venerdì 3 aprile 2015

Epitafios Thrinos




Tafos - Chiesa di Sant Atanasio dei Greci




Particolare dell' Epitafios - Chiesa di Sant Atanasio







Grande e Santo Venerdì: La Deposizione




Dalla luce del Santo Giovedì, si entra nelle tenebre del Venerdì, il giorno della Passione di Cristo, della Morte e della Sepoltura. Nella Chiesa antica questo giorno veniva chiamato “Pasqua della Croce”, perché esso è davvero l’inizio di questa Pasqua o Passaggio il cui senso ci sarà progressivamente rivelato, in primo luogo, nella meravigliosa quiete del Grande e Benedetto Sabato, e, poi, nella gioia del giorno della Risurrezione. Ma, in primo luogo, le Tenebre. Se solo riuscissimo a capire che nel Santo Venerdì le tenebre non sono solo simboliche e commemorative! Molto spesso guardiamo la bellezza e la solenne tristezza di queste ufficiature in uno spirito di auto-redenzione e di auto-giustificazione. Duemila anni fa uomini cattivi hanno ucciso Cristo, ma oggi noi – il buon popolo cristiano – innalziamo sontuosi sepolcri nelle nostre chiese – non è questo il segno della nostra bontà? Eppure, il Santo Venerdì non si occupa solo del passato. È il giorno del Peccato, il giorno del Male, il giorno in cui la Chiesa ci invita a renderci conto della loro terribile realtà e del loro potere in “questo mondo”. Perché il Peccato e il Male non sono scomparsi, ma, al contrario, costituiscono ancora la legge fondamentale del mondo e della nostra vita. E noi che ci diciamo cristiani, non facciamo molto spesso nostra questa logica del male che ha portato il Sinedrio ebraico e Ponzio Pilato, i soldati Romani e tutta la folla ad odiare, torturare e uccidere Cristo? Da quale parte, con chi saremmo stati, se fossimo vissuti a Gerusalemme sotto Pilato? Questa è la domanda indirizzata a noi in ogni parola dell’ufficiatura del Santo Venerdì. È, infatti, il giorno di questo mondo, e la sua condanna reale e non simbolica, il giudizio reale e non rituale sulla nostra vita… È la rivelazione della vera natura del mondo, che poi ha preferito, e preferisce ancora, le tenebre alla luce, il male al bene, la morte alla vita. Dopo aver condannato a morte Cristo, “questo mondo” ha condannato a morte sé stesso nella misura in cui accetta il suo spirito, il suo peccato, il suo tradimento di Dio – siamo anche noi condannati... Questo è il primo e terribilmente reale significato del Santo Venerdì – una condanna a morte... Ma questo giorno del Male, della sua manifestazione e trionfo finale, è anche il giorno della Redenzione. La morte di Cristo si rivela a noi come morte oikonomicaper noi e per la nostra salvezza. Si tratta di una Morte oikonomica perché è il totale, perfetto e supremo Sacrificio. Cristo dona la Sua Morte al Padre Suo e dona la Sua Morte a noi. A Suo Padre, perché, come vedremo, non vi è altro modo per distruggere la morte, per salvare gli uomini da essa, ed è la volontà del Padre che gli uomini siano salvati dalla morte. A noi, perché in assoluta verità Cristo muore al posto nostro. La morte è il naturale frutto del peccato, un castigo immanente. L’uomo ha scelto di stare lontano (alienato) da Dio, ma non avendo la vita in sé stesso e da sé stesso, muore. Eppure in Cristo non vi è alcun peccato e, quindi, nessuna morte. Egli accetta di morire solo per nostro amore. Vuole assumere e condividere la nostra condizione umana sino alla fine. Accetta il castigo della nostra natura, come si è assunto l’intero onere del genere umano. Muore perché si è