Dalla luce del Santo Giovedì, si entra nelle tenebre del
Venerdì, il giorno della Passione di Cristo, della Morte e della Sepoltura.
Nella Chiesa antica questo giorno veniva chiamato “Pasqua della Croce”, perché
esso è davvero l’inizio di questa Pasqua o Passaggio il cui senso ci sarà
progressivamente rivelato, in primo luogo, nella meravigliosa quiete del Grande
e Benedetto Sabato, e, poi, nella gioia del giorno della Risurrezione. Ma, in
primo luogo, le Tenebre. Se solo riuscissimo a capire che nel Santo Venerdì le
tenebre non sono solo simboliche e commemorative! Molto spesso guardiamo la
bellezza e la solenne tristezza di queste ufficiature in uno spirito di
auto-redenzione e di auto-giustificazione. Duemila anni fa uomini cattivi hanno
ucciso Cristo, ma oggi noi – il buon popolo cristiano – innalziamo sontuosi
sepolcri nelle nostre chiese – non è questo il segno della nostra bontà?
Eppure, il Santo Venerdì non si occupa solo del passato. È il giorno del
Peccato, il giorno del Male, il giorno in cui la Chiesa ci invita a renderci
conto della loro terribile realtà e del loro potere in “questo mondo”. Perché
il Peccato e il Male non sono scomparsi, ma, al contrario, costituiscono ancora
la legge fondamentale del mondo e della nostra vita. E noi che ci diciamo
cristiani, non facciamo molto spesso nostra questa logica del male che ha
portato il Sinedrio ebraico e Ponzio Pilato, i soldati Romani e tutta la folla
ad odiare, torturare e uccidere Cristo? Da quale parte, con chi saremmo stati,
se fossimo vissuti a Gerusalemme sotto Pilato? Questa è la domanda indirizzata
a noi in ogni parola dell’ufficiatura del Santo Venerdì. È, infatti, il giorno
di questo mondo, e la sua condanna reale e non simbolica, il giudizio reale e
non rituale sulla nostra vita… È la rivelazione della vera natura del mondo,
che poi ha preferito, e preferisce ancora, le tenebre alla luce, il male al
bene, la morte alla vita. Dopo aver condannato a morte Cristo, “questo mondo”
ha condannato a morte sé stesso nella misura in cui accetta il suo spirito, il
suo peccato, il suo tradimento di Dio – siamo anche noi condannati... Questo è
il primo e terribilmente reale significato del Santo Venerdì – una condanna a
morte...Ma questo giorno del
Male, della sua manifestazione e trionfo finale, è anche il giorno della
Redenzione. La morte di Cristo si rivela a noi come morteoikonomicaper noi e per la
nostra salvezza.Si tratta di una
Morteoikonomicaperché è il totale, perfetto e supremo
Sacrificio. Cristo dona la Sua Morte al Padre Suo e dona la Sua Morte a noi. A
Suo Padre, perché, come vedremo, non vi è altro modo per distruggere la morte,
per salvare gli uomini da essa, ed è la volontà del Padre che gli uomini siano
salvati dalla morte. A noi, perché in assoluta verità Cristo muore al posto
nostro. La morte è il naturale frutto del peccato, un castigo immanente. L’uomo
ha scelto di stare lontano (alienato) da Dio, ma non avendo la vita in sé
stesso e da sé stesso, muore. Eppure in Cristo non vi è alcun peccato e,
quindi, nessuna morte. Egli accetta di morire solo per nostro amore. Vuole
assumere e condividere la nostra condizione umana sino alla fine. Accetta il
castigo della nostra natura, come si è assunto l’intero onere del genere umano.
Muore perché si è veramente identificato con noi, ha preso su di sé la tragedia
della vita dell’uomo. La sua morte è l’ultima rivelazione della Sua compassione
e del Suo amore. E poiché il suo morire è amore, compassione e condivisione della
sofferenza, nella Sua morte, la natura stessa della morte è stata cambiata. Da
punizione diventa radioso atto d’amore e di perdono, la fine dell’alienazione e
della solitudine. La condanna è trasformata in perdono...E, infine, la sua morte è una morteoikonomicamentesalvifica, perché distrugge la fonte
stessa della morte: il male. Accettando nell’amore tutto questo, dando sé
stesso ai suoi uccisori e permettendo loro un’apparente vittoria, Cristo rivela
che, in realtà, questa vittoria è la totale e decisiva sconfitta del Male. Per
essere vittorioso il Male deve annientare il Bene, deve dimostrare di essere la
verità ultima sulla vita, screditare il Bene e, in una parola, mostrare la
propria superiorità. Ma in tutta la Passione è Cristo e Lui solo che trionfa.
