martedì 26 agosto 2014

Notizie dalla Congregazione per le Chiese Orientali




Il Santo Padre Francesco  ha nominato Vescovo di Lodi (Italia) il Rev.do Mons. Maurizio Malvestiti, del clero della diocesi di Bergamo (Italia), finora Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali.

Al Neo eletto Vescovo, a nome dei Rev. Padri Superiori e di tutti gli alunni del
Pontificio Collegio Greco porgiamo i nostri migliori auguri.


Axios



giovedì 14 agosto 2014

La Dormizione della Madre di Dio. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.





Sollevate le porte e accogliete la Madre dell’eterna luce.

La tradizione bizantina ha come prima grande festa del ciclo liturgico la Natività della Madre di Dio il giorno otto settembre, e lo conclude con la sua Dormizione e transito in cielo il quindici agosto, quasi a volere sottolineare che per ogni cristiano e per tutta la Chiesa la Madre di Dio rappresenta il cammino che introduce al mistero salvifico di Cristo. In Oriente la festa della Dormizione della Madre di Dio viene fissata come tale alla fine del VI secolo dall’imperatore Maurizio (592-602), mentre in Occidente viene introdotta da papa Sergio I alla fine del VII secolo. La festa del 15 agosto, nei libri liturgici bizantini porta il titolo di “Dormizione” della Madre di Dio, e ne celebra il transito e la sua piena glorificazione come primo frutto del mistero pasquale di Cristo stesso. La celebrazione liturgica va preceduta il 14 da un giorno di pre festa, e seguita da un’ottava che si conclude il giorno 23. Come spesso abbiamo potuto vedere nella tradizione bizantina, i testi liturgici delle grandi feste sono una lettura dell’icona della festa, o se si vuole l’icona stessa diventa la visione, l’immagine del mistero di fede cantato dai tropari liturgici. Nella festa della Dormizione della Madre di Dio troviamo due tropari che sono un bel esempio di questa sinergia tra eucologia ed iconografia. Ambedue sono due tropari dell’ufficiatura del vespro.
          Il primo è un lungo tropario, a seguito della glorificazione alla Santa Trinità, ed è una bella descrizione dell’icona stessa della festa, e la presenta quasi una “celebrazione liturgica” della sua dormizione e il suo transito in cielo. È un tropario che alterna gli otto toni musicali della tradizione bizantina che dividono a loro volta il testo liturgico in otto parti, cantando ognuna di queste parti in un tono diverso, dal primo al quinto, dal secondo al sesto, dal terzo al settimo e dal quarto all’ottavo, riprendendo il primo alla fine. Seguendo il tropario stesso troviamo una lettura quasi descrittiva dell’icona stessa della festa: Maria, morta o meglio addormentata, è messa nel bel mezzo dell’icona su un letto, che è un letto funebre certamente ma anche è l’icona di un alare cristiano. Attorno ad esso gli apostoli con diversi altri personaggi, e tra i primi, come nell’icona dell’Ascensione di Cristo e in quella della Pentecoste, sempre Pietro e Paolo, cioè ad indicare la presenza di tutta la Chiesa: “Gli apostoli teofori (tono primo), portati su nubi per l’aria da ogni parte del mondo, a un cenno del divino potere, (tono quinto) giunti presso il tuo corpo immacolato origine di vita, gli tributavano le più calde manifestazioni del loro amore”. Cristo nell’icona, in mezzo a un semicerchio, con gli angeli attorno, regge nelle sue braccia l’anima di sua Madre: Le supreme potenze dei cieli (tono secondo), presentan­dosi insieme al loro Sovrano, (tono quinto) scortano piene di timore il corpo puris­simo che ha accolto Dio; lo precedono in ascesa ul­tramon­dana e, invisibili, gridano alle schie­re che stanno piú in alto: Ecco, è giunta la Madre-di-Dio, regina dell’u­ni­verso”. La presenza degli angeli nella parte superiore