veramente identificato con noi, ha preso su di sé la tragedia della vita dell’uomo. La sua morte è l’ultima rivelazione della Sua compassione e del Suo amore. E poiché il suo morire è amore, compassione e condivisione della sofferenza, nella Sua morte, la natura stessa della morte è stata cambiata. Da punizione diventa radioso atto d’amore e di perdono, la fine dell’alienazione e della solitudine. La condanna è trasformata in perdono... E, infine, la sua morte è una morte oikonomicamente salvifica, perché distrugge la fonte stessa della morte: il male. Accettando nell’amore tutto questo, dando sé stesso ai suoi uccisori e permettendo loro un’apparente vittoria, Cristo rivela che, in realtà, questa vittoria è la totale e decisiva sconfitta del Male. Per essere vittorioso il Male deve annientare il Bene, deve dimostrare di essere la verità ultima sulla vita, screditare il Bene e, in una parola, mostrare la propria superiorità. Ma in tutta la Passione è Cristo e Lui solo che trionfa. Il Male non può fare nulla contro di Lui, poiché non può indurre Cristo ad accettare il Male come verità. L’Ipocrisia si rivela come Ipocrisia, l’Omicidio in quanto Omicidio, la Paura quale Paura; e come Cristo avanza in silenzio verso la Croce e la Fine, così la tragedia umana raggiunge il Suo culmine, il Suo trionfo, la Sua vittoria sul male, la Sua glorificazione divenuta sempre più evidente. E ad ogni passo questa vittoria è riconosciuta, confessata, proclamata – da parte della moglie di Pilato, da Giuseppe, dal ladro crocifisso, da parte del centurione. E quando Lui muore sulla Croce avendo accettato l’ultimo orrore della morte: la solitudine assoluta (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), non rimane null’altro da confessare se non che “veramente questo era il Figlio di Dio!...”. E, quindi, è questa Morte, questo Amore, questa obbedienza, la pienezza della Vita che distrugge ciò che rese la morte un destino universale. “E le tombe si aprirono...” (Matteo 27, 52). Appaiono già i raggi della risurrezione. Questo è il duplice mistero del Santo Venerdì, rivelato nelle sue ufficiature che ci rendono di esso partecipi. Da un lato, vi è la costante attenzione sulla Passione di Cristo come il peccato di tutti i peccati, il crimine di tutti i crimini. Dal Mattutino, nel corso del quale la lettura dei dodici Evangeli della Passione ci fa seguire passo per passo le sofferenze di Cristo, alle Ore (che sostituiscono la Divina Liturgia: il divieto di celebrare in questo giorno l’Eucaristia significa che il sacramento della presenza di Cristo non appartiene a “questo mondo” di peccato e di tenebre, ma è il sacramento del “mondo che verrà”) e, infine, i Vespri, gli uffici della sepoltura di Cristo, gli inni e le letture sono pieni di solenni accuse di coloro che volontariamente e liberamente decisero di uccidere Cristo, che addussero a giustificazione per questo omicidio la loro religione, la loro lealtà politica, le loro considerazioni pratiche e la loro obbedienza professionale. Ma, dall’altro lato, il sacrificio d’amore che prepara la vittoria finale è altresì presente fin dall’inizio. Dalla lettura del primo Evangelo (Giovanni 13, 31), che inizia con il solenne annuncio di Cristo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e in Lui Dio è stato glorificato”, agli stichira alla fine del Vespro – vi è l’accrescersi della luce, il lento evolversi della speranza e della certezza che “la morte sarà calpestata dalla morte...”