Il Male non può fare nulla contro di Lui, poiché non può indurre Cristo ad
accettare il Male come verità. L’Ipocrisia si rivela come Ipocrisia, l’Omicidio
in quanto Omicidio, la Paura quale Paura; e come Cristo avanza in silenzio
verso la Croce e la Fine, così la tragedia umana raggiunge il Suo culmine, il
Suo trionfo, la Sua vittoria sul male, la Sua glorificazione divenuta sempre
più evidente. E ad ogni passo questa vittoria è riconosciuta, confessata,
proclamata – da parte della moglie di Pilato, da Giuseppe, dal ladro
crocifisso, da parte del centurione. E quando Lui muore sulla Croce avendo
accettato l’ultimo orrore della morte: la solitudine assoluta (Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?), non rimane null’altro da confessare se
non che “veramente questo era il Figlio di Dio!...”. E, quindi, è questa Morte,
questo Amore, questa obbedienza, la pienezza della Vita che distrugge ciò che
rese la morte un destino universale.“E
le tombe si aprirono...” (Matteo 27, 52).Appaiono
già i raggi della risurrezione. Questo è il duplice mistero del Santo Venerdì,
rivelato nelle sue ufficiature che ci rendono di esso partecipi. Da un lato, vi
è la costante attenzione sulla Passione di Cristo come il peccato di tutti i
peccati, il crimine di tutti i crimini. Dal Mattutino, nel corso del quale la
lettura dei dodici Evangeli della Passione ci fa seguire passo per passo le
sofferenze di Cristo, alle Ore (che sostituiscono la Divina Liturgia: il
divieto di celebrare in questo giorno l’Eucaristia significa che il sacramento
della presenza di Cristo non appartiene a “questo mondo” di peccato e di
tenebre, ma è il sacramento del “mondo che verrà”) e, infine, i Vespri, gli
uffici della sepoltura di Cristo, gli inni e le letture sono pieni di solenni
accuse di coloro che volontariamente e liberamente decisero di uccidere Cristo,
che addussero a giustificazione per questo omicidio la loro religione, la loro
lealtà politica, le loro considerazioni pratiche e la loro obbedienza
professionale. Ma, dall’altro lato, il sacrificio d’amore che prepara la
vittoria finale è altresì presente fin dall’inizio. Dalla lettura del primo
Evangelo (Giovanni 13, 31), che inizia con il solenne annuncio di Cristo: “Ora
il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e in Lui Dio è stato glorificato”,
agli stichira alla fine del Vespro – vi è l’accrescersi della luce, il lento
evolversi della speranza e della certezza che “la morte sarà calpestata dalla
morte...”
“Quando Tu, il Redentore di tutti,
fosti posto per tutti nel sepolcro nuovo,
l’Ade, che di nessuno ha timore, vedendo Te si chinò
impaurito.
I chiavistelli furono infranti, le porte sconquassate,
le tombe furono aperte, i morti risuscitati.
Allora Adamo, con gioiosa gratitudine, Ti gridò:
“Gloria alla tua condiscendenza, o Misericordioso
Sovrano”.
E quando, alla fine dei Vespri, abbiamo posto al centro
della Chiesa, l’immagine di Cristo nel sepolcro, quando questo lungo giorno sta
giungendo alla sua fine, sappiamo che siamo giunti alla fine della lunga storia
della salvezza e della redenzione. Il Settimo Giorno, il giorno di riposo, il
benedetto Sabato sta giungendo e con esso – la rivelazione della Tomba
Vivificante.
Rev. Alexander Schmemann,Holy Week: A Liturgical Explanation
for the Days of Holy Week (La Santa Settimana: Spiegazione Liturgica per i
giorni della Santa Settimana), pubblicato da St Vladimir’s Seminary Press.
Due importanti
eventi caratterizzano le sacre ufficiature del Santo e Grande Giovedì: l’Ultima
Cena del Signore Gesù Cristo con i suoi discepoli e il tradimento di Giuda. Il
significato più profondo di questi due eventi è l’amore. L’Ultima Cena è la
rivelazione escatologica dell’amore salvifico di Dio per l’uomo, l’amore che è
il cuore della salvezza. Il tradimento di Giuda rivela che il peccato, la morte
e l’autodistruzione sono anch’essi dovuti all’amore; ma un amore distruttivo,
un amore che divide, disperde e conduce là dove domina tutt’altro che l’amore.
Proprio qui sta il mistero di questo unico giorno, del Santo Giovedì. Le sacre
ufficiature, dove la luce e le tenebre, la gioia e il dolore sono stranamente
mescolati, ci provocano mettendoci di fronte ad una scelta dalla quale dipende
la destinazione finale di ciascuno di noi.«Gesù, sapendo che era giunta la sua ora
di passare da questo mondo al Padre… dopo aver amato i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla fine…»(Gv 13, 1).Per capire il significato dell’Ultima
Cena, essa deve essere vista come il fine della grandiosa potenza del Divino
Amore, che ha avuto inizio con la creazione del mondo e adesso si conclude con
la Morte e la Risurrezione di Cristo.«Dio è amore»(Gv 4, 8). E il primo dono dell’Amore è
stato la vita. Il significato e il contenuto della vita era la comunione.