dell’icona la accosta tipologicamente a quella dell’Ascensione di Cristo, ed il tropario stesso le applica il versetto del salmo 23, che troviamo anche in diversi tropari della festa dell’Ascensione del Signore: “Sollevate porte…”. Come accennavo nell’icona il letto di Maria è anche altare su cui si celebra la liturgia: gli apostoli attorno che la celebrano, Cristo sul fondo, nell’abside, che la presiede; Pietro che incensa attorno all’altare, quasi al momento del grande ingresso nella Divina Liturgia bizantina: Sollevate le porte (tono terzo), e accoglietela con onori degni del regno ultramondano, lei che è la Madre dell’eterna luce. (tono settimo) Grazie a lei, infatti, si è attuata la salvezza di tutti i mortali. In lei non abbiamo la forza di fissare lo sguardo, ed è impossibile tribu­tarle degno onore”. Maria infine, gloriosamente assunta in cielo, diventa per tutta la Chiesa che la celebra, la grande interceditrice presso suo Figlio: “La sua sovreminenza (tono quarto) eccede infatti ogni mente. (tono ottavo) Tu dunque, o immacolata Madre-di-Dio, che sempre vivi insieme al tuo Re e Figlio apportatore di vita, incessantemente intercedi perché sia pre­ser­vato e salvato da ogni attacco avverso il tuo popolo nuovo: noi godiamo infatti della tua protezione, (tono primo) e per i secoli, con ogni splendore, ti procla­mia-mo beata”.
            Il secondo tropario, sempre preso dal vespro e a seguito della glorificazione trinitaria, mette in evidenza già dall’inizio la presenza, anche nell’icona, di tutto il collegio apostolico, con Pietro ed anche Giacomo primo vescovo di Gerusalemme e fratello del Signore, fatto che collega la festa del 15 agosto alla Città Santa, e anche al Protovangelo di Giacomo, testo apocrifo su cui si fondamenta in molto punti la stessa festa liturgica: “Quando te ne sei andata, o Vergine Madre-di-Dio, presso colui che da te ineffabilmente è nato, erano presen­ti Giacomo fratello di Dio e primo pontefice, insieme a Pietro, venerabilissimo e sommo corifeo dei teologi, e tutto il coro divino degli apostoli: con inni teologici atti a manifestarne la divinità…”. La Dormizione della Madre di Dio si colloca chiaramente nell’economia di salvezza di Cristo stesso; gli apostoli diventano “celebranti” del mistero della redenzione di Cristo per mezzo della “cura” del corpo di Colei che per mezzo di esso divenne dimora di Dio: “…con inni teologici gli apostoli celebravano il divino e ­stra­ordi­nario mistero dell’economia del Cristo Dio; e ­pre­stando le ultime cure al tuo corpo origine di vita e dimora di Dio, gioivano, o degna di ogni canto”. Nella seconda parte del tropario la liturgia in qualche modo si sposta in cielo –quasi il movimento stesso che troviamo nell’anafora eucaristica- e tutte le schiere celesti vengono coinvolte nella lode e nella confessione pure loro del mistero della redenzione di Cristo: “Dall’alto le santissime e nobilis­sime schiere degli angeli, guardava­no con stupo­re il pro­digio e a testa china le une alle altre ­dicevano: Solle­va­te le vostre porte, e accogliete colei che ha parto­rito il Creatore del cielo e della terra; celebriamo con inni di gloria il corpo santo e venerabi­le che ha ospitato il Signore che a noi non è dato contemplare”. Notiamo i due bellissimi titoli cristologici dati a Maria in questo testo: Colei che ha partorito il Creatore e Colei che ha ospitato il Signore. Il tropario si conclude con l’invito alla lode, alla liturgia, di coloro che guardiamo l’icona, che guardiamo la stessa liturgia e che ne diventiamo anche concelebranti: “E noi pure, festeg­giando la tua memo­ria, a te gridi­amo, o degna di ogni canto: Solleva la fronte dei cri­stiani e salva le anime no­stre”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