“Quando Tu, il Redentore di tutti,
fosti posto per tutti nel sepolcro nuovo,
l’Ade, che di nessuno ha timore, vedendo Te si chinò impaurito.
I chiavistelli furono infranti, le porte sconquassate,
le tombe furono aperte, i morti risuscitati.
Allora Adamo, con gioiosa gratitudine, Ti gridò:
“Gloria alla tua condiscendenza, o Misericordioso Sovrano”.

E quando, alla fine dei Vespri, abbiamo posto al centro della Chiesa, l’immagine di Cristo nel sepolcro, quando questo lungo giorno sta giungendo alla sua fine, sappiamo che siamo giunti alla fine della lunga storia della salvezza e della redenzione. Il Settimo Giorno, il giorno di riposo, il benedetto Sabato sta giungendo e con esso – la rivelazione della Tomba Vivificante.

Rev. Alexander Schmemann, Holy Week: A Liturgical Explanation for the Days of Holy Week (La Santa Settimana: Spiegazione Liturgica per i giorni della Santa Settimana), pubblicato da St Vladimir’s Seminary Press.



mercoledì 1 aprile 2015

Grande a Santo Giovedì





O Mistikos Dipnos - Mistica Cena


Due importanti eventi caratterizzano le sacre ufficiature del Santo e Grande Giovedì: l’Ultima Cena del Signore Gesù Cristo con i suoi discepoli e il tradimento di Giuda. Il significato più profondo di questi due eventi è l’amore. L’Ultima Cena è la rivelazione escatologica dell’amore salvifico di Dio per l’uomo, l’amore che è il cuore della salvezza. Il tradimento di Giuda rivela che il peccato, la morte e l’autodistruzione sono anch’essi dovuti all’amore; ma un amore distruttivo, un amore che divide, disperde e conduce là dove domina tutt’altro che l’amore. Proprio qui sta il mistero di questo unico giorno, del Santo Giovedì. Le sacre ufficiature, dove la luce e le tenebre, la gioia e il dolore sono stranamente mescolati, ci provocano mettendoci di fronte ad una scelta dalla quale dipende la destinazione finale di ciascuno di noi. «Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre… dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine…» (Gv 13, 1). Per capire il significato dell’Ultima Cena, essa deve essere vista come il fine della grandiosa potenza del Divino Amore, che ha avuto inizio con la creazione del mondo e adesso si conclude con la Morte e la Risurrezione di Cristo. «Dio è amore» (Gv 4, 8). E il primo dono dell’Amore è stato la vita. Il significato e il contenuto della vita era la comunione. Perché l’uomo riuscisse a vivere doveva mangiare e bere, partecipare alla vita del mondo. Così il mondo era amore divino che divenne cibo, divenne Corpo dell’uomo. Ed essendo vivo, partecipando cioè al mondo, l’uomo ha dovuto vivere in comunione con Dio, trovare senso in Dio, trovare in Lui il contenuto e il fine della sua vita. Comunione con il mondo – la creazione di Dio – era una vera e propria comunione con Dio. L’uomo ha ricevuto il cibo da Dio, facendoli corpo e vita propria, ha offerto tutto il mondo a Dio trasformandolo in vita «in Cristo». L’amore di Dio ha dato la vita all’uomo, l’amore dell’uomo per Dio ha trasformato questa vita in comunione con Dio. Questo è stato il Paradiso. La vita nel Paradiso era veramente eucaristica. Attraverso l’uomo e il suo amore per Dio, l’intera creazione si sarebbe santificata e trasformata in un mistero della Presenza Divina e l’uomo sarebbe stato il celebrante di questo mistero. Però con il peccato, l’uomo ha perso questa vita eucaristica. L’ha persa perché smise di vedere il mondo come un mezzo di comunicazione con Dio, e la sua vita come eucaristia, come adorazione e gratitudine… Amò sé stesso per sé stesso e il mondo per il mondo. Fece di lui e del mondo qualcosa fine a sé stessa. Amò tanto sé stesso che lo rese il centro, il contenuto e il fine della sua esistenza. Credé che la sua fame e la sua sete, cioè la dipendenza della sua vita dal mondo, potesse essere soddisfatta da questo mondo, dal cibo che offre il mondo. Ma il mondo e il cibo, una volta separati dal loro significato misterico – come mezzi di comunicazione con Dio – dal momento in cui essi non sono assunti come doni di Dio e non soddisfano la fame e la sete per Dio, non offrono più una certa soddisfazione, né colmano la vita. In altre parole, quando Dio non è più il reale contenuto e il significato della vita del mondo, la fame e la sete cessano di essere soddisfatte, perché il mondo non ha più la vita in sé… Quindi mettendo l’amore in queste cose l’uomo si distaccò dal solo oggetto di tutto l’amore, di tutta la fame, di tutti i desideri. Ed è morto. Egli è morto perché la morte è l’inevitabile «decomposizione» della vita staccata dall’unica fonte e dall’autentico contenuto. L’uomo, invece di trovare la vita in questo mondo e il cibo che offre il mondo, trovò la morte. La vita diventò ormai comunione con la morte invece di trasformare il mondo attraverso la fede, l’amore, il culto di Dio e della comunione con Lui. L’uomo si sottomise interamente al mondo, cessò di essere il suo celebrante e divenne il suo schiavo. Con il suo peccato tutto il mondo è diventato un immenso cimitero dove le persone sono condannate a morte, perché sono «abitanti nella regione dell’ombra della morte…» (Mt 4, 16). Sebbene l’uomo abbia tradito, Dio è rimasto fedele all’uomo, non gli ha voltato le spalle. «Tu non hai respinto per sempre la creatura che avevi plasmato, o Buono, né hai dimenticato l’opera delle tue mani, ma l’hai visitata in molti modi nella tua grande misericordia» (Preghiera