Perché l’uomo riuscisse a vivere doveva mangiare e bere, partecipare alla vita
del mondo. Così il mondo era amore divino che divenne cibo, divenne Corpo
dell’uomo. Ed essendo vivo, partecipando cioè al mondo, l’uomo ha dovuto vivere
in comunione con Dio, trovare senso in Dio, trovare in Lui il contenuto e il
fine della sua vita. Comunione con il mondo – la creazione di Dio – era una
vera e propria comunione con Dio. L’uomo ha ricevuto il cibo da Dio, facendoli
corpo e vita propria, ha offerto tutto il mondo a Dio trasformandolo in vita
«in Cristo». L’amore di Dio ha dato la vita all’uomo, l’amore dell’uomo per Dio
ha trasformato questa vita in comunione con Dio. Questo è stato il Paradiso. La
vita nel Paradiso era veramente eucaristica. Attraverso l’uomo e il suo amore
per Dio, l’intera creazione si sarebbe santificata e trasformata in un mistero
della Presenza Divina e l’uomo sarebbe stato il celebrante di questo mistero.
Però con il peccato, l’uomo ha perso questa vita eucaristica. L’ha persa perché
smise di vedere il mondo come un mezzo di comunicazione con Dio, e la sua vita
come eucaristia, come adorazione e gratitudine… Amò sé stesso per sé stesso e
il mondo per il mondo. Fece di lui e del mondo qualcosa fine a sé stessa. Amò
tanto sé stesso che lo rese il centro, il contenuto e il fine della sua
esistenza. Credé che la sua fame e la sua sete, cioè la dipendenza della sua
vita dal mondo, potesse essere soddisfatta da questo mondo, dal cibo che offre
il mondo. Ma il mondo e il cibo, una volta separati dal loro significato
misterico – come mezzi di comunicazione con Dio – dal momento in cui essi non
sono assunti come doni di Dio e non soddisfano la fame e la sete per Dio, non offrono
più una certa soddisfazione, né colmano la vita. In altre parole, quando Dio
non è più il reale contenuto e il significato della vita del mondo, la fame e
la sete cessano di essere soddisfatte, perché il mondo non ha più la vita in
sé… Quindi mettendo l’amore in queste cose l’uomo si distaccò dal solo oggetto
di tutto l’amore, di tutta la fame, di tutti i desideri. Ed è morto. Egli è
morto perché la morte è l’inevitabile «decomposizione» della vita staccata
dall’unica fonte e dall’autentico contenuto. L’uomo, invece di trovare la vita
in questo mondo e il cibo che offre il mondo, trovò la morte. La vita diventò
ormai comunione con la morte invece di trasformare il mondo attraverso la fede,
l’amore, il culto di Dio e della comunione con Lui. L’uomo si sottomise
interamente al mondo, cessò di essere il suo celebrante e divenne il suo
schiavo. Con il suo peccato tutto il mondo è diventato un immenso cimitero dove
le persone sono condannate a morte, perché sono «abitanti nella regione
dell’ombra della morte…» (Mt 4, 16). Sebbene l’uomo abbia tradito, Dio è
rimasto fedele all’uomo, non gli ha voltato le spalle. «Tu non hai respinto per
sempre la creatura che avevi plasmato, o Buono, né hai dimenticato l’opera
delle tue mani, ma l’hai visitata in molti modi nella tua grande misericordia»
(Preghiera della Divina Liturgia di Basilio il Grande). Un nuovo progetto
divino ebbe inizio; il progetto della redenzione e della salvezza. E questo
progetto si completò con Cristo, il Figlio di Dio, che, per restaurare l’uomo
nella sua «bellezza primitiva» e riportare la vita in comunione con il suo
Creatore, si è fatto Uomo. Assunse la nostra natura umana con tutte le sue
caratteristiche: la fame, la sete, il desiderio di amore, di vita. Nel volto
del Cristo incarnato si rivelò la vera vita la quale fu data in origine
all’uomo come una completa e perfetta Eucaristia, come piena e perfetta
comunione con Dio. Il Cristo Teantropo negò la tentazione umana fondamentale:
di vivere «di solo pane». Egli rivelò che Dio e il Suo Regno sono il vero pane,
la vera vita dell’uomo. Questa perfetta vita eucaristica, piena di Dio – e
quindi della vita divina e immortale – l’ha data a tutti i Suoi fedeli. Quindi,
i credenti in Dio trovano in Lui il senso e il contenuto della loro vita. Questo
è esattamente il più profondo, il meraviglioso senso dell’Ultima Cena. Gesù
Cristo offrì Sé stesso come il vero, l’essenziale cibo dell’uomo, perché la
vita di Cristo è la vera vita. Così il movimento del Divino Amore che ha avuto
inizio nel Paradiso con l’offerta di Dio «Mangia [del frutto] di qualunque
albero del paradiso» (perché il cibo è la vita dell’uomo) raggiunge ora il suo
culmine con il divino «prendete e mangiate, questo è il mio corpo…» (perché Dio
è la vita dell’uomo). L’Ultima Cena, quindi, è il ripristino del Paradiso delle
Delizie, la restaurazione della vita come Eucaristia e comunione. Ma questo
momento di estremo Amore è anche il tempo dell’estremo tradimento. Giuda
abbandona la luce che inondava la «Gran Sala» ed entra nel buio. «Quello però,
preso il boccone, uscì subito. Era notte» (Gv 13, 30). Perché se ne è andato?
