Il conflitto in Siria, la
difficile situazione dei circa 300mila fedeli greco-cattolici melkiti presenti
in Siria, la nomina del nuovo vescovo greco-melkita di Homs: sono fra gli
argomenti all’ordine del giorno dell’Assemblea del Sinodo della Chiesa greco cattolica
melkita, che si è aperta oggi a Beirut, in Libano. Alla guida dell’assise, il
Patriarca greco melkita di Antiochia e di tutto l’Oriente, Gregorio III Laham,
che presiede un’assemblea di circa 30 presuli provenienti dal Medio Oriente ma
anche dall’America, dall’Australia e dall’Europa. L’Assemblea sarà chiamata a
una nomina molto delicata, quella del nuovo vescovo di Homs (attualmente sede
vacante), la città al centro del violento conflitto fra truppe regolari e
ribelli dell’Esercito Siriano di Liberazione. Secondo fonti di Fides, i presuli
del Sinodo greco-melkita sono fortemente preoccupati per la sorte dei fedeli
cattolici in Siria, stretti al centro del conflitto. Nella discussione del
Sinodo, si cercherà anche di esplorare vie di riconciliazione non violente,
alternative alla forza militare, che costituiscono il profondo desiderio dei
fedeli cristiani in Siria e in tutto il Medio Oriente. I vescovi e i
rappresentanti del Sinodo hanno accolto l’appello lanciato dal Patriarca Laham
e stanno vivendo, nel mese di giugno, un periodo di digiuno, astinenza e
preghiera per la pace in Siria, fino alla festa dei Santi Pietro e Paolo.
(R.P.)
martedì 19 giugno 2012
Libano: al Sinodo greco-melkita, conflitto in Siria e nomima del vescovo di Homs
martedì 12 giugno 2012
SIRIA - Un cristiano ucciso a Qusayr, dove due preti confermano l’ultimatum ai cristiani
Qusayr (Agenzia Fides) – Il cristiano
Maurice Bitar è stato ucciso a Qusayr, la cittadina nei pressi di Homs dove la
popolazione cristiana presente – circa mille persone sui 10mila che vi
risiedevano prima dell’inizio della violenza – è stata costretta a fuggire dopo
l’ultimatum lanciato da una fazione armata, nelle forze di opposizione, guidata
dal generale Abdel Salam Harba (vedi Fides 9/6/2012). Come anticipato da Fides,
alcuni cristiani, dopo l’avvertimento, hanno scelto di restare comunque a
Qusayr, esponendosi a forti rischi. Maurice Bitar è stato ucciso da un
cecchino, con altri tre uomini, mentre era uscito di casa per comperare del
pane per la sua famiglia. Gli abitanti cristiani di Qusayr, riferiscono fonti
locali di Fides, subiscono vessazioni come il divieto di circolare per strada e
l’obbligo di “cedere il passo” se incontrano un musulmano, “come ai tempi del
califfato ottomano”, nota la fonte di Fides. L’opposizione armata, infatti,
come confermano numerosi osservatori in Siria e all’estero, si sta gradualmente
radicalizzando verso una ideologia sunnita estremista, di marca salafita. Sono
numerose le bande e i gruppi militari che operano in modo del tutto
indipendente, al di fuori del coordinamento dell’Esercito Siriano di
Liberazione. L’ultimatum lanciato dalla fazione di Abdel Salam Harba, ad
esempio, non è stato ratificato da altri gruppi: in un comunicato inviato a
Fides, il coordinamento dello stesso Esercito Siriano di Liberazione, di stanza
a Qusayr, si dice “scioccato per la notizia” e rigetta tale ultimatum,
affermando di non esserne responsabile e di non condividerlo in alcun modo. Due
sacerdoti cattolici fuggiti nei giorni scorsi da Qusayr, raggiunti dall’Agenzia
Fides, confermano, invece, di aver sentito “con i loro orecchi” l’ultimatum,
ripetuto anche dai minareti delle moschee, e di aver lasciato la città con
numerose famiglie di profughi.Secondo fonti di Fides, “la situazione nella zona
è insostenibile ed esposta a totale illegalità “. I cristiani si confrontano
con un dura realtà: o unirsi all’opposizione, arruolando i loro giovani, o
essere vittime di vessazioni, discriminazioni, violenze. La sorte dei cristiani
di Qusary, conclude la fonte, potrebbe ben presto toccare ai 10mila fedeli che
popolano altri villaggi nell’area, come Dmeineh, Rableh e Hamra. (PA) (Agenzia
Fides 12/6/2012)
sabato 9 giugno 2012
Siria: il Patriarca Gregorios III chiede un mese di digiuno e di preghiera per la pace.
