lunedì 20 maggio 2013

Il dono dello Spirito Santo nell’ufficiatura della Pentecoste




Effonderò la generosa grazia dello Spiri­to…
           

Molto spesso nelle liturgie orientali ci troviamo col fatto che i testi liturgici diventano un commento ai cicli iconografici delle chiese, e viceversa le icone sono l’espressione grafica e visiva di quei testi liturgici. Negli anni 70’ del XX secolo l’iconografo P. Michel Berger, allora ufficiale della Congregazione per le Chiese Orientali, dipingeva l’abside della cappella di San Benedetto nel Pontificio Collegio Greco di Roma, a richiesta dell'allora rettore P. Olivier Raquez; e si ispirava nell’affresco dell'abside che si trova nella chiesa greca di Santo Stefano di Soleto nella Terra d’Otranto, risalente alla fine XIV secolo. In esso vediamo riprodotta nella parte superiore la Santa Trinità in forma antropomorfica, nella missione dello Spirito Santo, rappresentazione che a sua volta riprende tutta la pneumatologia dei padri Cappadoci, specialmente San Basilio. Sotto la rappresentazione trinitaria vediamo due angeli che incensano portando due ceri in mano, ed immediatamente sotto vediamo la rappresentazione della Madre di Dio orante e gli apostoli il giorno della Pentecoste. Due dei tropari del mattutino nell’ufficiatura bizantina della Pentecoste, cantati prima dei salmi di lode 148-150, diventano un bel commento all’iconografia sopra accennata, e a sua volta l’icona stessa diventa l’immagine grafica dei due tropari, soprattutto il primo collegato con l’immagine trinitaria dipinta nell’abside: “O Spirito Santissimo che procedi dal Padre e tramite il Figlio ti sei fatto presente nei discepoli illetterati, salva quanti ti riconoscono come Dio e santifica tutti”. Il secondo dei tropari illustra la lode della Chiesa alla Santa Trinità –la Madre di Dio orante e gli apostoli nell’icona sopra accennata: “Luce è il Padre, luce il Verbo, luce il santo Spirito, che è stato mandato sugli apostoli in lingue di fuoco: grazie a lui tutto il mondo è illuminato per render culto alla Trinità Santa”. Il dono dello Spirito Santo è visto come colui che porta la Chiesa ed ognuno dei cristiani alla lode e la confessione della Santa Trinità.
            Diversi dei tropari dell'’ufficiatura bizantina contemplano la Madre di Dio nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio il quale, dopo la sua ascensione in cielo e seduto alla destra del Padre, manderà sulla Chiesa il dono dello Spirito Santo: “Senza sperimentare corruzione hai concepito, e hai prestato la carne al Verbo, Artefice dell’universo, o Madre ignara d’uomo, o Vergine Madre-di-Dio, ricet­tacolo di Colui che non può esser contenuto, dimora del tuo immenso Creatore: noi ti magnifichiamo… È giusto cantare la Vergine che genera; essa sola infatti ha portato, celato nelle proprie vi­scere, il Verbo che guarisce la natura inferma dei mortali, e che ora, assiso alla de­stra pater­na, ha mandato la grazia dello Spirito”. Il testo si serve di un linguaggio cristologico quasi audace (“hai prestato la carne…”) per parlare dell'incarnazione del Verbo.
            Il Cristo inoltre promette lo Spirito Santo ai discepoli; per questo parecchi dei testi della liturgia bizantina sottolineano il legame stretto tra Ascensione e Pentecoste: “Disse l’augusta e venerabile bocca: Non soffrirete per la mia assenza, voi, miei amici: assiso infatti insieme al Padre sull’eccelso trono, effonderò la generosa grazia dello Spiri­to, perché risplenda su quanti la deside­ra­no… Legge immutabile, il Verbo veracissimo, dona tranquillità ai cuori: portata infatti a compi­mento la sua opera, rallegra gli amici, il Cristo, elargendo lo Spirito come aveva promes­so, con vento impetuoso e lingue di fuoco”. La Pentecoste è cantata come il momento salvifico contrapposto alla dispersione di Babele: “La potenza del divino Spirito, col suo avvento ha divinamente composto in un’unica armonia il linguag­gio che un tempo era divenuto molteplice in coloro che si erano uniti per uno scopo malvagio; essa ha ammaestrato i credenti nella scienza della Trinità , dalla quale siamo stati rafforzati”.
            La Pentecoste è anche celebrata come un momento battesimale. In primo luogo in quanto il dono dello Spirito è illuminazione per gli apostoli e per tutti i cristiani: “Incomprensibile è la Tearchia suprema: essa ha reso eloquenti gli illetterati, che con una sola loro parola fanno tacere gli oracoli del­l’er­rore, e con la folgore dello Spirito sottrag­gono popoli innumerevoli alla notte profonda… È l’eterno splendore dall’immane potere illuminante procedente dalla Luce ingenita, quello che ora, mediante il Figlio, dall’essen­za del Padre, manifesta con fragore di fuoco il proprio connatu­rale fulgore alle genti raccolte in Sion”. Il costato trafitto di Cristo diventa allora un battesimo ed un dono dello Spirito Santo: “Mescolando alla parola il divino lavacro di rigenera-zione per la mia natura composi­ta, tu lo riversi su di me come fiume inondante dal tuo immaco­lato fianco trafit­to, o Verbo di Dio, conferman­dolo con l’ardore dello Spiri­to”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