Perché amava, risponde l’Evangelo. E questo amore fatale si sottolinea
ripetutamente negli inni del Grande Giovedì. «Il tuo agire è colmo di perfidia,
illegittimo Giuda; essendo ammalato di avarizia, hai guadagnato la misantropia;
se amavi le ricchezze perché seguivi Colui che insegnava la povertà? anche se
lo baciasti, perché hai venduto colui che non ha prezzo?…». Non ha importanza
il fatto che l’oggetto dell’amore di Giuda sia stato l’«oro». L’oro, il denaro,
rappresentano qui tutti gli amori perversi e distruttivi che portano l’uomo
alla negazione di Dio. È infatti un amore rubato a Dio ed è proprio per questo
che Giuda è un ladro. E quando qualcuno non ama Dio e il suo amore in genere
non proviene da Dio, anche allora l’uomo ama e desidera – perché è creato per
amare e l’amore è la sua natura – ma una passione oscura e autodistruttiva lo
porta alla morte. Ogni anno, mentre celebriamo questo grande giorno del Santo
Giovedì e affondiamo nella sua luce infinita, e nelle profondità insondabili
dei significati del giorno, la stessa domanda decisiva è rivolta a ciascuno di
noi: Io, corrispondo all’amore di Dio e l’accetto come mia vita, o seguo Giuda
nel buio della sua notte? Le ufficiature del Grande Giovedì includono il
Mattutino, il Vespro e poi la Divina Liturgia di Basilio il Grande. Anticamente
nelle cattedrali si compiva l’ufficiatura del «Lavabo» dopo la Divina Liturgia.
Oggi si riscontra in pochi monasteri. Mentre il diacono legge l’Evangelo, il
Vescovo (o l’igumeno) lava i piedi di dodici sacerdoti (o monaci), fatto che ci
ricorda che l’amore di Cristo è il fondamento della vita della Chiesa e
caratterizza tutti i rapporti all’interno della Chiesa. Inoltre nelle prime Chiese
Autocefale era d’uso anticamente nel Grande Giovedì la pratica dell’ufficiatura
del Santo Miron il quale viene utilizzato nel sacramento della Santa Unzione.
Ma oggi il Santo Miron si prepara solo al Patriarcato Ecumenico di
Costantinopoli, in una specifica ufficiatura del Grande Giovedì. A questa
ufficiatura partecipano il Patriarca Ecumenico, i Metropoliti e tutto il clero
del Santo Trono (Ecumenico). Con il Santo Miron che riceviamo dopo il nostro
battesimo, riceviamo i doni del Santo Spirito. Pertanto, il nuovo amore che
Cristo porta sulla terra, ci sigilla nel giorno in cui, come nuovi membri,
facciamo il nostro ingresso nella Chiesa. Nel Mattutino i tropari sottolineano
il tema del giorno che è il contrasto tra l’amore di Cristo e l’«insaziabile anima»
di Giuda. Uno dei tanti tropari ci dice:
«Mentre i gloriosi discepoli venivano
illuminati con la lavanda della cena, ecco che l’empio Giuda, malato di
avarizia, si ottenebrava; e consegnava a giudici iniqui te, il giusto Giudice.
Vedi come l’amante del denaro proprio per questo finisce impiccato; fuggi anima
insaziabile che tanto ha osato contro il Maestro. O tu, buono con tutti,
Signore, gloria a te».
La lettura dell’Evangelo (Lc 22, 1-39) è
la narrazione dei fatti accaduti in quella «grande sala pronta». Segue il
meraviglioso canone – pieno di significati teologici – poema del Monaco Cosma:«Il Mar Rosso squarciato si apre…».
Questo ci dà l’impulso per concentrarci e meditare sul significato escatologico
dell’Ultima Cena. L’ultimo Irmòs della 9ª Ode ci invita a prendere parte alla
tavola immortale che ci fornisce il Signore con imperiosa ospitalità:
«Venite, o fedeli, con sensi elevati
godiamo, nella sala alta, dell’ospitalità del Signore e della sua mensa
immortale, godiamo il Logos innalzato, che esaltiamo poiché egli ce l’ha
rivelato».
Nel Vespro dopo il «Signore, ho gridato a
te…» agli idiòmela delle Lodi che seguono si evidenzia il terribile declino
spirituale di Giuda: Il tradimento. Lo stico che segue è rappresentativo:«Giuda, servo e ingannatore, discepolo e insidiatore, amico e
diavolo, si rivela nelle opere. Seguiva infatti il Maestro e meditava tra sé il
tradimento; diceva in sé: lo consegnerò e raccoglierò il denaro. Cercava di
vendere il miron ma anche di consegnarlo con l’inganno. Diede l’abbraccio,
consegnò Cristo come agnello al macello, così seguì, l’unico misericordioso e
amico dell’uomo».
Dopo l’Ingresso del santo Evangelo si
leggono tre letture dall’Antico Testamento:
1) Esodo 19, 10-19. Dio viene «nelle nubi»
sul monte Sinai e Mosè con il popolo esce a incontrarlo. Ciò prefigura la
venuta di Cristo nel mondo e soprattutto nella riunione Eucaristica.
