Tu hai abbassato la Tua testa sotto le mani del servo”. “Uno della Triade ha chinato il suo capo ed ha ricevuto il battesimo”. Per enfatizzare ciò più vividamente, riferimenti costanti sono fatti alla perplessità e all’esitazione del Battista: “Il Precursore tremò e gridò dicendo: Come può il lampo illuminare la Luce? Come può il servitore porre le sue mani sul Maestro? O Salvatore, che hai tolto i peccati del mondo, santifica me e le acque. Questo tema è specialmente sviluppato nel giorno seguente la festa, Sinassi di san Giovanni il Battista.

Mother Mary and P. Kallistos (Ware), “The Festal menaion”, Faber and Faber, London, 1969, pp. 55-59,
trad.
A.G. (in Italia Ortodossa [vecchia serie], anno V n. 17 1982).

mercoledì 24 dicembre 2014

Il kontakion Η Παρθένος σήμερον




Affresco Monastero di Decani, Kosovo



Oggi la Vergine si dirige verso la grotta per dare a luce ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli. Rallegrati terra tutta, glorifica con gli angeli e i pastori, avendo udito che il Dio che è prima dei secoli ha voluto apparire come tenero bambino.
Dal 30 novembre la liturgia bizantina spesso il canto di questo tropario, attribuito alla mano di Romano il Melodo (+555); la liturgia bizantina ci mette di fronte, attraverso delle immagini poetiche e per mezzo di tutta un'intrecciatura di reminiscenze bibliche, ci mette di fronte al mistero della nostra salvezza, al mistero indicibile di Dio che per amore si incarna, si fa uomo ineffabilmente. Dio si fa uno di noi, si fa uomo, si fa piccolo come piace di dire ai Padri; questa è la grandezza della nostra fede, Dio che si fa veramente uomo;...vedere il Dio invisibile rivelato nel suo tempio, una persona umana visibile...Oggi la Vergine si dirige verso la grotta per dare a luce ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli. Ogni testo liturgico -tropario, canone...- è un intreccio di citazioni bibliche esplicite ma spesso soltanto implicite; si può dire che sono dei testi frutto di una lectio divine che la Chiesa fa della Sacra Scrittura alla luce del mistero celebrato. Oggi la Vergine si dirige verso la grotta... L’Antico Testamento usa l’immagine di una ragazza o di una vergine per parlare del popolo, di tutto il popolo: la vergine figlia di Sion di Is 37,22. Nel tropario, però, il riferimento biblico è chiaramente quell’altro pure di Is, nel capitolo 7,14: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele; già il Nuovo Testamento nel vangelo di Matteo (Mt 1,22), i Padri e tutta la tradizione cristiana hanno letto questo passo di Is in chiave cristologica. ...si dirige verso la grotta per dare a luce ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli.Nell’Antico Testamento la grotta è sempre presentata come luogo di rifugio, sia di fronte al nemico sia di fronte a Dio stesso; la grotta nella roccia dove Elia si rifugia diventa il luogo dell’incontro con Dio (1Re 19,13); secondo Is 33,16 la grotta è luogo di rifugio per l’uomo giusto ... per dare a luce ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli. Il testo del tropario riecheggia in primo luogo, e in modo diretto, il testo di Gv 1,1: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... e Gv 1,14: E il Verbo si fecce carne e venne ad abitare in mezzo a noi;e ancora il testo di 1Gv 1,1: Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita... Ma dietro del testo, e non in modo meno diretto, troviamo anche tutti i passi dell’Antico Testamento, soprattutto della letteratura sapienziale e dei salmi: la Parola del Signore è veritiera(Sal. 32,4); la tua Parola, Signore, è eterna (Sal 118,89); la tua Parola -il tuo Verbo- è lampada ai miei passi (Sal. 118,105) testo che si collega con quello del Vangelo: io sono la luce del mondo (Gv 8,12); manda sulla terra la sua Parola (Sal 147,4); e infine il testo che è più centrale e che i Padri hanno letto pure in riferimento all’incarnazione di Cristo:la tua Parola onnipotente scese dal cielo... (Sa 18,15). Rallegrati terra tutta, glorifica con gli angeli e i pastori... Il testo del tropario prosegue riprendendo la gioia di tutta la creazione, e si fa ecco di due rallegramenti di tutto il popolo: quelli delle vittorie di Saul e soprattutto di David sui nemici (1Sa 18,6; 21,12). Questa gioia del popolo il tropario la collega con quella degli angeli e dei pastori di Lc 2,8.18.20: i pastori poi se ne tonarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto. Notiamo come il testo di Lc e quello dl tropario sono quasi identici. ... avendo udito che il Dio che è prima dei secoli ha voluto apparire come tenero bambino. Qui il tropario riassume tutto il mistero, tutta l’economia della nostra salvezza. Il testo biblico che è retroterra di questa conclusione sembra chiaramente quello di Fil 2,6-7: ...il quale essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo... E il tropario:...ha voluto apparire come tenero bambino... il Dio invisibile rivelato nel suo tempio, una persona umana visibile... Dio si è fatto uomo, Dio si è fatto piccolo. Il Dio infinito, inaccessibile, increato -pensiamo a tutta la serie di aggettivi privativi che troviamo nell’anafora di san Basilio, e sarebbe buono di rileggerla adesso che la celebreremo tre volte in pochi giorni: la vigilia di Natale, il primo gennaio e la vigilia dell’Epifania-; il Dio infinito, inaccessibile, increato, si è incarnato, si è fatto piccolo, si è fatto povero per i poveri e i piccoli. Rallegrati terra tutta, glorifica con gli angeli e i pastori... Il tropario, la Chiesa, ci invita alla gioia. Chiediamo al Signore di saper viverla fino in fondo la gioia che è pure dono suo.
di P. Manel Nin, Rettore P.C.Greco