venerdì 17 maggio 2013

Domenica di Pentecoste



“La festa della discesa del Santo Spirito”. Pronuncio queste parole che conosco sin dalla mia infanzia e mentre le pronuncio mi colpiscono come se le sentissi per la prima volta. Sì, sin dal tempo in cui ero bambino ho saputo che 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua, i Cristiani, da tempi immemorabili, celebravano e continuano a celebrare la discesa del Santo Spirito durante una festa conosciuta col suo nome ecclesiale come Pentecoste o, più comunemente, come “Trinità”, il giorno della Trinità.
Da secoli, per preparare questa Festa, le chiese venivano pulite ed ornate con fronde verdi e rami, e si spargeva dell’erba per terra… Il giorno della festa, al momento del Vespro solenne, i fedeli stavano in chiesa con dei fiori in mano. Queste abitudini spiegano come la festa della Pentecoste è entrata nella coscienza popolare e nella letteratura russa come un tipo di celebrazione radiante, brillante come il sole, la festa della fioritura, un gioioso incontro tra gli umani ed il mondo di Dio in tutta la sua bellezza e la sua grazia.
Tutte le religioni, comprese le più antiche e primitive, avevano una festa per la fioritura, una festa per celebrare la prima comparsa di germogli, di piante, di frutta. Nell’antico giudaismo, era la festa di Pentecoste. Se nella religione del Vecchio Testamento, la Pasqua celebrava la risurrezione del mondo e della natura in primavera, allora la Pentecoste ebraica era la festa del passaggio della primavera verso l’estate, celebrando la vittoria del sole e della luce, la festa della pienezza cosmica. Ma nell’Antico Testamento, una festa comune a tutte le società umane acquisisce un nuovo significato: diventa la commemorazione annuale della salita di Mosè sul monte Sinai, dove in un indicibile incontro mistico, Dio rivela se stesso, entrando in un’Alleanza, dando i Comandamenti, e promettendo la Salvezza. In altri termini, la religione cessò di essere semplicemente naturale, e diventa allora l’inizio della storia: Dio aveva rivelato la Sua Legge, i Suoi Comandamenti, il Suo piano per l’umanità, ed aveva mostrato il cammino. La primavera, l’estate, il ciclo naturale eterno, diventò un segno ed un simbolo non soltanto della natura, ma del destino spirituale dell’uomo, e il comandamento di crescere nella pienezza della conoscenza, vita e pienezza perfetta… infine, nell’ultima fase del Vecchio Testamento, con l’insegnamento e la visione dei profeti, questa festa divenne una celebrazione diretta verso l’avvenire, verso la vittoria finale di Dio nella Sua Creazione. Ecco come il profeta Gioele ne parla: “Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati”(Gioele 3, 1-5).
È così che la festa ebraica della Pentecoste è una festa della natura e del cosmo, una festa della storia vista come rivelazione della volontà di Dio per il mondo e gli uomini, una festa del trionfo futuro, della vittoria di Dio sul male e della venuta del grande ed ultimo “Giorno del Signore”. Occorre tenere tutto questo a mente per comprendere come i primi Cristiani hanno sperimentato, compreso e celebrato la loro festa di Pentecoste, e perché è diventata una delle più importanti celebrazioni cristiane.
Il Libro degli Atti degli Apostoli, dedicato a narrare la storia dei primi Cristiani e della diffusione iniziale del Cristianesimo, comincia precisamente con il giorno della Pentecoste, descrivendo ciò che si verificò 50 giorni dopo la Risurrezione di Cristo, e 10 giorni dopo la Sua Ascensione al Cielo. Appena prima della Sua Ascensione, Cristo aveva detto ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me” (Atti 1, 4). Così 10 giorni dopo, secondo il racconto di san Luca: “E quando il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi […] E tutti stupivano ed eran perplessi dicendosi l’uno all’altro: Che vuol esser questo? Ma altri, beffandosi, dicevano: Son pieni di vin dolce” (Atti 2, 1-4; 12-13).
A quelli che assistevano alla scena, ed erano rimasti scettici, l’Apostolo Pietro spiegò il significato dell’evento utilizzando le parole del profeta Gioele citate più su. Dice: “Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: ‘E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne’ ” (Atti 2, 16-17).
Di conseguenza, per il Cristiano, la festa della Pentecoste è il completamento di tutto ciò che Cristo ha compiuto. Cristo ha insegnato a proposito del Regno di Dio, ed ecco, ora è aperto! Cristo ha promesso che lo Spirito di Dio avrebbe rivelato la verità, e anche questo, si è compiuto. Il mondo, la storia, la vita, il tempo, tutti sono illuminati dalla luce finale, trascendente, tutti sono riempiti del significato ultimo. L’ultimo e grande giorno del Signore è cominciato!