Di fronte ai massacri e ai sanguinosi
eventi vissuti negli ultimi tempi in Siria, Gregorios III Laham, Patriarca
greco-cattolico melchita di Damasco, ha lanciato un accorato appello a tutti i
fedeli perchè vivano un periodo di preghiera, astinenza e digiuno per la pace.
La Chiesa intende accompagnare la difficile situazione nel Paese, perché “il
Dio possa ristabilire la pace, l’amore fraterno e la solidarietà reciproca in
Siria, in tutte le sue regioni e tra tutti i suoi cittadini”, recita il
messaggio, inviato all’agenzia Fides. Messaggio nel quale il Patriarca afferma:
“Nella tradizione orientale della Chiesa, dopo la Pentecoste, nel mese di
giugno si osserva il ‘digiuno dei Dodici Apostoli’, tra i quali Pietro e Paolo,
che la Chiesa in Oriente e Occidente commemora il 29 giugno. Questo digiuno
comincia quest'anno il 4 giugno e termina il 28 giugno. Ora, dopo l'escalation
di violenza, in particolare la diffusa serie di omicidi e rapimenti a scopo di
estorsione che ha colpito un gran numero di membri della Chiesa greco-melchita
cattolica e gli altri, specialmente in Homs, chiediamo a tutti i figli della
nostra Eparchia patriarcale di Damasco di digiunare e offrire speciali
preghiere ogni giorno, a casa e in chiesa”. Il Patriarca spiega: “Questa è la
nostra risposta agli eventi dolorosi che hanno causato il pianto e la
sofferenza, diffondendo immagini terrificanti e provocando odio e vendetta”. La
speciale iniziativa, informa il Patriarca, è rivolta a tutti, clero, religiosi,
fedeli laici, famiglie, che potranno rivolgere a Dio speciali intenzioni di
preghiera: “per tutti i cristiani, che siano confermati nella vera fede vera e
possano essere uniti nella Chiesa; per i leader e i membri del Parlamento, che
possano essere illuminati e seguire vie di comprensione, compassione e
cooperazione; per tutti gli abitanti della Siria, che i loro cuori possono
essere confermati nella comprensione e nella pace. (R.P.)
www.new.va
mercoledì 6 giugno 2012
“La desolazione di Homs e la guerra di informazione”
Damasco (Agenzia Fides)
– “La pace in Siria potrebbe essere salvata se tutti dicessero la verità. Dopo
un anno di conflitto, la realtà sul terreno è lontana dal quadro che impone la
disinformazione nei mass media occidentali”: lo dice una testimonianza inviata
a Fides dal Vescovo francese Philip Tournyol Clos, Archimandrita
greco-cattolico melchita, che ha visitato nei giorni scorsi la Siria, recandosi
in diverse città, come Damasco, Aleppo e Homs. A Homs, definita “città martire”, “le forze di
opposizione hanno occupato due quartieri, Diwan Al Bustan e Hamidieh, dove vi
sono tutte le chiese e vescovadi”, racconta a Fides l’Archimandrita. “Lo
spettacolo per noi – continua – è la desolazione assoluta: la chiesa di Mar
Elian è semi distrutta e quella di Nostra Signora della Pace è ancora occupato
dai ribelli. Le case dei cristiani sono gravemente danneggiate dagli scontri e
completamente svuotate dai loro abitanti, fuggiti senza prendere nulla. Il quartiere
di Hamidieh è ancora rifugio inespugnabile di gruppi armati indipendenti l'uno
dall'altro, dotati di armi pesanti e finanziati da Qatar e Arabia Saudita.
Tutti i cristiani (138.000) sono fuggiti a Damasco e in Libano, altri si sono
rifugiati nelle campagne circostanti. Un sacerdote è stato ucciso e un altro è
stato ferito da tre proiettili nell'addome. Ancora un paio vivono lì, ma i
cinque vescovi hanno dovuto rifugiarsi a Damasco e in Libano”. Il leader cristiano continua: “Nella capitale
si temono autobombe e attentati di attentatori suicidi islamisti, attratti dal
desiderio del paradiso, che cullano il sogno della fine del regime alawita.