mercoledì 6 agosto 2014

La Trasfigurazione





La Trasfigurazione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.

Oggi la natura umana riacquista la sua antica bellezza…

            La festa della Trasfigurazione è una delle Dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di pre festa il 5 agosto, ed un’ottava che si conclude il 13 dello stesso mese. L’iconografia della festa, già a partire dal bellissimo mosaico del VI secolo nel monastero di Santa Caterina del Sinai, riprende la narrazione evangelica con il Signore trasfigurato al centro, avvolto di luce, Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi a guardare la luce abbagliante che viene dal Signore. L’ufficiatura della festa, in uno dei tropari, fa quasi una semplice parafrasi dell'icona, come se l’innografo leggesse l’icona componendo i suoi inni liturgici: “…il mistero nascosto dall’eterni­tà, lo ha negli ultimi tempi manifestato a Pietro, Giovanni e Giacomo la tua tremenda trasfigu­razione: essi, non sopportando il fulgore del tuo volto e lo splendore delle tue vesti, oppressi stavano curvi col volto a terra; nella loro estasi stupivano vedendo Mosè ed Elia che parlavano con te di quanto ti doveva accade­re. Una voce da parte del Padre dava testimonian­za, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compi­aciuto: ascoltate­lo, egli donerà al mondo la grande misericordia”.
            La liturgia bizantina, in questa festa, collega strettamente il mistero della trasfigurazione di Cristo alla sua passione: nella salita sul Tabor per primo e in quella sul Calvario dopo; anche per la presenza dei discepoli meravigliata nell’ora della trasfigurazione, smarrita poi nell’ora della passione: “Prima che tu salissi sulla croce, Signore, un monte ha raffigurato il cielo, e una nube lo sovrastava come tenda. Mentre tu ti trasfiguravi e ricevevi la testimonianza del Padre, erano con te Pietro, Giacomo e Giovanni, perché, dovendo essere con te anche nell’ora del tradimen­to, grazie alla contemplazione delle tue meravi­glie non temessero di fronte ai tuoi patimen­ti… Prima della tua croce, o Signore, prendendo con te i discepoli su un alto monte, davanti a loro ti sei trasfigurato, illuminandoli con bagliori di potenza, volendo mostrare loro lo splendore della risurrezione…”. La trasfigurazione quindi vuol preparare e in qualche modo rafforzare i discepoli di fronte alla passione di Cristo, e allo stesso tempo è prefigurazione della sua risurrezione; uno dei tropari del vespro accosta ambedue i fatti salvifici, mettendo in parallelo la presenza della luce abbagliante, gli angeli, il tremore della terra di fronte al Signore trasfigurato e quindi risorto: “Prefigurando la tua risurrezione, o Cristo Dio, prendesti con te i tuoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni per salire sul Tabor. E mentre tu ti tra­sfi­guravi, o Salvatore, il monte Tabor si ricopriva di luce. I tuoi discepoli, o Verbo, si gettarono a ter­ra, non sopportando la vista della forma che non è dato contemplare. Gli angeli prestavano il loro servi­zio con timore e tremore; fremettero i cieli e la terra tremò, perché sulla terra vedevano il Signore della gloria”.
            La presenza di Mosè ed Elia nella trasfigurazione la collegano anche alla teofania divina al monte Sinai, e allo stesso tempo essi diventano testimoni della sua divino umanità: “Colui che un tempo, mediante simboli, aveva parlato con Mosè sul monte Sinai, dicendo: Io sono ‘Colui che È’, trasfiguratosi oggi sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archeti­pa del­l’im­magine. Prendendo a testimoni di una tale grazia Mosè ed Elia, li rendeva partecipi della sua gioia, mentre essi prean­nuncia­vano il suo esodo tramite la croce, e la salvifi­ca risurrezione”. Quindi troviamo tre testi veterotestamentari che sono presenti come filo conduttore dell'esegesi della festa, collegati alla figura di Mose il primo: “Colui che un tempo aveva parlato con Mosè sul monte Sinai… trasfiguratosi oggi sul monte Tabor…”; ad Elia il secondo, nella sua ascensione in 2Re 2: “Mosè il veggente ed Elia, l’auriga di fuoco, che senza bruciare ha corso i cieli, vedendoti nella nube al momento della tua trasfigurazione, hanno attestato che tu sei, o Cri­sto, l’autore della Legge e dei profeti e colui che li porta a compimento…”. A Davide il terzo nel testo del salmo 88,12-13: “Prevedendo in Spirito la tua venuta tra gli uomini, nella carne, o Figlio Unigenito, già da lungi Davi­de, padre di Dio, convocava la creazione alla festa, esclamando profe­ticamente: Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno...”. La bellezza e la gloria di Cristo trasfigurato manifestano anche la bellezza e la gloria della natura umana che viene rinnovata, redenta dal Signore della gloria: “… oggi il Signore sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archeti­pa del­l’im­magine… Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme ai tuoi discepoli, trasfiguran­doti hai reso di nuovo radiosa la natura un tempo oscu­ratasi in Adamo, facendola passare alla gloria e allo splendore della tua divinità…”.
            Il cànone del mattutino della festa, opera di san Giovanni Damasceno (VII-VIII secoli) con delle immagini bellissime avvicina ambedue le teofanie, quella veterotestamentaria sul Sinai e quella neotestamentaria sul Tabor; da notare come la roccia che sul Sinai protegge Mosè dal morire alla visione divina, nella trasfigurazione lo protegge la stessa umanità di Cristo: “Mosè, sul mare, vedendo un tempo profeticamente nella nube e nella colonna di fuoco la gloria del Signo­re, esclamava: Cantiamo al nostro Redentore e Dio… Protetto dal corpo deificato come un tempo dalla roccia, il veggente Mosè, contemplando l’invisibile, esclamava: Cantiamo al nostro Redentore e Dio… La gloria che un tempo adombrava la tenda e parlava con Mosè tuo servo, era figura della tua tra­sfigurazione… Tu che sei il Dio Verbo, sei divenuto pienamente uomo, congiungendo nella tua persona l’umanità alla pienezza della divinità…”.
            Il collegamento tra la trasfigurazione di Cristo e la sua passione, e la presenza di Mosè e di Elia porta infine l’innografo a riprendere la centralità del mistero della croce di Cristo già prefigurata nei fatti veterotestamentari: “Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso… poi lo riunì su se stesso con frastu­ono… una verga è assunta come figura del mistero perché, con la sua fioritura per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l’albero della croce… o albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, Re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre”. 