Protopresbitero Alexander Schmemann


APOLITIKION

Ελογητς ε, Χριστ Θες μν, πανσόφους τος λιες ναδείξας, καταπέμψας ατος τ Πνεμα τ γιον, κα δι' ατν τν οκουμένην σαγηνεύσας, φιλάνθρωπε, δόξα σοι.

Benedetto sei Tu, o Cristo Dio nostro, che hai mostrato sapienti i pescatori per aver mandato lo Spirito Santo, e per mezzo di essi hai preso nelle reti il mondo; o amico degli uomini, gloria a te.







venerdì 10 maggio 2013

Bisognerebbe un po rifletterci sopra !!!!!!!!!


Turchia, sventato un piano per uccidere Bartolomeo I





Secondo i media tre uomini progettavano di uccidere il Patriarca di Costantinopoli il prossimo 29 maggio

La polizia turca ha sventato un piano per assassinare il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I riferisce oggi la stampa di Ankara. Un uomo è stato arrestato, altri due sono ricercati. Secondo la tv privata Ntv i tre progettavano di uccidere il capo della chiesa greco-ortodossa mondiale il 29 maggio, in occasione del 560/o anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli. Stando a Zaman online il piano è stato scoperto grazie ad una lettera anonima inviata al procuratore capo di Istanbul.

È la seconda volta in cinque anni che la polizia turca sventa un complotto per assassinare il leader spirituale di circa 300 milioni di cristiani ortodossi nel mondo, ricorda Zaman online. L'uomo arrestato, identificato come Serdar A., e i suoi due presunti complici avrebbero dovuto colpire nell' anniversario della caduta dell'allora capitale dell'impero bizantino nelle mani del sultano ottomano Mehmet II, nel 1453. La conquista della città, oggi Istanbul, aveva segnato il crollo dell'impero cristiano bizantino e la nascita di quello ottomano musulmano.

Bartolomeo I, al secolo Dimitris Archotonis, 73 anni, cittadino turco, è patriarca ecumenico dal 1991. Il 19 marzo scorso ha partecipato a Roma alla messa di inizio del pontificato di Papa Francesco a Roma. È stato il primo patriarca di Costantinopoli ad assistere all'investitura di un nuovo pontefice dal grande scisma d'oriente del 1054.




giovedì 9 maggio 2013

Ad un’unica voce, per una sola Patria !