Attualmente si sta tentando di destabilizzare il paese tramite l’opera
sanguinosa di avventurieri che non sono siriani. Anche l'ex ambasciatore di
Francia, Eric Chevallier, ha segnalato tali informazioni, che sono state sempre
rifiutate, mentre molte informazioni continuano a essere falsificate per
alimentare la guerra contro la Siria”, denuncia il Vescovo a Fides. A Damasco
nelle scorse settimane vi sono stati terribili attentati che si sono conclusi
con un bilancio: di 130 morti (di cui 34 cristiani), 400 feriti e molte case
danneggiate. “La costernazione era generale, il dolore indescrivibile”, nota
l’Archimandrita, ricordando che “il popolo siriano è un popolo semplice e
giocoso”. Sui cristiani il Vescovo dice: “I cristiani vivono in pace,
condividendo la sofferenze di tutti, ma sono pronti ad ammettere di non essersi
mai sentiti così liberi in passato e a ricordare il pieno riconoscimento dei
loro diritti, datogli dal presente governo”. Mons. Philip Tournyol Clos
racconta la chiave di lettura di leader cristiani e musulmani siriani, che
affermano: “I nemici della Siria hanno arruolato i Fratelli Musulmani al fine di
distruggere le relazioni fraterne che esistevano tradizionalmente tra musulmani
e cristiani Eppure, ad oggi, non ci riescono: hanno provocato una reazione
contraria e le due comunità sono unite più di prima”. I soldati siriani
infatti, continuano a trovarsi di fronte combattenti stranieri, mercenari
libici, libanesi, militanti dei paesi del Golfo, afgani, turchi. “I militanti
sunniti salafiti – dice il Vescovo – continuano a compiere crimini sui civili,
o a reclutare combattenti con la forza. Gli estremisti fanatici sunniti stanno
combattendo orgogliosamente una guerra santa, soprattutto contro gli alawiti.
Quando i terroristi vogliono controllare l'identità religiosa di un sospetto,
gli chiedono di citare le genealogie risalenti a Mosè. E chiedono di recitare
una preghiera che gli alawiti hanno rimosso. Gli alawiti non hanno alcuna
possibilità di uscirne vivi”. (PA)
da: www.orientecristiano.com
sabato 12 maggio 2012
Nuovo Vescovo per l'Eparchia di Lungro degli Italo Albanesi dell'Italia continentale
Rev. mo Archimandrita Donato Oliverio
Oggi 12 Maggio 2012 il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Vescovo Eparchiale di Lungro degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale il Rev. Archimandrita Donato Oliverio, finora Delegato ad omnia della medesima Eparchia.
L'Archimandrita Donato Oliverio è nato il 5 marzo del 1956 a Cosenza, è stato alunno del nostro Pontificio Collegio Greco conseguendo in Roma i gradi accademici, fu ordinato sacerdote dall'Eparca Giovanni Stamati il 17 ottobre 1982. Parroco della parrocchia di San Giuseppe in Marri-San Benedetto Ulano e Amministratore di San Benedetto Ulano dall'8 dicembre 1982. E' stato Vicario di Mons. Ercole Lupinacci e primo collaboratore episcopale dal 2003.
Dal 2010 delegato ad omnia dell'Amministratore Apostolico, Mons. Salvatore Nunnari
Al Neo Vescovo porgiamo i nostri più calorosi auguri, affinchè sia un buon Pastore per la chiesa Italo -Albanese di Lungro
Εις
πολλά έτη Δέσποτα
Për shumë viet o Zot
domenica 22 aprile 2012
23 Aprile: San Giorgio Megalomartire

Αγίου Γεωργίου
L’esistenza della tomba di san Giorgio è testimoniata tra il 530 e il 670 da tre antichi- scrittori d’itinerari di pellegrinaggi cristiani, in particolare in Terra Santa: Teodosio Perigeta (africano del nord), Antonino, martire di Piacenza, e Adamnano, monaco irlandese, abate di lona o Hy. I documenti del VI e VII secolo, a loro volta, sono correlati a resti archeologici di una basilica cimiteriale risalente all’età dell’imperatore Costantino rinvenuti a Lydda in Palestina e tuttora visibili. Vi è inoltre un’epigrafe greca rinvenuta in Eccaea nella Batanea (regione della Palestina oltre il fiume Giordano, la Basan dell’Antico Testamento) datata dal bollandista Hippolyte Delehaye, al 368, la quale riferisce di una «casa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni», e di una chiesa dedicata al santo qualche decennio dopo la sua morte.