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.




martedì 22 luglio 2014

Chirotonia Presbiterale




Domenica 20 Luglio

nella Cattedrale di Nostra Signora del Rosario

il Diacono Giorgio Palamaris

dell'Arcidiocesi Cattolica Greca di Naxos - Tinos- Andros e Mykonos

ha ricevuto la Chirotonia Presbiterale

per imposizione delle mani di S. E. Rev. Arcivescovo Nikolaos Printesis. 

Al neo-Presbitero alunno del nostro Pontificio Collegio Greco, e carissimo amico,

 vanno i nostri migliori auguri. Axios


articolo su: www.tiniaki.gr

sabato 28 giugno 2014

La festa dei santi Pietro e Paolo nella tradizione bizantina



…essi sono le ali della conoscenza di Dio… le braccia della croce…


La festa degli apostoli Pietro e Paolo il giorno 29 giugno è celebrata in tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente, e in alcune delle tradizioni orientali come quella bizantina è preceduta da un periodo di digiuno (quaresima) con una durata variabile in quanto essa inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i Santi, che è quella successiva alla domenica di Pentecoste. Collegata ancora alla presente festa dei due apostoli troviamo nella tradizione bizantina il giorno seguente la celebrazione (sinassi) dei Dodici Apostoli, discepoli del Signore, testimoni della sua Risurrezione, predicatori del suo Vangelo nel mondo intero. L’iconografia di Pietro e Paolo ci tramanda l’abbraccio fraterno tra i due apostoli; oppure l’icona di Pietro e Paolo che sorreggono l’edificio della Chiesa. Inoltre i tratti iconografici dell’uno e dell’altro sono quelli che troviamo già nella tradizione iconografica e musiva più antica di Oriente e di Occidente, tramandata fino a noi: Pietro con cappelli ricci, fronte bassa e barba corta arrotondata; Paolo invece, fronte alta, calvo e barba lunga e liscia. Questa fedeltà iconografica nei tratti del volto di ambedue ci permette di riconoscere la presenza di Pietro e di Paolo nell’icona della Pentecoste, nell’icona della Dormizione della Madre di Dio ed anche nell’icona della comunione degli Apostoli dove Cristo da una parte dell’icona dà il suo Corpo a Pietro e ad altri cinque apostoli, e dall’altra parte dell’icona Cristo che porge il calice con il suo Sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone hanno una chiara simbologia ecclesiologica e sacramentaria e, quindi, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa. L’ufficiatura vespertina del 29 giugno nei tropari celebra e loda ambedue gli apostoli insieme. Essi vengono inneggiati come “primi tra i divini araldi”, “bocche della spada dello Spirito”. I testi liturgici sottolineano chiaramente che Pietro e Paolo sono gli strumenti dell’opera di salvezza che Cristo stesso porta a termine: “Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innal­za­te sino al cielo; sono le mani del vangelo della gra­zia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapien­za, le braccia della croce…”. Per tutti e due gli apostoli, il martirio è la meta per raggiungere Cristo stesso: “L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore”. Pietro viene invocato anche come “sincero amico di Cristo Dio nostro”, e Paolo come “araldo della fede e maestro della terra”. L’innografia bizantina, come d’altronde anche quella di tradizione latina per la festa dei due santi apostoli, collega Pietro e Paolo alla città di Roma dove cui resero la testimonianza fino al martirio: “stupendi ornamenti di Roma…”, “per loro anche Roma si rallegra in coro…”; “o Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insie­me da Roma per confermarci”. I tropari del cànone del mattutino invece, attribuito a Giovanni monaco, alternano lungo le nove odi dei testi e dell’uno e dell’altro dei due apostoli inneggiati separatamente. Pietro viene celebrato come “protos” il primo nel suo ruolo nella Chiesa: “primo chiamato da Cristo”, “capo della Chiesa e grande vescovo”. Pietro è anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: “Sulla pietra della tua teologia, il Sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa”. Pietro, pescatore, viene paragonato al mercante in ricerca di perle preziose: “Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo”. La Pasqua di Cristo diventa per Pietro da una parte la manifestazione del Risorto e dall’altra il risanamento dalla sua triplice negazione: “A te che eri stato chiamato per primo e che inten­samente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepol­cro… Per cancellare il triplice rinnegamento il Sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina”. Paolo invece, sempre nel cànone dell’ufficiatura mattutina, viene presentato nel suo ruolo di predicatore e maestro, chiamato a portare davanti alle genti il nome di Cristo: “tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore”. Per Paolo, il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: “Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradia­zio­ne, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio”. Paolo ancora svolge verso la Chiesa il ruolo del paraninfo che la presenta come sposa allo sposo che è Cristo: “Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teòforo; per questo, com’è suo dove­re, essa onora la tua memoria”. Il vespro prevede tre letture prese dalla prima lettera cattolica di Pietro (1Pt 1,3-9; 1,13-19; 2,11-24). Per quanto riguarda le altre letture bibliche, l’ufficiatura del mattutino riporta la pericope evangelica di Gv 21,14-25, mentre nella Divina Liturgia si leggono 2Cor 11,21-12,9, e Mt 16,13-19. La tradizione bizantina chiama Pietro e Paolo “i primi corifei” (coloro che occupano il primo posto, la dignità più alta) e anche “i primi nella dignità” (protòthroni). Questo loro primo posto e dignità continua nella Chiesa nel loro “intercedere presso il Sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia”.