2) Giobbe 38, 1-23; 42, 1-5. Dio parla a
Giobbe e Giobbe risponde: «... chi è costui che senza cognizione ottenebra il
tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose grandi e meravigliose
che non comprendevo». E queste cose «grandi e meravigliose» si compiono ora in
questa splendente «Grande Sala» con i Doni altissimi: il Corpo e il Sangue di
Cristo.
3) Isaia 50, 4-11. Le profezie sulla
Passione di nostro Signore Gesù Cristo. «Ho dato il mio corpo a quelli che mi
percuotevano, e le mie guance a quelli che mi strappavano la barba; non nascosi
il mio volto a quelli che mi schernivano e che mi sputavano…». Nella lettura
dell’Apostolo si legge dalla Prima Lettera ai Corinzi (11, 23-32) la
descrizione dell’Ultima Cena e il significato della Santa Comunione, come li
riporta l’apostolo Paolo.La lettura dell’Evangelo che segue, è la più lunga nel
corso dell’anno, ed è un testo composto da brani di tutti e quattro gli
Evangeli. Parla di tutto quanto accade nell’Ultima Cena, del tradimento di
Giuda e dell’arresto di Gesù Cristo nel giardino del Getsemani. Segue la Divina
Liturgia di Basilio il Grande, dove invece dell’Inno Cherubico e del Koinonikòn
si canta l’inno che diciamo sempre prima della santa Comunione:
«Della tua mistica cena, Figlio di Dio,
rendimi oggi partecipe; non svelerò il Mistero ai tuoi nemici,né ti darò un bacio come Giuda, ma
come il ladrone ti confesserò: ricordati di me, Signore nel tuo Regno».
da: Αλέξανδρος
Σμέμαν,Μικρό
Οδοιπορικό της Μεγάλης Εβδομάδας.,
Ακρίτας 2001.
Il
Santo Padre ha nominato Vescovo dell'Eparchia di Piana degli Albanesi di
Sicilia il Rev.do Giorgio Demetrio Gallaro, del clero dell'Eparchia di Newton
dei Greco-Melkiti (Stati Uniti d'America).
Il
Rev.do Giorgio Demetrio Gallaro è nato il 16 gennaio 1948 a Pozzallo, in
Sicilia (Italia). Ha compiuto gli studi medi e secondari presso il seminario di
Noto. Trasferitosi nel 1968 negli Stati Uniti d'America ha completato i corsi
teologici al Saint John Seminary of Los Angeles, California. È stato ordinato
diacono nel 1971 e presbitero nel 1972. Dopo aver servito per otto anni due
comunità parrocchiali nell'Arcidiocesi di Los Angeles, ha compiuto gli studi
superiori al Pontificio Istituto Orientale di Roma e alla Pontificia Università
di San Tommaso in Urbe, conseguendo il dottorato in diritto canonico orientale
e la licenza in teologia ecumenica. In seguito ha svolto attività di parrocchia
e d'insegnamento nella sua Eparchia Melkita di Newton, Massachussets, in quella
Ucraina di Stamford, Connecticut, e nell'Arcieparchia Rutena di Pittsburgh,
Pennsylvania. Dal 2011 è stato il Vice-Presidente della Società di Diritto
Orientale e dal 2013 Consultore della Congregazione per le Chiese Orientali. Al
presente svolge gli uffici di sincello per gli affari canonici e di vicario
giudiziale nell'Arcieparchia di Pittsburgh, di docente di diritto canonico e
teologia ecumenica al Seminario Bizantino Cattolico dei Santi Cirillo e Metodio
di Pittsburgh, e di giudice d'appello per l'Arcieparchia di Philadelphia degli
Ucraini.