Ci avete fatto vivere in un sogno che si chiama Patria, e sotto i governanti che hanno preso dalla storia il loro campo giochi, hanno perso  entrambe le squadre e abbiamo perso il sogno.
Libano, figlio dei dolori, della morte e delle emigrazioni. La sua storia scritta da capi indegni delle loro sedi, di qualsiasi religione essi siano,  cristiani o musulmani, rarissimi fra loro coloro i quali hanno cercato il bene dei cittadini tralasciati alla provvidenza divina che infatti non ha mai abbandonato nessuno.
Dio non vuole la terra, ne il governo ne tantomeno  i soldi, non vuole niente, ma ci chiede di essere un tutt’uno, un unicum, una cosa sola,  senza che il cristiano condanni il musulmano o viceversa, perché quando uno non si apre all’altro, si prova che nessuno vive e sperimenta il vero esempio, uno con l’altro condividendo entrambi la comune terra in pace, la fede, la patria come veri cittadini. Dio che perdona, ama il giusto e la giustizia, il Dio in cui noi crediamo non ci vuole cosi divisi in nome suo, ma ci vuole uniti e forti per poter veramente lodare non con la vana parola ma con il cuore, cuore puro con conversione interna ed esterna.

Dove possiamo trovare oggi quest’amore, giustizia e perdono fra di noi cittadini dello stesso paese, della stessa madre patria? Sono cose divine? Sono teorie?

Non penso proprio perché se ci mettiamo a pensare bene tornando 10 anni indietro ci ricorderemo dei discorsi dei nostri padri, nonni che ci hanno insegnato gli stessi virtù che hanno dato la loro vita per renderli veri, per viverli con i loro fratelli nella patria in pace e serenità, però come tutti gli esseri umani su questa terra non cerchiamo mai di imparare della nostra storia, dell’esperienza dei nostri predecessori che veramente hanno provato con tutti i mezzi di salvare la cittadinanza che grazie a Dio siamo fieri di portarla.
Chi ci ha preceduto sicuramente non viveva in un sogno, ed ancora oggi si notano i loro passi, non possiamo vanificare il loro lavoro e pretendere di voler detenere con i nostri nuovi mezzi tecnologici la superiorità su tutto.  Oh tu che ti consideri sapiente attento a non cadere, perché il vero uomo è quello che lascia la traccia sua sulla via dritta, per cui invito me stesso in primo luogo e vi invito tutti a scrivere la nostra storia con amore, con fede e fiducia in noi stessi e in Dio che veglia lassù affinché regni la pace.
Vi invito ad essere fratelli ed esempio uno dell’altro ovunque siate nel mondo perché come dice il Corano «Dio converte chi vuole dei fedeli» e chiunque sii non poi cambiare il destino che ha scritto Dio per lui, come anche nel Vangelo il nostro Signore ci ha detto

«Se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi», chiedendoci di perdonarlo eternamente vivendo l’esempio fino alla croce «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».

Quel modello che ha vissuto il mondo arabo, malgrado il periodo d’agonia che vive oggi il  nostro prezioso Oriente, le chiese cattoliche orientali hanno celebrato la Resurrezione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, ognuno seguendo la propria tradizione ed il proprio rito. Ci sono tante chiese orientali cattoliche e sono differenti, ma nello stesso momento sono uniti nella Parola e nell’Agire per testimoniare la Pace, l’Amore e l’Unità fra tutti nella diversità.
Chiese che hanno vissuto momenti di difficoltà simili, ed hanno perso preziosi sacerdoti e validi laici martiri per la testimonianza che stanno vivendo ogni giorno, rischiando la propria vita per testimoniare la pace, l’amore e l’unità fra di loro e con i loro concittadini, condividendo con essi una nazione, una cultura e una lingua. Unendosi alla preghiera del Santo Padre e a tutte le preghiere dei rispettivi Patriarchi, i quali li hanno confortato nei momenti deboli, e non li hanno lasciati soli nel momento più difficile volendo dire a tutto il mondo e ad una univoca voce Buona Pasqua, Buon Passaggio, dalla morte alla Resurrezione, dal buio alla Luce, dal dubbio alla Fede.
Quello è il messaggio di queste chiese sofferenti oggi, per cui invito tutti ad unirci a loro elevando un’unica preghiera, invocando il Signore affinché gli dii la pazienza e la solidarietà per poter continuare nella loro testimonianza cercando di portare Pace e Luce alle loro terre, da cui San Paolo accecato ha potuto vedere con il cuore il Signore.
Infine vorrei augurarvi una buona festa dell’ascensione, momento liturgico di grande testimonianza indelebile del Cristo Risuscitato, invitandovi a innalzare gli occhio e i cuori verso il Signore, colui che ci affianca tramite i nostri fratelli e tramite noi a loro. Preghiamo che Dio illumini la mente ed il cuore dei nostri governanti, sia essi cristiani e musulmani, affinchè Dio gli liberi l’anima per poter cercare sempre la pace fra di essi per il bene di tutto.   
     