P. Manuel Nin rettore Pontificio Collegio Greco

Απολυτίκιον Αγίων Αποστόλων Πέτρου και Παύλου

  
Ο τν ποστόλων πρωτόθρονοι, κα τς Οκουμένης διδάσκαλοι, τ Δεσπότ τν λων πρεσβεύσατε, ερήνην τ οκουμέν δωρήσασθαι, κα τας ψυχας μν τ μέγα λεος.



Voi che tra gli Apostoli occupate il primo trono, voi maestri di tutta la terra, intercedete presso il Sovrano dell'universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia.




lunedì 23 giugno 2014

…uomo quanto alla natura, angelo quanto alla vita…



Nascita di San Giovanni Battista, Livorno s. XVIII

La nascita di San Giovanni Battista nella tradizione bizantina

La figura del “profeta e precursore” (prodromos) Giovanni Battista è una di quelle più celebrate nella tradizione liturgica bizantina. Come di Cristo e della Madre di Dio, se ne celebra la concezione il 23 settembre, la nascita il 24 giugno, e la morte (il martirio, la decollazione) il 29 agosto. Inoltre Giovanni Battista viene celebrato il 7 gennaio, immediatamente dopo la festa del Battesimo di Cristo, secondo la prassi delle liturgie orientali che il giorno dopo una grande festa si celebra il personaggio per mezzo di cui Dio porta a termine il suo mistero di salvezza. Ancora per tre volte del Battista ne celebriamo il ritrovamento delle reliquie (la testa), ed infine ogni martedì la liturgia lo commemora in modo speciale. Nell’anafora di Giovanni Crisostomo il Battista è commemorato, dopo l’epiclesi, in seguito alla Madre di Dio, e nella preghiera conclusiva delle ufficiature bizantine viene sempre ricordato appunto dopo Maria e gli angeli. Le tre celebrazioni indicate (concezione, nascita e morte) mettono il Battista come in parallelo con Cristo stesso e con la Madre di Dio, e questo fatto si riflette anche nell’iconografia: la Deisis, l’icona dei due grandi intercessori, Maria e Giovanni, presso Cristo rappresentato come il Re assiso nel trono di gloria, avendo a sua destra la Regina vestita con un manto d’oro variopinto (salmo 44), a sua sinistra il Precursore, l’angelo che gli prepara il cammino e che lo annuncia e lo indica come l’Agnello di Dio. A livello iconografico ancora, le icone della nascita del Battista, della nascita della Madre di Dio e della nascita di Cristo sono molto simili in quanto alla tematica ed alla distribuzione dell’insieme dei diversi personaggi. L’ufficiatura della festa raccoglie dei tropari composti dai grandi innografi bizantini: Giovanni Damasceno, Andrea di Creta, e la monaca Cassianì (IX sec.), che è l’unico esempio di donna innografa nella tradizione bizantina, e che ci ha tramandato anche dei bellissimi testi per il Mercoledì Santo e per il Sabato Santo. I testi liturgici del 24 giugno sottolineano come la nascita di Giovanni Battista inizia l’annuncio della salvezza che arriverà con la nascita di Cristo e che oggi pone fine al mutismo di Zaccaria suo padre: Giovanni, nascendo, rompe il silenzio di Zaccaria, perché non conveniva che il padre tacesse, alla nascita della voce… Oggi la voce del Verbo, scioglie la voce paterna… I titoli dati a Giovanni vengono sempre collegati a Cristo stesso: lampada della Luce, raggio che manifesta il Sole, messaggero del Dio Verbo, paraninfo dello Sposo… Diverse volte i testi liturgici lo chiamano ottimo figlio e cittadino del deserto, e sarà la tradizione monastica di Oriente e di Occidente che avrà sempre una grande stima per il Battista