http://www.news.va/en/news/245993
Al Neo Vescovo porgiamo i nostri più
calorosi auguri,
affinché
sia un buon Pastore per la chiesa Italo -Albanese di Piana
Questi tre giorni, che la
Chiesa chiama Grandi e Santi hanno uno scopo molto preciso all’interno dello
svolgimento liturgico della Santa Settimana. Essi dispongono tutte le sue
celebrazioni, nella prospettiva della Fine; ci ricordano il significato
escatologico della Pasqua. Molto spesso la Santa Settimana è considerata una
delle “belle tradizioni” o delle “abitudini”, una “parte” ovvia del nostro
calendario. La diamo per scontata e ne godiamo come di un evento annuale a noi
caro, che abbiamo “osservato” sin dall’infanzia, di cui ammiriamo la bellezza
delle ufficiature, lo sfarzo dei riti e, ultimo ma non meno importante, ci
piace il frastuono della tavola pasquale. E poi, quando tutto questo è stato
fatto riprendiamo la nostra normale vita. Ma abbiamo capito che, quando il
mondo ha respinto il suo Salvatore, quando “Gesù ha cominciato ad essere triste
e molto addolorato... e la sua anima è stata oltremodo triste fino alla morte”,
quando Egli è morto sulla croce, la “normale vita” è giunta alla sua fine e non
è più possibile. Poiché erano di quelli “normali” gli uomini che gridavano:
“Crocifiggilo!”, che lo schiaffeggiarono e lo inchiodarono alla Croce. Ed essi
lo hanno odiato ed ucciso proprio perché Lui stava turbando la loro vita
normale. È stato davvero un mondo perfettamente “normale”, che ha preferito le
tenebre alla luce e la morte e la vita... Con la morte di Gesù, il mondo
“normale”, e la “normale” vita sono stati condannati irrevocabilmente. O,
piuttosto è stata rivelata la loro vera e anormale incapacità di ricevere la
Luce, il terribile potere del male in essi. “Ora è il giudizio è di questo
mondo” (Giovanni 12, 31). La Pasqua di Gesù ha significato per “questo mondo”
la sua fine, ed è stato alla sua fine da allora. Questa fine può durare per
centinaia di secoli, ciò non altera la natura del tempo in cui viviamo come
“ultima volta”. “La forma di questo mondo passa...” (I Cor. 7, 31). Pasqua
significa passaggio. La festa di Pasqua, era per gli Ebrei la commemorazione
annuale di tutta la loro storia come salvezza, e della salvezza come passaggio
dalla schiavitù d’Egitto alla libertà, dall’esilio alla terra promessa. Era
inoltre l’anticipazione del passaggio finale – nel Regno di Dio. E Cristo era
il compimento della Pasqua. Lui ha compiuto l’ultimo passaggio: dalla morte
alla vita, da questo “vecchio mondo” in un nuovo mondo in un nuovo tempo,
quello del Regno. Ed ha aperto la possibilità di questo passaggio per noi. Pur
vivendo in “questo mondo” noi possiamo già essere “non di questo mondo”, cioè,
essere liberi dalla schiavitù della morte e del peccato, partecipi del “mondo a
venire”. Ma per questo dobbiamo anche effettuare il nostro passaggio, dobbiamo
condannare il vecchio Adamo in noi, dobbiamo immergerci in Cristo nella morte
battesimale e avere la nostra vera vita nascosta in Dio con Cristo, nel “mondo
a venire...”. E così la Pasqua non è una commemorazione annuale, solenne e
bella, di un evento passato. Essa è questo Evento che si è mostrato in sé
stesso, si è dato a noi, come sempre efficiente, rivelando sempre il nostro
mondo, il nostro tempo, la nostra vita come alla loro fine, e per annunciare il
Principio della nuova vita... E la funzione dei primi tre giorni della Santa
Settimana è proprio quella di sfidarci con questo significato ultimo della
Pasqua e prepararci alla comprensione e all’accettazione di esso. Questa sfida
escatologica (che vuol dire ultima, decisiva, finale) viene rivelata, in primo
luogo, nel comune tropario di questi giorni:
Tropario
– Tono 8:
Ecco
lo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che Egli trova a
vegliare e, invece, è indegno il servo che Egli trova noncurante. Guarda,
dunque, anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere
consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo,
Santo, sei tu, il nostro Dio! Per l’intercessione della Theotokos, abbi pietà
di noi!
Mezzanotte è il momento in cui
il vecchio giorno giunge alla fine e comincia un nuovo giorno. È quindi il
simbolo del tempo in cui viviamo come Cristiani. Infatti, da un lato, la Chiesa
è ancora in questo mondo, condividendo le sue debolezze e le sue tragedie. Ma,
dall’altro lato, il suo vero essere non è di questo mondo, perché lei è la
Sposa di Cristo e la sua missione è di annunciare e di rivelare la venuta del
Regno e del nuovo giorno. La sua vita è un perpetuo vegliare e attendere, una
veglia puntuale fino agli albori di questo nuovo giorno. Ma sappiamo ancora
quanto è forte il nostro attaccamento al “vecchio giorno”, al mondo con le sue
passioni e i suoi peccati. Sappiamo quanto profondamente apparteniamo ancora a
“questo mondo”. Abbiamo visto la luce; conosciamo Cristo, abbiamo sentito
parlare della pace e della gioia della vita nuova in Lui, ma ancora il mondo ci
tiene in schiavitù. Questa debolezza, questo costante tradimento di Cristo,
questa incapacità di dare la totalità del nostro amore all’unico vero oggetto
d’amore sono mirabilmente espressi nell’exapostilarion di questi tre giorni:
“La
tua Camera Nuziale vedo ornata, o mio Salvatore, ma non ho la veste nuziale per
poter entrare, o Datore di vita, illumina la veste della mia anima e salvami”.
Lo stesso tema si sviluppa
ulteriormente nelle letture evangeliche di questi giorni. Prima di tutto,
l’intero testo dei quattro Evangeli (fino a Giovanni 13, 31) è letto durante le
Ore (I, III, VI e IX). Questa ricapitolazione mostra che la Croce è il culmine
di tutta la vita e del ministero di Gesù, la chiave per la loro corretta
comprensione. Tutto nell’Evangelo porta a questa ultima ora di Gesù e tutto ciò
deve essere compreso alla sua luce. Poi, ogni ufficiatura ha la sua lettura
evangelica propria:
Il Lunedì:
Al Mattutino: Matteo 21, 18-43
– la storia dell’albero di fico, simbolo del mondo creato per recare frutti
spirituali e della sua mancata risposta a Dio. Alla Liturgia dei Doni
Presantificati: Matteo 24, 3-35: il grande discorso escatologico di Cristo. I
segni e l’annuncio della Fine. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie
parole non passeranno...”.