Michel Skaf, alunno P.C.G

mercoledì 8 maggio 2013

L’Ascensione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.





Tu che per me come me ti sei fatto povero…

          La festa dell’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L'icona della festa riprende due testi del Nuovo Testamento: Lc 24,50-53: Poi il Signore condusse i discepoli fuori e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... Si tratta senz’altro dell'icona dell'Ascensione del Signore, ma anche l’icona della sua seconda venuta. L'immagine è divisa in due parti ben distinte: quella superiore dove si vede Cristo assiso su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore l’icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui c’è Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti. L'icona dell'Ascensione –e la stessa festa dell'Ascensione come vedremo nei testi liturgici- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli. Quindi dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo Signore presiede la sua Chiesa - nell'icona questo è molto evidente; Lui dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L'atteggiamento di Maria nell’icona è sempre lo stesso: la preghiera. Lei no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell'Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa per ricordarle la necessità della veglia, dell'’attesa, della preghiera. Icona dell'Ascensione di Cristo, ma anche l'icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo: nell’icona su potrebbe anche legere una croce formata dall’asse verticale da Cristo a Maria, e l’asse orizzontale che percorre le teste degli angeli in bianche vesti e gli apostoli stessi; icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.
          L’icona dell'Ascensione e i testi dell'ufficiatura della festa sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l’umanità da noi assunta: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini…”.
          L’Ascensione del Signore nei testi della liturgia della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo. L’icona della festa della Pentecoste infatti riprenderà quasi uguale la parte inferiore dell'icona dell'Ascensione: in ambedue vediamo la Madre di Dio e gli apostoli in atteggiamento di preghiera contemplando il Cristo ascendente; la Madre di Dio e gli apostoli, la Chiesa stessa in atteggiamento di preghiere per ricevere il dono dello Spirito Santo: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall'eternità, nel suo seno dimora… Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre…”.
          Tutta l’economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, viene riassunto in uno dei tropari del vespro, che lo presenta con l’immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.
          Uno dei tropari dell'ufficiatura del vespro canta l’ascensione del Signore servendosi del salmo 23 nella sua forma dialogica, così come lo troviamo anche nella stessa notte di Pasqua nella liturgia bizantina: “Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l'un l'altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre”.
          Icona e festa dell'Ascensione del Signore; icona e festa della sua seconda  venuta. Diversi dei testi del mattutino della festa sottolineano questo doppio aspetto, commentando quasi iconograficamente l’uno e l’altro: “Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube… Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l'ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo Giudice…”. Il tropario della festa raccoglie i diversi aspetti della festa stessa: “Sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, rallegrando i discepoli con la promessa del Santo Spirito: essi rimasero confermati dalla tua benedizione, perché tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.




APOLITIKION

νελήφθης ν δόξ, Χριστ Θες μν, χαροποιήσας τος Μαθητάς, τ παγγελί το γίου Πνεύματος· βεβαιωθέντων ατν δι τς ελογίας, τι σ ε Υός το Θεο, λυτρωτς το κόσμου.


Ascendesti nella gloria, o Cristo Dio nostro, e rallegrasti i discepoli con la promessa del Santo Spirito, essendo essi confermati per la tua benedizione, che tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo.





domenica 5 maggio 2013

Pasqua Ortodossa




MESSAGGIO PATRIARCALE PER LA SANTA PASQUA



+  B A R T O L O M E O
PER GRAZIA DI DIO
ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI – NUOVA ROMA
E PATRIARCA ECUMENICO
A TUTTO IL PLEROMA DELLA CHIESA, GRAZIA,  PACE E MISERICORDIA
DA CRISTO GLORIOSAMENTE RISORTO



Fratelli concelebranti e Figli fedeli e devoti della Chiesa,

Cristo è Risorto!