della Divina Liturgia di Basilio il Grande). Un nuovo progetto divino ebbe inizio; il progetto della redenzione e della salvezza. E questo progetto si completò con Cristo, il Figlio di Dio, che, per restaurare l’uomo nella sua «bellezza primitiva» e riportare la vita in comunione con il suo Creatore, si è fatto Uomo. Assunse la nostra natura umana con tutte le sue caratteristiche: la fame, la sete, il desiderio di amore, di vita. Nel volto del Cristo incarnato si rivelò la vera vita la quale fu data in origine all’uomo come una completa e perfetta Eucaristia, come piena e perfetta comunione con Dio. Il Cristo Teantropo negò la tentazione umana fondamentale: di vivere «di solo pane». Egli rivelò che Dio e il Suo Regno sono il vero pane, la vera vita dell’uomo. Questa perfetta vita eucaristica, piena di Dio – e quindi della vita divina e immortale – l’ha data a tutti i Suoi fedeli. Quindi, i credenti in Dio trovano in Lui il senso e il contenuto della loro vita. Questo è esattamente il più profondo, il meraviglioso senso dell’Ultima Cena. Gesù Cristo offrì Sé stesso come il vero, l’essenziale cibo dell’uomo, perché la vita di Cristo è la vera vita. Così il movimento del Divino Amore che ha avuto inizio nel Paradiso con l’offerta di Dio «Mangia [del frutto] di qualunque albero del paradiso» (perché il cibo è la vita dell’uomo) raggiunge ora il suo culmine con il divino «prendete e mangiate, questo è il mio corpo…» (perché Dio è la vita dell’uomo). L’Ultima Cena, quindi, è il ripristino del Paradiso delle Delizie, la restaurazione della vita come Eucaristia e comunione. Ma questo momento di estremo Amore è anche il tempo dell’estremo tradimento. Giuda abbandona la luce che inondava la «Gran Sala» ed entra nel buio. «Quello però, preso il boccone, uscì subito. Era notte» (Gv 13, 30). Perché se ne è andato? Perché amava, risponde l’Evangelo. E questo amore fatale si sottolinea ripetutamente negli inni del Grande Giovedì. «Il tuo agire è colmo di perfidia, illegittimo Giuda; essendo ammalato di avarizia, hai guadagnato la misantropia; se amavi le ricchezze perché seguivi Colui che insegnava la povertà? anche se lo baciasti, perché hai venduto colui che non ha prezzo?…». Non ha importanza il fatto che l’oggetto dell’amore di Giuda sia stato l’«oro». L’oro, il denaro, rappresentano qui tutti gli amori perversi e distruttivi che portano l’uomo alla negazione di Dio. È infatti un amore rubato a Dio ed è proprio per questo che Giuda è un ladro. E quando qualcuno non ama Dio e il suo amore in genere non proviene da Dio, anche allora l’uomo ama e desidera – perché è creato per amare e l’amore è la sua natura – ma una passione oscura e autodistruttiva lo porta alla morte. Ogni anno, mentre celebriamo questo grande giorno del Santo Giovedì e affondiamo nella sua luce infinita, e nelle profondità insondabili dei significati del giorno, la stessa domanda decisiva è rivolta a ciascuno di noi: Io, corrispondo all’amore di Dio e l’accetto come mia vita, o seguo Giuda nel buio della sua notte? Le ufficiature del Grande Giovedì includono il Mattutino, il Vespro e poi la Divina Liturgia di Basilio il Grande. Anticamente nelle cattedrali si compiva l’ufficiatura del «Lavabo» dopo la Divina Liturgia. Oggi si riscontra in pochi monasteri. Mentre il diacono legge l’Evangelo, il Vescovo (o l’igumeno) lava i piedi di dodici sacerdoti (o monaci), fatto che ci ricorda che l’amore di Cristo è il fondamento della vita della Chiesa e caratterizza tutti i rapporti all’interno della Chiesa. Inoltre nelle prime Chiese Autocefale era d’uso anticamente nel Grande Giovedì la pratica dell’ufficiatura del Santo Miron il quale viene utilizzato nel sacramento della Santa Unzione. Ma oggi il Santo Miron si prepara solo al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, in una specifica ufficiatura del Grande Giovedì. A questa ufficiatura partecipano il Patriarca Ecumenico, i Metropoliti e tutto il clero del Santo Trono (Ecumenico). Con il Santo Miron che riceviamo dopo il nostro battesimo, riceviamo i doni del Santo Spirito. Pertanto, il nuovo amore che Cristo porta sulla terra, ci sigilla nel giorno in cui, come nuovi membri, facciamo il nostro ingresso nella Chiesa. Nel Mattutino i tropari sottolineano il tema del giorno che è il contrasto tra l’amore di Cristo e l’«insaziabile anima» di Giuda. Uno dei tanti tropari ci dice:
«Mentre i gloriosi discepoli venivano illuminati con la lavanda della cena, ecco che l’empio Giuda, malato di avarizia, si ottenebrava; e consegnava a giudici iniqui te, il giusto Giudice. Vedi come l’amante del denaro proprio per questo finisce impiccato; fuggi anima insaziabile che tanto ha osato contro il Maestro. O tu, buono con tutti, Signore, gloria a te».
La lettura dell’Evangelo (Lc 22, 1-39) è la narrazione dei fatti accaduti in quella «grande sala pronta». Segue il meraviglioso canone – pieno di significati teologici – poema del Monaco Cosma: «Il Mar Rosso squarciato si apre…». Questo ci dà l’impulso per concentrarci e meditare sul significato escatologico dell’Ultima Cena. L’ultimo Irmòs della 9ª Ode ci invita a prendere parte alla tavola immortale che ci fornisce il Signore con imperiosa ospitalità:
«Venite, o fedeli, con sensi elevati godiamo, nella sala alta, dell’ospitalità del Signore e della sua mensa immortale, godiamo il Logos innalzato, che esaltiamo poiché egli ce l’ha rivelato».