“Quando
il Signore stava andando alla Sua volontaria Passione, lungo la strada Egli
disse ai Suoi Apostoli: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e il Figlio dell’Uomo
sarà innalzato come è scritto di Lui. Venite, dunque, e accompagnateci con Lui,
con la mente purificata dai piaceri di questa vita, e facciamoci crocifiggere e
moriamo con Lui, per così poter vivere con Lui, e poterlo ascoltare mentre ci
dice: ora io vado, non alla Gerusalemme terrena, per soffrire, ma fino al Padre
mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro, e vi raccoglierò nella Gerusalemme
celeste, nel Regno dei Cieli…” (Mattutino del Lunedì).
Il Martedì:
Al Mattutino: Matteo da 22, 15
a 23, 39. Condanna dei farisei, cioè, della religione cieca e ipocrita, di
coloro che pensano di essere i “leaders” dell’uomo e la luce del mondo, ma che
in realtà “precludono agli uomini il Regno dei cieli”. Alla Liturgia dei
Presantificati: Matteo da 24, 36 a 26. Di nuovo la Fine e le parabole della
Fine: le dieci vergini sagge che avevano sufficiente olio nelle loro lampade e
le dieci stolte quelle che non sono state ammesse al banchetto nuziale; la
parabola dei dieci talenti. “Quindi siate anche voi pronti, perché nell’ora che
voi non pensate verrà il Figlio dell’uomo”. E, infine, il Giudizio Ultimo.
Il Mercoledì:
Al Mattutino: Gv 12, 17-50: il
rifiuto di Cristo; l’acuirsi del conflitto, l’ultimo avvertimento: «È ora il
giudizio di questo mondo… Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi
lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno».
Alla Liturgia dei Presantificati: Mt 26, 6-16: la donna che versa il nardo di
grande valore su Gesù, immagine dell’amore e del pentimento che, solo, ci
unisce a Cristo. Queste letture dell’Evangelo sono spiegate ed elaborate
nell’innologia di questi giorni: gli stichira e i triodia (canoni brevi di tre odi
ognuno cantati al Mattutino). Un avvertimento, una esortazione le percorre
tutte: la fine e il giudizio si avvicinano, dobbiamo prepararci per loro:
“Ecco,
o anima mia, il Maestro ti ha conferito un talento. Ricevi il dono con timore;
presta a lui che ha dato; distribuisci ai poveri e acquista per te stessa il
tuo Signore, come tuo amico; che quando verrà nella gloria, con la potenza
della sua mano destra ti farà sentire la sua voce benedetta: Entra, mio servo,
nella gioia del tuo Signore”. (Mattutino del Martedì)
Durante tutta la Quaresima, i
due libri del Vecchio Testamento, Genesi e Proverbi, vengono letti ai Vespri.
Con l’inizio della Santa Settimana sono sostituiti da Esodo e Giobbe. L’Esodo è
la storia della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana, della sua
Pasqua. Esso ci prepara per la comprensione dell’esodo di Cristo al Padre Suo,
del Suo compimento di tutta la storia della salvezza. Giobbe, il Sofferente, è
l’Antico Testamento icona di Cristo. Questa lettura annuncia il grande mistero delle
sofferenze, dell’obbedienza e del sacrificio di Cristo. La struttura liturgica
di questi tre giorni è ancora di tipo quaresimale. Sono inclusi, quindi, la
preghiera di sant’Efrem il Siro con le prostrazioni, la lettura accresciuta del
Salterio, la Liturgia dei Doni Presantificati e il canto liturgico quaresimale.
Siamo ancora nel tempo del pentimento, perché solo il pentimento ci rende
partecipi della Pasqua di Nostro Signore, e ci apre le porte del banchetto
Pasquale. E dopo, il Santo e Grande Mercoledì, quando l’ultima liturgia dei
Doni Presantificati sta per essere completata, dopo che i Santi Doni sono stati
tolti dall’altare, il sacerdote recita per l’ultima volta la preghiera di
sant’Efrem. In questo momento, la preparazione giunge alla fine. Il Signore ci
chiama ora alla sua Ultima Cena.
Eccolo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che Egli trova
a vegliare e, invece, è indegno il servo che Egli trova noncurante. Guarda,
dunque, anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere
consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo,
Santo, Santo, sei tu, il nostro Dio!