Dalla “passio Georgii” alla leggenda.
Il testo più antico della leggenda di san Giorgio ci è pervenuto da un codice greco del V secolo custodito nella Biblioteca Nazionale di Vienna. L’afflusso dei fedeli alla tomba di San Giorgio a Lydda, all’inizio del V secolo, determinò la stesura di una prima leggendaria Passio, da datare attorno al 916, (tradotta poi in latino dal Lippomano) che influenzò in maniera determinante il Monologo del Metafraste (siamo all’incirca nell’anno 964). Oltre che in latino, la Passio fu tradotta anche in altre lingue mediorientali, quali il copto, l’armeno, l’etiopico e l’arabo, per favorire l’uso liturgico che allora si faceva della vita dei santi. La figura di San Giorgio andò alimentandosi di racconti spesso fantasiosi: dalla prima Passio già citata, e rimaneggiata numerosissime volte nei secoli successivi in Asia, in Africa e in Europa, si pervenne alla leggendaria vita di San Giorgio che oggi conosciamo. Sebbene ci sia discordanza tra i vari estensori della Vita di San Giorgio, si può affermare con sicurezza che il santo nacque in Cappadocia, su quell’altipiano dell’Asia Minore che si estende dal mar Nero alle falde del monte Tauro, verso l’anno 280, da Geronzio, d’origine persiana, e Policronia, della Cappadocia, i quali professavano la fede cristiana. Per rintracciare i primi segni della santità di Giorgio, non si deve attendere l’età giovanile. Infatti, scrive il Metafraste, biografo accreditato del santo: «Il piccolo Giorgio, cristianamente educato alla verace pietà dai suoi genitori, accolse e fecondò nel suo cuore quei semi d ‘eroiche virtù, onde la Chiesa sorgente, tra lotte e trionfi, dalle rovine del paganesimo, a quel tempo abbisognava. . . ». Ancora in giovane età, nel momento in cui sentiva maggiore il bisogno dell’affetto dei genitori, perse il padre. Dopo tale lutto, si spostò con la madre a Lydda o diastoli in Palestina in una tenuta di sua proprietà e li, dopo poco tempo, rimase orfano anche della madre. Trascorsi gli anni dell’adolescenza, Giorgio dovette affrontare il momento della scelta del proprio stato e, nonostante il pericolo dovuto alla sua fede cristiana, decise di arruolarsi nella milizia di Diocleziano. Prima però di entrare nell’esercito si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi santi e così rinsaldare, sulle orme benedette di Cristo, la propria fede. Tornato dal pellegrinaggio nella Città santa, Giorgio mise in pratica i dettami evangelici: vendette i suoi beni e distribuì il ricavato ai poveri. Quindi, a vent’anni, si presentò all’imperatore. Ricordandogli il nome e i servigi del padre, Giorgio espresse a Diocleziano il desiderio di entrare a far parte dell’esercito imperiale, e fu arruolato. Nel tempo durante il quale prestava servizio militare, ebbe ad affrontare la lotta contro il drago nelle vicinanze della città di Berito. Ma proprio durante il regno di quell’imperatore scoppiò una delle più gravi persecuzioni contro i cristiani. Anche in un tale clima di terrore Giorgio non esitò a professare esplicitamente la sua fede in Cristo. L’editto imperiale che ordinava la persecuzione dei cristiani era arrivato nelle province orientali e fu promulgato anche a Nicomedia. Giunto in quella città il giorno stesso della divulgazione di tale ordine, il giovane non solo non ebbe dei ripensamenti, ma rafforzò con decisione la propria adesione a Cristo, anzi, notando la grande costernazione dei suoi fratelli nella fede, maturò nel suo animo un atto ardito e generoso: lacerare di fronte a tutti il documento imperiale. Così, il giorno dopo, mise in esecuzione il gesto provocatorio, e, senza aspettare di essere arrestato dai soldati, si presentò spontaneamente davanti al tiranno che si trovava nel senato. Intervenne allora il console Magnesio, che, fatto immediatamente arrestare l’irruente militare, si provò con adulazioni e minacce a fargli rinnegare la fede, senza ottenere alcun esito. Visto vano ogni tentativo, Diocleziano ordinò che Giorgio fosse spinto verso la prigione, pungolato