nella sua dimensione di solitudine e di ascesi nel deserto. Ancora in diversi dei testi la liturgia presenterà Giovanni servendosi di immagini per via di contrasto: germoglio della sterile… alba che precorre il sole. La fine della sterilità di Elisabetta è presentata come tipo e preannuncio della fecondità della Chiesa; quella partorirà il Battista, questa partorisce dei figli nel battesimo. Il ruolo che i testi danno a Giovanni è quello di intercessore presso Cristo, e di esserne la voce che lo annuncia, l’angelo che lo precede e ne prepara la strada; per questo fatto anche l’iconografia del Battista molto spesso ce lo presenta con le ali dell’angelo. Lui è l’angelo, il soldato che precede il Re, come lo canta Cassianì all’ufficiatura vespertina della festa: Costui dunque, precedendo come soldato il Re celeste, realmente fa retti i sentieri del nostro Dio, uomo per natura, ma angelo quanto alla vita; abbrac­ciata infatti la castità perfetta e la temperanza, egli possedeva ciò che è secondo natura… Diversi dei tropari mettono in parallelo, con uno scopo chiaramente cristologico, la nascita del Battista e la nascita di Cristo, nascita della voce e nascita del Verbo, nascita da una sterile e nascita da una Vergine; quella del Battista non avviene senza concorso d’uomo, mentre che quella di Cristo avviene dalla Vergine senza concorso umano: Celebriamo il precursore del Signore, che Elisabet­ta ha partorito da matrice sterile, ma non senza seme: Cristo solo, infatti ha attraversato una terra non percorribile e senza seme. Giovanni, lo ha gene­rato una steri­le, ma non senza uomo lo ha partorito; Gesú, lo ha partorito una Vergine pura adombrata dal Padre e dallo Spirito di Dio. Tre letture dell’AT vengono proposte al vespro: Genesi 17.18.21 (annuncio e nascita di Isacco); Giudici 13 (annuncio e nascita di Sansone); Isaia 40 (messaggio di consolazione e fine della sterilità del popolo). Come accennavamo all’inizio, l’icona della festa riprende la stessa distribuzione di quella della nascita della Madre di Dio, e con molte somiglianze anche quella della nascita di Cristo. Nella parte superiore dell’icona, Elisabetta è sdraiata sul letto, dopo aver partorito il bambino, nella stessa disposizione di Anna nell’icona della nascita di Maria, e di costei nell’icona della nascita di Cristo. Le tre donne nelle tre icone sono simbolo della fecondità della Chiesa per mezzo del battesimo. Nell’angolo inferiore dell’icona vediamo diverse donne che lavano il neonato, scena che troviamo anche nelle due icone della nascita di Maria e di Cristo. In tutte e tre le icone il neonato viene lavato in un catino, con una simbologia chiaramente legata al battesimo. In un angolo dell’icona Zaccaria che scrive su una tavoletta il nome del neonato: Giovanni. Anche Gioacchino e Giuseppe occupano un angolo delle altre due icone delle nascite di Maria e di Cristo, il primo in un atteggiamento di contemplazione del misteri, il secondo rappresentando in se stesso il dubbio dell’umanità di fronte al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio. Profeta di Dio e precursore della grazia… Colui che annuncia la salvezza, che precede il dono della grazia, lo celebriamo oggi nel mistero della sua nascita da una coppia di anziani, avanti negli anni, ma resi fecondi dalla grazia dello Spirito che dalla vecchiaia e dalla sterilità fa fruttificare la vera gioia.