’Ιδού ο Νυμφίος έρχεται εν τω μέσω της
νυκτόςκαι μακάριος ο δούλος, ον
ευρήσει γρηγορούνταανάξιος δε πάλιν ον ευρήσει ραθυμούντα.Βλέπε, ουν, ψυχή μου, μη τω ύπνω
κατενεχθής,ίνα μη τω θανάτω
παραδοθής και της Βασιλείας έξω κλεισθήςαλλά
ανάνηψον κράζουσαΆγιος, Άγιος,
Άγιος ει ο Θεός ημών
Nei
tre primi giorni della Settimana Santa nella tradizione bizantina, viene messa
in luce la figura di Cristo come Sposo, cioè le nozze di Dio con la Chiesa, con
l'umanità. Questo è un fatto comune a tutte le liturgie orientali: le
tradizioni siriache hanno una celebrazione chiamata “delle lampade” in cui
viene pure rappresentata liturgicamente nella chiesa la parabola delle dieci
vergini. Tutti i tre giorni commemorano qualche personaggio concreto: al Lunedì
Santo viene assegnata la memoria del patriarca Giuseppe, e del fico maledetto
da Gesù (Mt 21, 18); Giuseppe è figura di Gesù, venduto dai suoi fratelli,
portato alla sofferenza, esaltato da Dio che lo costituisce salvatore del suo
popolo. Per quanto riguarda il Martedì Santo, nella prospettiva del tema dello
Sposo, viene considerata la parabola delle dieci vergini (Mt 24-25). Il
Mercoledì Santo viene fatta memoria della donna peccatrice che unse i piedi di
Gesù (Mt 26,6-13). Al di là dell'identità della donna, che la liturgia non
chiarisce, il mistero teologico sottolineato nella liturgia bizantina è quello
della donna peccatrice che con le lacrime, con l'unzione con l'olio profumato -simboli
ambedue battesimali- arriva a contatto col Cristo incarnato, Dio e uomo,
contatto -sacramento- che la porta alla conversione; è ancora il Cristo Sposo
che va incontro alla sua Chiesa. Due testi centrano l'ufficiatura di questi tre
giorni: Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà
vigilante, indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia,
di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e
chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o
Dio; per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi. Il secondo
tropario: Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore, e non ho la veste per
entrare. Fa' risplendere la veste dell'anima mia, o tu che doni la luce, e
salvami!. Il tema dell'attesa
dello Sposo; i tropari rileggono Mt 25,6: lo Sposo che arriva nel mezzo della
notte. L’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso
all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso
dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo,
uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce. Se guardiamo le note di
alcune delle edizioni o delle diverse traduzioni che ci sono dell’ufficiatura
di questi giorni, vediamo come i testi non sono altro che un intreccio di
citazioni bibliche, dal Vecchio e dal Nuoto Testamento; nel tropario Ίδou Ò
Νυμφίoς ci sono ben cinque testi biblici dietro ( lo Sposo che arriva: Mt 25,6;
il servo che vigila: Lc 12,37; distacco dal sonno: Rm 13,11; la chiusura della
porta del Regno: Mt 25,10; il Dio tre volte santo: Is 6,3). Tre temi da
sottolineare in questo testo: Tema dell'attesa dello Sposo; il tropario rilegge
lo Sposo che arriva di Mt 25,6; l’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo,
cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più
pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e
dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la
croce, la sua croce; ricordate l’icona dello Sposo. Il secondo tema è
l’analogia che il tropario fa di sonno-morte; dietro c’è il testo di Lc 12,37,
il servo vigilante, e di Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo
per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; esso, lo
Sposo, arriverà nella notte nell'ora in cui il servo non sa, e per questo viene
chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo
nel tropario è quello delle nozze divine e l'assoluta indegnità dell'uomo che
solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, per la luce che viene da
Cristo. Il tema è una rilettura di Mt 25,10. Di fronte allo Sposo nel suo
talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il
cristiano si scopre dal tutto peccatore e durante la Quaresima l’abbiamo tante
volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto
fino a sazietà: dammi di vedere i miei peccati e di non condannare... Ma si
scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo
acclama il Dio tre volte santo di Is 6,3.
Una
settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme,
giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata
gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re,
con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la
città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di
alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e
gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco
viene a te il tuo re pieno di dolcezza”(Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo
testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della
Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la
regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno
di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama
“Entrata del Signore a Gerusalemme”. Come allora, il mondo attuale esalta
il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol
regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I
re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed
esercitano il potere. Non deve essere così fra voi...” (Matteo 20, 55).
Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel
cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e
di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione
di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la
proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che
avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una
serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello
sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai
detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la
liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza
religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo
addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo
priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla
terra, di liberazione da ogni sfruttamento... Ma che fare di una dottrina, di
una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e
umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero. Dinanzi
a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare
tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile
insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che
non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche
secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi
la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso
Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare
il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale,
l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria!
Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città
risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui
che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere,
altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le
intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità
e la verità vi renderà liberi”. Tutto il suo insegnamento dimostra che non
esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui
che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può
trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per
decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema.
Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli,
annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo
ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli
“apparati”, di tutti i “poteri”... È tutto questo che ci riporta la Domenica
delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci
dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà... ma il
Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra.
Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo
era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed
adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore,
che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo
della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni
volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme,
nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le
palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione
“Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non
si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano... No!
Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno,
essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli
ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà
divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella
misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità.
Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega
questa libertà... E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io
risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in
cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità. La
Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio,
venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che
dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle
tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non
dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per
estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento.
Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il
potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno
dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì
Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la
crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta:
glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)
da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J.
K.
Per
confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato
Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi, come i fanciulli, portando i simboli
della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei
cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.
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