dalle lance dei miliziani, ma le punte delle armi — narra la tradizione - si ripiegavano su se stesse come fossero dì sottilissimo piombo, senza arrecare nessuna ferita sul corpo del giovane cristiano. Così il prigioniero, incatenato e senza cibo, fu lasciato languire a lungo nel carcere sotterraneo, dove lo attendevano altre sevizie: gli fu infatti messo sul corpo, disteso sul pavimento, un enorme masso di pietra che, premendogli il petto, gli toglieva quasi il respiro, ma egli affrontò con forza la prova fino al giorno seguente, senza emettere neppure un gemito. Fu allora sottoposto al supplizio dei flagelli e, successivamente, gettato in una fossa riempita di calce bollente ove fu lasciato per tre giorni; ma ne uscì indenne, come nella vicenda biblica dei tre adolescenti tra le fiamme della fornace di Babilonia. Sembrava che le torture e le violenze che venivano praticate con raffinata crudeltà sul corpo di Giorgio, anziché fiaccarne la fede, la rendessero più forte. Diocleziano, convinto che le torture dovessero ormai aver piegato la sua capacità di resistere, lo convocò alla sua presenza e gli rinnovò minacce e promesse; ma non ne ottenne che lo stesso risultato, perché il giovane si rifiutò con sdegno di sacrificare agli dei di Roma. Allora, accecato dall’ira, l’imperatore fece legare nudo il ribelle ad un disco di legno munito di lamine rotanti su un ripiano di legno che gli avrebbero lacerato le carni, ma, appena la ruota incominciò a girare, come inceppata da una forza invisibile, si ruppe e andò in frantumi. Prodigiosamente sciolto dalle catene che lo tenevano avvinto allo strumento del supplizio, Giorgio levò un inno di grazie al Signore che viene in soccorso ai suoi eletti e li salva. Convinto tuttavia che la forza del cristiano, come quella del valoroso patriota, non consiste nel fuggire il nemico che avanza minaccioso, ma nell’affrontarlo con coraggio, il giovane soldato decise di confrontarsi di nuovo con l’imperatore e lo incontrò nel tempio d’Apollo. Il tiranno non si aspettava certo di vedersi comparire davanti quell’indomito soldato, il quale andava alzando la voce per denunciare la vanità degli idoli “che hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, hanno bocca e non parlano”. Fattolo nuovamente arrestare, Diocleziano, al colmo della rabbia, comandò che a quell’impudente provocatore fosse fatta trangugiare una pozione di veleno, che però non recò alcun danno al prigioniero. Alla vista di tali prodigi, due tribuni - Anatolio e Protoleone, convinti e persuasi della grandezza della fede cristiana, si convertirono e, dichiaratisi pubblicamente discepoli di Cristo, subirono immediatamente la pena capitale. Perfino l’imperatrice Alessandra, moglie del tiranno, commossa dalle scene cui aveva assistito, non poté trattenersi dal dichiarare la sua simpatia per la fede cristiana, per cui fu condannata a morte; ma prima ancora di essere condotta al luogo del supplizio s’accasciò al suolo e spirò. L’imperatore continuava ad essere succube delle malie e dei consigli del mago Atanasio, dal quale fu spinto a sottoporre Giorgio ad una prova incredibile, quella di resuscitare un morto. In un frangente tanto difficile il giovane soldato non si perse d’animo, ma pose la sua speranza unicamente nella potenza del Signore che è vicino a chi lo invoca. Portato davanti ad una tomba scoperchiata dove giaceva un cadavere in avanzato stato di decomposizione, Giorgio alzò gli occhi al cielo e, dopo aver pregato, comandò al morto di tornare in vita. Questi, tra la meraviglia di tutti, si levò dal sepolcro e si prostrò ai suoi piedi confessando la propria fede in Gesù, imitato dal mago che aveva suggerito la sfida. Solo l’imperatore Diocleziano rimase irremovibile, pur in presenza di tanti e straordinari prodigi di cui era stato testimone in prima persona; anzi, preso da una rabbia che montava, diede l’ordine che Giorgio e tutti coloro che avessero aderito a Cristo fossero giustiziati. Giorgio, quindi, fu decapitato. Era l’anno 303 d.C.