Nel Vespro dopo il «Signore, ho gridato a te…» agli idiòmela delle Lodi che seguono si evidenzia il terribile declino spirituale di Giuda: Il tradimento. Lo stico che segue è rappresentativo: «Giuda, servo e ingannatore, discepolo e insidiatore, amico e diavolo, si rivela nelle opere. Seguiva infatti il Maestro e meditava tra sé il tradimento; diceva in sé: lo consegnerò e raccoglierò il denaro. Cercava di vendere il miron ma anche di consegnarlo con l’inganno. Diede l’abbraccio, consegnò Cristo come agnello al macello, così seguì, l’unico misericordioso e amico dell’uomo».

Dopo l’Ingresso del santo Evangelo si leggono tre letture dall’Antico Testamento:
1) Esodo 19, 10-19. Dio viene «nelle nubi» sul monte Sinai e Mosè con il popolo esce a incontrarlo. Ciò prefigura la venuta di Cristo nel mondo e soprattutto nella riunione Eucaristica.
2) Giobbe 38, 1-23; 42, 1-5. Dio parla a Giobbe e Giobbe risponde: «... chi è costui che senza cognizione ottenebra il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose grandi e meravigliose che non comprendevo». E queste cose «grandi e meravigliose» si compiono ora in questa splendente «Grande Sala» con i Doni altissimi: il Corpo e il Sangue di Cristo.
3) Isaia 50, 4-11. Le profezie sulla Passione di nostro Signore Gesù Cristo. «Ho dato il mio corpo a quelli che mi percuotevano, e le mie guance a quelli che mi strappavano la barba; non nascosi il mio volto a quelli che mi schernivano e che mi sputavano…». Nella lettura dell’Apostolo si legge dalla Prima Lettera ai Corinzi (11, 23-32) la descrizione dell’Ultima Cena e il significato della Santa Comunione, come li riporta l’apostolo Paolo.La lettura dell’Evangelo che segue, è la più lunga nel corso dell’anno, ed è un testo composto da brani di tutti e quattro gli Evangeli. Parla di tutto quanto accade nell’Ultima Cena, del tradimento di Giuda e dell’arresto di Gesù Cristo nel giardino del Getsemani. Segue la Divina Liturgia di Basilio il Grande, dove invece dell’Inno Cherubico e del Koinonikòn si canta l’inno che diciamo sempre prima della santa Comunione:
«Della tua mistica cena, Figlio di Dio, rendimi oggi partecipe; non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, né ti darò un bacio come Giuda, ma come il ladrone ti confesserò: ricordati di me, Signore nel tuo Regno».

da: Αλέξανδρος Σμέμαν, Μικρό Οδοιπορικό της Μεγάλης Εβδομάδας. , Ακρίτας 2001.





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Chiesa di Sant'Atanasio dei Greci
Via del Babuino 149



Orario delle celebrazioni 
della Grande e Santa Settimana


29 Marzo - Domenica delle Palme
10:30  Benedizione delle Palme e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.


18:30 Orthros del Nymphios.

30 Marzo - Lunedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

31 Martedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

1 Aprile - Mercoledì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

2 Aprile -  Giovedì Santo
10:30 Esperinòs e Liturgia di San Basilio
.
18:00 Ufficio della Passione (Lettura dei 12 Vangeli)

3 Aprile -  Venerdì Santo
10:00 Ora Nona, Esperinòs e Deposizione dalla Croce.

18:00 Epitaphios thrinos, Enkomia e Processione.

4 Aprile -  Sabato Santo
10:00 Esperinòs e Liturgia di San Basilio.

23:00 Mesonyktikòn, Anastasis, Orthros e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.

5 Aprile - Domenica di Pasqua
10:30 Liturgia di San Giovanni Crisostomo.

19:00 Esperinòs. Proclamazione del Vangelo in diverse lingue.


Inno pasquale
Χριστς νστη κ νεκρν, θαντω θνατον πατσας, κα τος ν τος μνμασι, ζων χαρισμενος.

Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte, a coloro che giacevano nei sepolcri ha ridato la vita.




martedì 31 marzo 2015

Nomina del nuovo Vescovo di Piana degli Albanesi di Sicilia



Rev. Giorgio Demetrio Gallaro


Il Santo Padre ha nominato Vescovo dell'Eparchia di Piana degli Albanesi di Sicilia il Rev.do Giorgio Demetrio Gallaro, del clero dell'Eparchia di Newton dei Greco-Melkiti (Stati Uniti d'America).


Il Rev.do Giorgio Demetrio Gallaro è nato il 16 gennaio 1948 a Pozzallo, in Sicilia (Italia). Ha compiuto gli studi medi e secondari presso il seminario di Noto. Trasferitosi nel 1968 negli Stati Uniti d'America ha completato i corsi teologici al Saint John Seminary of Los Angeles, California. È stato ordinato diacono nel 1971 e presbitero nel 1972. Dopo aver servito per otto anni due comunità parrocchiali nell'Arcidiocesi di Los Angeles, ha compiuto gli studi superiori al Pontificio Istituto Orientale di Roma e alla Pontificia Università di San Tommaso in Urbe, conseguendo il dottorato in diritto canonico orientale e la licenza in teologia ecumenica. In seguito ha svolto attività di parrocchia e d'insegnamento nella sua Eparchia Melkita di Newton, Massachussets, in quella Ucraina di Stamford, Connecticut, e nell'Arcieparchia Rutena di Pittsburgh, Pennsylvania. Dal 2011 è stato il Vice-Presidente della Società di Diritto Orientale e dal 2013 Consultore della Congregazione per le Chiese Orientali. Al presente svolge gli uffici di sincello per gli affari canonici e di vicario giudiziale nell'Arcieparchia di Pittsburgh, di docente di diritto canonico e teologia ecumenica al Seminario Bizantino Cattolico dei Santi Cirillo e Metodio di Pittsburgh, e di giudice d'appello per l'Arcieparchia di Philadelphia degli Ucraini.

http://www.news.va/en/news/245993



Al Neo Vescovo porgiamo i nostri più calorosi auguri,
 affinché sia un buon Pastore per la chiesa Italo -Albanese di Piana


Εις πολλά έτη Δέσποτα


Për shumë viet o Zot


lunedì 30 marzo 2015

Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte....