P. Manuel Nin osb
Pontificio Collegio Greco



Απολυτίκιον Γενεθλίου του Προδρόμου


domenica 8 giugno 2014

Il dono dello Spirito Santo nell’ufficiatura della Pentecoste




Effonderò la generosa grazia dello Spiri­to…
           

Molto spesso nelle liturgie orientali ci troviamo col fatto che i testi liturgici diventano un commento ai cicli iconografici delle chiese, e viceversa le icone sono l’espressione grafica e visiva di quei testi liturgici. Negli anni 70’ del XX secolo l’iconografo P. Michel Berger, allora ufficiale della Congregazione per le Chiese Orientali, dipingeva l’abside della cappella di San Benedetto nel Pontificio Collegio Greco di Roma, a richiesta dell'allora rettore P. Olivier Raquez; e si ispirava nell’affresco dell'abside che si trova nella chiesa greca di Santo Stefano di Soleto nella Terra d’Otranto, risalente alla fine XIV secolo. In esso vediamo riprodotta nella parte superiore la Santa Trinità in forma antropomorfica, nella missione dello Spirito Santo, rappresentazione che a sua volta riprende tutta la pneumatologia dei padri Cappadoci, specialmente San Basilio. Sotto la rappresentazione trinitaria vediamo due angeli che incensano portando due ceri in mano, ed immediatamente sotto vediamo la rappresentazione della Madre di Dio orante e gli apostoli il giorno della Pentecoste. Due dei tropari del mattutino nell’ufficiatura bizantina della Pentecoste, cantati prima dei salmi di lode 148-150, diventano un bel commento all’iconografia sopra accennata, e a sua volta l’icona stessa diventa l’immagine grafica dei due tropari, soprattutto il primo collegato con l’immagine trinitaria dipinta nell’abside: “O Spirito Santissimo che procedi dal Padre e tramite il Figlio ti sei fatto presente nei discepoli illetterati, salva quanti ti riconoscono come Dio e santifica tutti”. Il secondo dei tropari illustra la lode della Chiesa alla Santa Trinità –la Madre di Dio orante e gli apostoli nell’icona sopra accennata: “Luce è il Padre, luce il Verbo, luce il santo Spirito, che è stato mandato sugli apostoli in lingue di fuoco: grazie a lui tutto il mondo è illuminato per render culto alla Trinità Santa”. Il dono dello Spirito Santo è visto come colui che porta la Chiesa ed ognuno dei cristiani alla lode e la confessione della Santa Trinità.
            Diversi dei tropari dell'’ufficiatura bizantina contemplano la Madre di Dio nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio il quale, dopo la sua ascensione in cielo e seduto alla destra del Padre, manderà sulla Chiesa il dono dello Spirito Santo: “Senza sperimentare corruzione hai concepito, e hai prestato la carne al Verbo, Artefice dell’universo, o Madre ignara d’uomo, o Vergine Madre-di-Dio, ricet­tacolo di Colui che non può esser contenuto, dimora del tuo immenso Creatore: noi ti magnifichiamo… È giusto cantare la Vergine che genera; essa sola infatti ha portato, celato nelle proprie vi­scere, il Verbo che guarisce la natura inferma dei mortali, e che ora, assiso alla de­stra pater­na, ha mandato la grazia dello Spirito”. Il testo si serve di un linguaggio cristologico quasi audace (“hai prestato la carne…”) per parlare dell'incarnazione del Verbo.
            Il Cristo inoltre promette lo Spirito Santo ai discepoli; per questo parecchi dei testi della liturgia bizantina sottolineano il legame stretto tra Ascensione e Pentecoste: “Disse l’augusta e venerabile bocca: Non soffrirete per la mia assenza, voi, miei amici: assiso infatti insieme al Padre sull’eccelso trono, effonderò la generosa grazia dello Spiri­to, perché risplenda su quanti la deside­ra­no… Legge immutabile, il Verbo veracissimo, dona tranquillità ai cuori: portata infatti a compi­mento la sua opera, rallegra gli amici, il Cristo, elargendo lo Spirito come aveva promes­so, con vento impetuoso e lingue di fuoco”. La Pentecoste è cantata come il momento salvifico contrapposto alla dispersione di Babele: “La potenza del divino Spirito, col suo avvento ha divinamente composto in un’unica armonia il linguag­gio che un tempo era divenuto molteplice in coloro che si erano uniti per uno scopo malvagio; essa ha ammaestrato i credenti nella scienza della Trinità , dalla quale siamo stati rafforzati”.
            La Pentecoste è anche celebrata come un momento battesimale. In primo luogo in quanto il dono dello Spirito è illuminazione per gli apostoli e per tutti i cristiani: “Incomprensibile è la Tearchia suprema: essa ha reso eloquenti gli illetterati, che con una sola loro parola fanno tacere gli oracoli del­l’er­rore, e con la folgore dello Spirito sottrag­gono popoli innumerevoli alla notte profonda… È l’eterno splendore dall’immane potere illuminante procedente dalla Luce ingenita, quello che ora, mediante il Figlio, dall’essen­za del Padre, manifesta con fragore di fuoco il proprio connatu­rale fulgore alle genti raccolte in Sion”. Il costato trafitto di Cristo diventa allora un battesimo ed un dono dello Spirito Santo: “Mescolando alla parola il divino lavacro di rigenera-zione per la mia natura composi­ta, tu lo riversi su di me come fiume inondante dal tuo immaco­lato fianco trafit­to, o Verbo di Dio, conferman­dolo con l’ardore dello Spiri­to”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