L’annuncio della Resurrezione da parte delle donne Mirofore ai Discepoli di Cristo, è stata considerata da questi un delirio. E tuttavia la notizia definita come delirio, si è confermata come Verità. Il Cristo risorto, si è manifestato ai Suoi Discepoli ripetutamente.
Nella nostra epoca, la proclamazione della Resurrezione è avvertita ancora una volta come un delirio per i razionalisti. Ciò nonostante, noi credenti non solo crediamo, ma anche viviamo la Resurrezione come il fatto più veritiero. Suggelliamo la nostra testimonianza, se c’è bisogno,  col sacrificio della nostra vita, in quanto nel Cristo Risorto, superiamo la morte  e siamo liberati  dalla paura di essa.  La nostra bocca è piena di gioia nel dire: E’ risorto il Signore. I nostri Santi, morti per il mondo, vivono tra noi, rispondono alle nostre richieste. Il mondo oltre la morte è più vero di quello prima della morte. Cristo è risorto e vive tra noi.  Ha promesso che sarà con noi fino alla fine dei tempi. E veramente lo è. Amico e fratello e terapeuta e datore di ogni bene.
Benedetto sia Dio, il Risorto dai morti e che dona a tutti la vita eterna. Dov’è o morte la tua vittoria? E’ risorto Cristo “e ha mostrato colui che si gloriava senza misura come un giocatore ridicolo  (v. Canone Stavroanastasimo del 4° tono, IX Ode, poema di Giovanni Damasceno). Ogni cosa è riempita di Luce ed i nostri cuori sono riempiti di  una gioia straordinaria.
E non solo di gioia, ma anche di forza. Colui che crede nella Resurrezione, non teme la morte; e colui che non teme la morte è psicologicamente inflessibile e irriducibile, in quanto ciò che per i molti e i non credenti è la più temibile minaccia, per il cristiano credente è un fatto  di poca importanza, in quanto essa è l’ingresso nella vita. Il credente cristiano vive la Resurrezione anche prima della sua morte naturale.
La  conseguenza del vivere la Resurrezione è la trasformazione del mondo. Entusiasma l’anima. E l’anima entusiasta attrae sul suo percorso le altre anime, le quali si commuovono   nel vivere in verità la gioia della Resurrezione. La Resurrezione  di Cristo e la nostra  propria resurrezione  non sono una verità teorica.  Sono dogma della nostra fede. Sono un realtà palpabile. Sono la forza che ha vinto il mondo, nei confronti delle più dure persecuzioni contro di essa. “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo, la nostra fede” (1 Gv. 5,4) nella Resurrezione. Per mezzo della Resurrezione  l’uomo diviene per grazia Dio. Per mezzo della vittoria della luce della resurrezione sulle passioni umane, si stabilisce nella nostra anima un fuoco divino ed un certo strano amore che supera la condizione umana.
Cristo è risorto, dunque! I nostri cuori sono straripanti di Luce e di gioia di Resurrezione .  Ci presentiamo con naturalezza e semplicità al Cristo Risorto. Perché come dice il Profeta Davide, “un cuore contrito ed umiliato, non lo disprezzerà” (Sal. 50,19).
La Resurrezione è la nostra forza, la nostra speranza, la nostra gioia, il nostro annuncio.  Attraverso  la Resurrezione  superiamo il dolore  e l’afflizione  per  tutte le cose tristi della vita naturale terrena. La Resurrezione è la risposta di Dio al dubbio dell’uomo ferito dai mali del mondo.
Nelle difficoltà e nelle disavventure che vive  oggi il mondo, noi non cediamo,
La riunione su ciò degli impauriti Discepoli del Signore  nella stanza superiore di Sion, ci rafforza. Non abbiamo paura, perché amiamo tutti, come ci ha amato Colui che ha offerto la Sua anima per noi. In un modo divino e umano, il Signore Risorto ci accompagna invisibilmente. Basta avere – e ne abbiamo – amore. E con l’amore siamo testimoni della forza del Mistero. Del Mistero! E se altri sono incerti umanamente, e “ hanno ammassato mucchi di covoni delle opere” (stichirà del Vespero della Domenica del Figliol Prodigo), noi ci gloriamo. E anche se noi “non disperdiamo  con benevola compassione  la pula delle opere dell’ingiustizia e le nostre passioni e non distendiamo  aie di conversione”, il Cristo Risorto è Amore e scioglie ogni sorta di tenebra e la paura attorno a noi  ed entra in noi e nel mondo, spesse volte pur essendo chiuse le porte dei nostri cuori.   E “resta con noi” stabilmente attraverso la croce dell’amore. Il suo invito è la pace. Offre a noi la Sua pace.   I potenti di questo mondo  assicurano  e  promettono pace, ma mai essa si è attuata in pratica. La forza del Divino Amore,  della Pace e della Sapienza, resta fuori da ogni sgomento umano . Non si trova né a margine della realtà né nel cerchio di certe opinioni individuali. E’ il cuore il centro dei fatti.  E’ il cuore dell’umanità. E’ il centro della vita. Esercita la signoria sui vivi e sui morti. E’ la Verità.
La incontestabile superiorità della Potenza tiene invisibilmente le redini, dirige ogni cosa , nello stesso tempo in cui molti uomini  “hanno il buio nella mente”: Nel periodo del generale odierno sfacelo mondiale, la speranza di tutti i confini della terra, la Sapienza di Dio,  è la presenza della sintesi  e  dell’armonia celeste. Nel momento del crollo e della attesa della morte, vi è la realtà della Resurrezione  e il conforto della fede nel Signore.