La Fine
Questi tre giorni, che la Chiesa chiama Grandi e Santi hanno uno scopo molto preciso all’interno dello svolgimento liturgico della Santa Settimana. Essi dispongono tutte le sue celebrazioni, nella prospettiva della Fine; ci ricordano il significato escatologico della Pasqua. Molto spesso la Santa Settimana è considerata una delle “belle tradizioni” o delle “abitudini”, una “parte” ovvia del nostro calendario. La diamo per scontata e ne godiamo come di un evento annuale a noi caro, che abbiamo “osservato” sin dall’infanzia, di cui ammiriamo la bellezza delle ufficiature, lo sfarzo dei riti e, ultimo ma non meno importante, ci piace il frastuono della tavola pasquale. E poi, quando tutto questo è stato fatto riprendiamo la nostra normale vita. Ma abbiamo capito che, quando il mondo ha respinto il suo Salvatore, quando “Gesù ha cominciato ad essere triste e molto addolorato... e la sua anima è stata oltremodo triste fino alla morte”, quando Egli è morto sulla croce, la “normale vita” è giunta alla sua fine e non è più possibile. Poiché erano di quelli “normali” gli uomini che gridavano: “Crocifiggilo!”, che lo schiaffeggiarono e lo inchiodarono alla Croce. Ed essi lo hanno odiato ed ucciso proprio perché Lui stava turbando la loro vita normale. È stato davvero un mondo perfettamente “normale”, che ha preferito le tenebre alla luce e la morte e la vita... Con la morte di Gesù, il mondo “normale”, e la “normale” vita sono stati condannati irrevocabilmente. O, piuttosto è stata rivelata la loro vera e anormale incapacità di ricevere la Luce, il terribile potere del male in essi. “Ora è il giudizio è di questo mondo” (Giovanni 12, 31). La Pasqua di Gesù ha significato per “questo mondo” la sua fine, ed è stato alla sua fine da allora. Questa fine può durare per centinaia di secoli, ciò non altera la natura del tempo in cui viviamo come “ultima volta”. “La forma di questo mondo passa...” (I Cor. 7, 31). Pasqua significa passaggio. La festa di Pasqua, era per gli Ebrei la commemorazione annuale di tutta la loro storia come salvezza, e della salvezza come passaggio dalla schiavitù d’Egitto alla libertà, dall’esilio alla terra promessa. Era inoltre l’anticipazione del passaggio finale – nel Regno di Dio. E Cristo era il compimento della Pasqua. Lui ha compiuto l’ultimo passaggio: dalla morte alla vita, da questo “vecchio mondo” in un nuovo mondo in un nuovo tempo, quello del Regno. Ed ha aperto la possibilità di questo passaggio per noi. Pur vivendo in “questo mondo” noi possiamo già essere “non di questo mondo”, cioè, essere liberi dalla schiavitù della morte e del peccato, partecipi del “mondo a venire”. Ma per questo dobbiamo anche effettuare il nostro passaggio, dobbiamo condannare il vecchio Adamo in noi, dobbiamo immergerci in Cristo nella morte battesimale e avere la nostra vera vita nascosta in Dio con Cristo, nel “mondo a venire...”. E così la Pasqua non è una commemorazione annuale, solenne e bella, di un evento passato. Essa è questo Evento che si è mostrato in sé stesso, si è dato a noi, come sempre efficiente, rivelando sempre il nostro mondo, il nostro tempo, la nostra vita come alla loro fine, e per annunciare il Principio della nuova vita... E la funzione dei primi tre giorni della Santa Settimana è proprio quella di sfidarci con questo significato ultimo della Pasqua e prepararci alla comprensione e all’accettazione di esso. Questa sfida escatologica (che vuol dire ultima, decisiva, finale) viene rivelata, in primo luogo, nel comune tropario di questi giorni:

Tropario – Tono 8:

Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che Egli trova a vegliare e, invece, è indegno il servo che Egli trova noncurante. Guarda, dunque, anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo, sei tu, il nostro Dio! Per l’intercessione della Theotokos, abbi pietà di noi!

Mezzanotte è il momento in cui il vecchio giorno giunge alla fine e comincia un nuovo giorno. È quindi il simbolo del tempo in cui viviamo come Cristiani. Infatti, da un lato, la Chiesa è ancora in questo mondo, condividendo le sue debolezze e le sue tragedie. Ma, dall’altro lato, il suo vero essere non è di questo mondo, perché lei è la Sposa di Cristo e la sua missione è di annunciare e di rivelare la venuta del Regno e del nuovo giorno. La sua vita è un perpetuo vegliare e attendere, una veglia puntuale fino agli albori di questo nuovo giorno. Ma sappiamo ancora quanto è forte il nostro attaccamento al “vecchio giorno”, al mondo con le sue passioni e i suoi peccati. Sappiamo quanto profondamente apparteniamo ancora a “questo mondo”. Abbiamo visto la luce; conosciamo Cristo, abbiamo sentito parlare della pace e della gioia della vita nuova in Lui, ma ancora il mondo ci tiene in schiavitù. Questa debolezza, questo costante tradimento di Cristo, questa incapacità di dare la totalità del nostro amore all’unico vero oggetto d’amore sono mirabilmente espressi nell’exapostilarion di questi tre giorni:

“La tua Camera Nuziale vedo ornata, o mio Salvatore, ma non ho la veste nuziale per poter entrare, o Datore di vita, illumina la veste della mia anima e salvami”.