sabato 7 giugno 2014

Domenica di Pentecoste



“La festa della discesa del Santo Spirito”. Pronuncio queste parole che conosco sin dalla mia infanzia e mentre le pronuncio mi colpiscono come se le sentissi per la prima volta. Sì, sin dal tempo in cui ero bambino ho saputo che 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua, i Cristiani, da tempi immemorabili, celebravano e continuano a celebrare la discesa del Santo Spirito durante una festa conosciuta col suo nome ecclesiale come Pentecoste o, più comunemente, come “Trinità”, il giorno della Trinità.
Da secoli, per preparare questa Festa, le chiese venivano pulite ed ornate con fronde verdi e rami, e si spargeva dell’erba per terra… Il giorno della festa, al momento del Vespro solenne, i fedeli stavano in chiesa con dei fiori in mano. Queste abitudini spiegano come la festa della Pentecoste è entrata nella coscienza popolare e nella letteratura russa come un tipo di celebrazione radiante, brillante come il sole, la festa della fioritura, un gioioso incontro tra gli umani ed il mondo di Dio in tutta la sua bellezza e la sua grazia.
Tutte le religioni, comprese le più antiche e primitive, avevano una festa per la fioritura, una festa per celebrare la prima comparsa di germogli, di piante, di frutta. Nell’antico giudaismo, era la festa di Pentecoste. Se nella religione del Vecchio Testamento, la Pasqua celebrava la risurrezione del mondo e della natura in primavera, allora la Pentecoste ebraica era la festa del passaggio della primavera verso l’estate, celebrando la vittoria del sole e della luce, la festa della pienezza cosmica. Ma nell’Antico Testamento, una festa comune a tutte le società umane acquisisce un nuovo significato: diventa la commemorazione annuale della salita di Mosè sul monte Sinai, dove in un indicibile incontro mistico, Dio rivela se stesso, entrando in un’Alleanza, dando i Comandamenti, e promettendo la Salvezza. In altri termini, la religione cessò di essere semplicemente naturale, e diventa allora l’inizio della storia: Dio aveva rivelato la Sua Legge, i Suoi Comandamenti, il Suo piano per l’umanità, ed aveva mostrato il cammino. La primavera, l’estate, il ciclo naturale eterno, diventò un segno ed un simbolo non soltanto della natura, ma del destino spirituale dell’uomo, e il comandamento di crescere nella pienezza della conoscenza, vita e pienezza perfetta… infine, nell’ultima fase del Vecchio Testamento, con l’insegnamento e la visione dei profeti, questa festa divenne una celebrazione diretta verso l’avvenire, verso la vittoria finale di Dio nella Sua Creazione. Ecco come il profeta Gioele ne parla: Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati”(Gioele 3, 1-5).
È così che la festa ebraica della Pentecoste è una festa della natura e del cosmo, una festa della storia vista come rivelazione della volontà di Dio per il mondo e gli uomini, una festa del trionfo futuro, della vittoria di Dio sul male e della venuta del grande ed ultimo “Giorno del Signore”. Occorre tenere tutto questo a mente per comprendere come i primi Cristiani hanno sperimentato, compreso e celebrato la loro festa di Pentecoste, e perché è diventata una delle più importanti celebrazioni cristiane.
Il Libro degli Atti degli Apostoli, dedicato a narrare la storia dei primi Cristiani e della diffusione iniziale del Cristianesimo, comincia precisamente con il giorno della Pentecoste, descrivendo ciò che si verificò 50 giorni dopo la Risurrezione di Cristo, e 10 giorni dopo la Sua Ascensione al Cielo. Appena prima della Sua Ascensione, Cristo aveva detto ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me” (Atti 1, 4). Così 10 giorni dopo, secondo il racconto di san Luca: “E quando il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi […] E tutti stupivano ed eran perplessi dicendosi l’uno all’altro: Che vuol esser questo? Ma altri, beffandosi, dicevano: Son pieni di vin dolce” (Atti 2, 1-4; 12-13).
A quelli che assistevano alla scena, ed erano rimasti scettici, l’Apostolo Pietro spiegò il significato dell’evento utilizzando le parole del profeta Gioele citate più su. Dice: “Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: ‘E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne’ ” (Atti 2, 16-17).
Di conseguenza, per il Cristiano, la festa della Pentecoste è il completamento di tutto ciò che Cristo ha compiuto. Cristo ha insegnato a proposito del Regno di Dio, ed ecco, ora è aperto! Cristo ha promesso che lo Spirito di Dio avrebbe rivelato la verità, e anche questo, si è compiuto. Il mondo, la storia, la vita, il tempo, tutti sono illuminati dalla luce finale, trascendente, tutti sono riempiti del significato ultimo. L’ultimo e grande giorno del Signore è cominciato!

Protopresbitero Alexander Schmemann


APOLITIKION

Εὐλογητὸς εἶ, Χριστὲ ὁ Θεὸς ἡμῶν, ὁ πανσόφους τοὺς ἁλιεῖς ἀναδείξας, καταπέμψας αὐτοῖς τὸ Πνεῦμα τὸ ἅγιον, καὶ δι' αὐτῶν τὴν οἰκουμένην σαγηνεύσας, φιλάνθρωπε, δόξα σοι.


Benedetto sei Tu, o Cristo Dio nostro, che hai mostrato sapienti i pescatori per aver mandato lo Spirito Santo, e per mezzo di essi hai preso nelle reti il mondo; o amico degli uomini, gloria a te.