La pace di colui che ha calpestato la morte con la morte  attraverso il suo annientamento e la gioia dell’amore rallegrano e guariscono l’”umanità” attuale che geme e soffre in ogni momento  e con essa anche la natura che geme e soffre, “attendendo la rivelazione e l’adozione della libertà della gloria dei figli di Dio.”(Rom. 8,20-23).
Veramente il Signore è risorto, padri e fratelli e figli!

Santa Pasqua 2013

Il Patriarca di Costantinopoli
Fervente supplice di tutti voi
Verso il Cristo Risorto.


mercoledì 1 maggio 2013

2 Maggio, Memoria di Sant' Atanasio il Grande, patrono del Pontificio Collegio Greco




Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande Santo è l'appassionato teologo dell'incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che - come dice il prologo del quarto Vangelo - «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell'eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l'uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia, e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. Nato probabilmente ad Alessandria, in Egitto, verso l'anno 300, Atanasio ricevette una buona educazione prima di divenire diacono e segretario del Vescovo della metropoli egiziana, Alessandro. Stretto collaboratore del suo Vescovo, il giovane ecclesiastico prese parte con lui al Concilio di Nicea, il primo a carattere ecumenico, convocato dall'imperatore Costantino nel maggio del 325 per assicurare l'unità della Chiesa. I Padri niceni poterono così affrontare varie questioni, e principalmente il grave problema originato qualche anno prima dalla predicazione del presbitero alessandrino Ario. Questi, con la sua teoria, minacciava l'autentica fede in Cristo, dichiarando che il Logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere «medio» tra Dio e l'uomo, e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il «Simbolo della fede» che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella Liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale - che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella Celebrazione eucaristica - figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il Logos, è «della stessa sostanza» del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani. Morto il Vescovo Alessandro, Atanasio divenne, nel 328, suo successore come Vescovo di Alessandria, e subito si dimostrò deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane condannate dal Concilio niceno. La sua intransigenza, tenace e a volte molto dura, anche se necessaria, contro quanti si erano opposti alla sua elezione episcopale e soprattutto contro gli avversari del Simbolo niceno, gli attirò l'implacabile ostilità degli ariani e dei filoariani. Nonostante l'inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere - in questa situazione persino Ario fu riabilitato -, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Questi, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell'unità dell'Impero e dei suoi problemi politici, voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile - secondo il suo parere - a tutti i sudditi nell'Impero. La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte - durante un trentennio, tra il 336 e il 366 - Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant'Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant'Atanasio. Reinsediato definitivamente nella sua sede, il Vescovo di Alessandria poté dedicarsi alla pacificazione religiosa e alla riorganizzazione delle comunità cristiane. Morì il 2 maggio del 373, giorno in cui celebriamo la sua memoria liturgica.
L'opera dottrinale più famosa del santo Vescovo alessandrino è il trattato su L'incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest'opera Atanasio, con un'affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un'idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l'incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L'idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant'Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi». Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa - che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana - ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all'amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all'inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell'Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità.
Atanasio è, infine, anche autore di testi meditativi sui Salmi, poi molto diffusi, e soprattutto di un'opera che costituisce il best seller dell'antica letteratura cristiana: la Vita di Antonio, cioè la biografia di sant'Antonio abate, scritta poco dopo la morte di questo Santo, proprio mentre il Vescovo di Alessandria, esiliato, viveva con i monaci del deserto egiziano. Atanasio fu amico del grande eremita, al punto da ricevere una delle due pelli di pecora lasciate da Antonio come sua eredità, insieme al mantello che lo stesso Vescovo di Alessandria gli aveva donato. Divenuta presto popolarissima, tradotta quasi subito in latino per due volte e poi in diverse lingue orientali, la biografia esemplare di questa figura cara alla tradizione cristiana contribuì molto alla diffusione del monachesimo, in Oriente e in Occidente. Non a caso la lettura di questo testo, a Treviri, è al centro di un emozionante racconto della conversione di due funzionari imperiali, che Agostino colloca nelle Confessioni (VIII,6,15) come premessa della sua stessa conversione.
Del resto, lo stesso Atanasio mostra di avere chiara coscienza dell'influsso che poteva avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio. Scrive infatti nella conclusione di quest'opera: «Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l'avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest'uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l'avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù» (93,5-6).