Lo stesso tema si sviluppa ulteriormente nelle letture evangeliche di questi giorni. Prima di tutto, l’intero testo dei quattro Evangeli (fino a Giovanni 13, 31) è letto durante le Ore (I, III, VI e IX). Questa ricapitolazione mostra che la Croce è il culmine di tutta la vita e del ministero di Gesù, la chiave per la loro corretta comprensione. Tutto nell’Evangelo porta a questa ultima ora di Gesù e tutto ciò deve essere compreso alla sua luce. Poi, ogni ufficiatura ha la sua lettura evangelica propria:

Il Lunedì:
Al Mattutino: Matteo 21, 18-43 – la storia dell’albero di fico, simbolo del mondo creato per recare frutti spirituali e della sua mancata risposta a Dio. Alla Liturgia dei Doni Presantificati: Matteo 24, 3-35: il grande discorso escatologico di Cristo. I segni e l’annuncio della Fine. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno...”.

“Quando il Signore stava andando alla Sua volontaria Passione, lungo la strada Egli disse ai Suoi Apostoli: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e il Figlio dell’Uomo sarà innalzato come è scritto di Lui. Venite, dunque, e accompagnateci con Lui, con la mente purificata dai piaceri di questa vita, e facciamoci crocifiggere e moriamo con Lui, per così poter vivere con Lui, e poterlo ascoltare mentre ci dice: ora io vado, non alla Gerusalemme terrena, per soffrire, ma fino al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro, e vi raccoglierò nella Gerusalemme celeste, nel Regno dei Cieli…” (Mattutino del Lunedì).

Il Martedì:
Al Mattutino: Matteo da 22, 15 a 23, 39. Condanna dei farisei, cioè, della religione cieca e ipocrita, di coloro che pensano di essere i “leaders” dell’uomo e la luce del mondo, ma che in realtà “precludono agli uomini il Regno dei cieli”. Alla Liturgia dei Presantificati: Matteo da 24, 36 a 26. Di nuovo la Fine e le parabole della Fine: le dieci vergini sagge che avevano sufficiente olio nelle loro lampade e le dieci stolte quelle che non sono state ammesse al banchetto nuziale; la parabola dei dieci talenti. “Quindi siate anche voi pronti, perché nell’ora che voi non pensate verrà il Figlio dell’uomo”. E, infine, il Giudizio Ultimo.

Il Mercoledì:
Al Mattutino: Gv 12, 17-50: il rifiuto di Cristo; l’acuirsi del conflitto, l’ultimo avvertimento: «È ora il giudizio di questo mondo… Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno». Alla Liturgia dei Presantificati: Mt 26, 6-16: la donna che versa il nardo di grande valore su Gesù, immagine dell’amore e del pentimento che, solo, ci unisce a Cristo. Queste letture dell’Evangelo sono spiegate ed elaborate nell’innologia di questi giorni: gli stichira e i triodia (canoni brevi di tre odi ognuno cantati al Mattutino). Un avvertimento, una esortazione le percorre tutte: la fine e il giudizio si avvicinano, dobbiamo prepararci per loro:

“Ecco, o anima mia, il Maestro ti ha conferito un talento. Ricevi il dono con timore; presta a lui che ha dato; distribuisci ai poveri e acquista per te stessa il tuo Signore, come tuo amico; che quando verrà nella gloria, con la potenza della sua mano destra ti farà sentire la sua voce benedetta: Entra, mio servo, nella gioia del tuo Signore”. (Mattutino del Martedì)

Durante tutta la Quaresima, i due libri del Vecchio Testamento, Genesi e Proverbi, vengono letti ai Vespri. Con l’inizio della Santa Settimana sono sostituiti da Esodo e Giobbe. L’Esodo è la storia della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana, della sua Pasqua. Esso ci prepara per la comprensione dell’esodo di Cristo al Padre Suo, del Suo compimento di tutta la storia della salvezza. Giobbe, il Sofferente, è l’Antico Testamento icona di Cristo. Questa lettura annuncia il grande mistero delle sofferenze, dell’obbedienza e del sacrificio di Cristo. La struttura liturgica di questi tre giorni è ancora di tipo quaresimale. Sono inclusi, quindi, la preghiera di sant’Efrem il Siro con le prostrazioni, la lettura accresciuta del Salterio, la Liturgia dei Doni Presantificati e il canto liturgico quaresimale. Siamo ancora nel tempo del pentimento, perché solo il pentimento ci rende partecipi della Pasqua di Nostro Signore, e ci apre le porte del banchetto Pasquale. E dopo, il Santo e Grande Mercoledì, quando l’ultima liturgia dei Doni Presantificati sta per essere completata, dopo che i Santi Doni sono stati tolti dall’altare, il sacerdote recita per l’ultima volta la preghiera di sant’Efrem. In questo momento, la preparazione giunge alla fine. Il Signore ci chiama ora alla sua Ultima Cena.

di: Alexander Schmemann






domenica 29 marzo 2015

Il Nymphios




Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che Egli trova a vegliare e, invece, è indegno il servo che Egli trova noncurante. Guarda, dunque, anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo, sei tu, il nostro Dio!

Ιδού ο Νυμφίος έρχεται εν τω μέσω της νυκτός και μακάριος ο δούλος, ον ευρήσει γρηγορούνταανάξιος δε πάλιν ον ευρήσει ραθυμούντα. Βλέπε, ουν, ψυχή μου, μη τω ύπνω κατενεχθής, ίνα μη τω θανάτω παραδοθής και της Βασιλείας έξω κλεισθής αλλά ανάνηψον κράζουσα Άγιος, Άγιος, Άγιος ει ο Θεός ημών


Nei tre primi giorni della Settimana Santa nella tradizione bizantina, viene messa in luce la figura di Cristo come Sposo, cioè le nozze di Dio con la Chiesa, con l'umanità. Questo è un fatto comune a tutte le liturgie orientali: le tradizioni siriache hanno una celebrazione chiamata “delle lampade” in cui viene pure rappresentata liturgicamente nella chiesa la parabola delle dieci vergini. Tutti i tre giorni commemorano qualche personaggio concreto: al Lunedì Santo viene assegnata la memoria del patriarca Giuseppe, e del fico maledetto da Gesù (Mt 21, 18); Giuseppe è figura di Gesù, venduto dai suoi fratelli, portato alla sofferenza, esaltato da Dio che lo costituisce salvatore del suo popolo. Per quanto riguarda il Martedì Santo, nella prospettiva del tema dello Sposo, viene considerata la parabola delle dieci vergini (Mt 24-25). Il Mercoledì Santo viene fatta memoria della donna peccatrice che unse i piedi di Gesù (Mt 26,6-13). Al di là dell'identità della donna, che la liturgia non chiarisce, il mistero teologico sottolineato nella liturgia bizantina è quello della donna peccatrice che con le lacrime, con l'unzione con l'olio profumato -simboli ambedue battesimali- arriva a contatto col Cristo incarnato, Dio e uomo, contatto -sacramento- che la porta alla conversione; è ancora il Cristo Sposo che va incontro alla sua Chiesa. Due testi centrano l'ufficiatura di questi tre giorni: Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio; per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi. Il secondo tropario: Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore, e non ho la veste per entrare. Fa' risplendere la veste dell'anima mia, o tu che doni la luce, e salvami!.  Il tema dell'attesa dello Sposo; i tropari rileggono Mt 25,6: lo Sposo che arriva nel mezzo della notte. L’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce. Se guardiamo le note di alcune delle edizioni o delle diverse traduzioni che ci sono dell’ufficiatura di questi giorni, vediamo come i testi non sono altro che un intreccio di citazioni bibliche, dal Vecchio e dal Nuoto Testamento; nel tropario Ίδou Ò Νυμφίoς ci sono ben cinque testi biblici dietro ( lo Sposo che arriva: Mt 25,6; il servo che vigila: Lc 12,37; distacco dal sonno: Rm 13,11; la chiusura della porta del Regno: Mt 25,10; il Dio tre volte santo: Is 6,3). Tre temi da sottolineare in questo testo: Tema dell'attesa dello Sposo; il tropario rilegge lo Sposo che arriva di Mt 25,6; l’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce, la sua croce; ricordate l’icona dello Sposo. Il secondo tema è l’analogia che il tropario fa di sonno-morte; dietro c’è il testo di Lc 12,37, il servo vigilante, e di Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; esso, lo Sposo, arriverà nella notte nell'ora in cui il servo non sa, e per questo viene chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo nel tropario è quello delle nozze divine e l'assoluta indegnità dell'uomo che solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, per la luce che viene da Cristo. Il tema è una rilettura di Mt 25,10. Di fronte allo Sposo nel suo talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il cristiano si scopre dal tutto peccatore e durante la Quaresima l’abbiamo tante volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto fino a sazietà: dammi di vedere i miei peccati e di non condannare... Ma si scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo acclama il Dio tre volte santo di Is 6,3.

di: P. Manel Nin , Rettore P.C.Greco




Ιδού ο Νυμφίος






Τον Νυμφώνα Σου Βλέπω




venerdì 27 marzo 2015

Domenica delle Palme




Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza”(Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama “Entrata del Signore a Gerusalemme”. Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi...” (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento... Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero. Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità e la verità vi renderà liberi”. Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli “apparati”, di tutti i “poteri”... È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà... ma il Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore, che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano... No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà... E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità. La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)

da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J. K.


APOLITIKION

Τν κοινν νστασιν, πρ το σο Πθους πιστομενος, κ νεκρν γειρας τν Λζαρον Χριστ Θες· θεν κα μες ς ο Παδες, τ τς νκης σμβολα φροντες, σο τ Νικητ το θαντου βομεν· σανν ν τος ψστοις, ελογημνος ρχμενος, ν νματι Κυρου.

Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.