dal sito: www.mariedenazareth.com





Απολυτίκιον Αγίου Αθανασίου


Tu fosti colonna dell'ortodossia, sostenendo con dogmi divini la Chiesa, o Gerarca Atanasio; tu infatti hai predicato il Figlio consustanziale al Padre, e confondesti Ario. Padre santo, supplica Cristo Dio di concederci la sua grande misericordia.

Στύλος γέγονας Ορθοδοξίας, θείοις δόγμασιν υποστηρίζων την Εκκλησίαν, ίεράρχα Αθανάσιε· τω γαρ Πατρί τον Υιών ομοούσιον, ανακηρύξας κατήσχυνας Άρειον. Πάτερ Όσιε, Χριστόν τον θεόν




sabato 13 aprile 2013

Domenica III di Pasqua: delle Mirofore




Questa terza domenica di Pasqua la Chiesa la dedica alle donne chiamate Miròfore cioè portatrici degli oli, che di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, si recarono al sepolcro per ungere il corpo del Signore e completarne la sepoltura. Queste donne, trepidanti, spaventate e addolorate, per la strada, con gli oli e le bende che sarebbero servite ad avvolgere il corpo del Signore, si chiedevano tra di loro chi le avrebbe aiutate a spostare il grande masso che copriva l'ingresso della tomba. Ma al loro arrivo trovarono il sepolcro aperto e un angelo che diede loro l'annuncio della risurrezione: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [...]».
In questo stesso giorno si fa memoria anche del nobile Giuseppe di Arimatea, che si prodigò, dopo la crocifissione affinché i romani restituissero il corpo del Signore. Giuseppe con un lenzuolo coprì il corpo del Signore e lo depose in un sepolcro nuovo di sua proprietà. Si ricorda anche Nicodemo, il discepolo che di notte visitò il Signore e chiese come era possibile rinascere una seconda volta (Gv 3,4).


Apolitikion


 εσχήμων ωσήφ, π το ξύλου καθελών, τ χραντόν σου Σμα, σινδόνι καθαρ ελήσας κα ρώμασιν, ν μνήματι καιν κηδεύσας πέθετο· λλ τριήμερος νέστης Κύριε, παρέχων τ κόσμ τ μέγα λεος.

Il nobile Giuseppe, deposto dalla Croce l'immacolato tuo corpo, l'avvolse in un bianco lenzuolo e cosparsolo di aromi, gli rese i funebri onori e lo depose in un sepolcro nuovo. Ma tu il terzo giorno sei risorto o Signore per donare al mondo la grande misericordia.

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Τας μυροφόροις Γυναιξί, παρ τ μνμα πιστάς, γγελος βόα· Τ μύρα τος θνητος πάρχει ρμόδια, Χριστς δ διαφθορς δείχθη λλότριος· λλ κραυγάσατε· νέστη Κύριος, παρέχων τ κόσμ τ μέγα λεος.

Fermatosi dinnanzi alla tomba, l'Angelo alle donne recanti aromi gridò: gli aromi si addicono ai mortali, Cristo invece s'è mostrato alieno da ogni corruzione. E voi gridate dunque: è risorto il Signore per donare al mondo la grande misericordia.