San Giorgio e il drago, ovvero la “Leggenda Aurea”
I panegirici, i sacramentari e le preghiere liturgiche bizantine
Sono numerosi gli scrittori sacri che si sono occupati di San Giorgio, a partire dai Padri della Chiesa san Basilio, sant’Ambrogio e san Giovanni Crisostomo nei primi secoli dell’era cristiana dopo di loro, prima del Mille, il papa san Gregorio Magno, sant’Andrea di Creta e san Beda il Venerabile. Dopo l’anno Mille altre grandi personalità della Chiesa si ispirarono alla figura di San Giorgio e ne tesserono dei panegirici, elogiandone la fede e il martirio; tra di essi sono da ricordare, tra i secoli XI e XV, il vescovo Zaccaria, san Pier Damiani, san Vincenzo Ferreri e san Lorenzo Giustiniani. Anche il grande filosofo scolastico san Tommaso d’Aquino scrisse un sermone su di lui. Nel corso dei secoli schiere di predicatori, illustri o anonimi, nelle loro omelie continuarono a riferirsi al grande eroe della fede cristiana. In merito qui di seguito si fa cenno a sacramentari e ad alcuni panegirici tra i più significativi tenuti in onore del santo da predicatori nel periodo medievale, e giunti a noi attraverso documenti redatti in latino e riproposti in lingua italiana.
Da un panegirico di S. Andrea di Creta († 740)
dal sito web: www.chiesasangiorgioalbanese.it
Απολυτίκιον Αγίου Γεωργίου
Ως των αιχμαλωτων ελευθερωτης,
και των πτωχων υπερασπιστης,
ασθενουντων ιατρος, βασιλεων υπερμαχος,
Τροπαιοφορε Μεγαλομαρτυς Γεωργιε,
πρεσβευε Χριστω τω Θεω,
σωθηναι τας ψυχας ημων.
lunedì 16 aprile 2012
Iconostasi e Liturgia celeste
Una prospettiva cattolica orientale
per la nuova evangelizzazione
Aula Magna
Pontificio Istituto Orientale
lunedì, 23 aprile 2012, ore 9.00
Scarica il programma: www.pontificio-orientale.com
mercoledì 11 aprile 2012
CELEBRATI IN SAN PIETRO I FUNERALI DEL CARDINALE DAOUD, "ARTEFICE DI UNITÀ"

2012-04-11 Radio Vaticana
“Testimone di unità dei cristiani”. Così ieri, nel corso delle esequie in San Pietro, il cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, ha ricordato il cardinale Ignace Moussa I Daoud, patriarca emerito di Antiochia dei Siri e già prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. Il porporato si era spento sabato scorso a Roma all’età di 89 anni. Benedetta Capelli:
“Una vita tutta spesa a servizio della Chiesa”. In poche parole il cardinale Sodano ha tratteggiato la figura del Patriarca emerito di Antiochia dei Siri, cardinale Daoud. Un commosso ricordo al quale – ha detto il porporato nella sua omelia – si è anche unito il Papa da Castel Gandolfo. “Testimone di unità” è l’altra definizione usata dal cardinale Sodano per ricordare il cardinale Daoud che si spese con grande impegno alla guida della Congregazione per le Chiese Orientali e prima ancora come capo della Chiesa Patriarcale di Antiochia. Proprio come Patriarca, il cardinale Daoud assunse il nome tradizionale di Ignazio, “grande cultore dell’unità della Chiesa” e primo vescovo di Antiochia dopo l’Apostolo Pietro. “Antiochia era allora – ha detto il decano – una grande città della Siria, lì i discepoli di Cristo avevano iniziato a dirsi cristiani”. Da lì partì poi il grande slancio missionario della Chiesa dove tutti erano uniti “in un’anima sola ed un cuor solo”. Per quell’unità – ha ricordato il cardinale Sodano – nacque il Patriarcato di Antiochia dei Siri. L’amore verso Antiochia ha portato il cardinale Daoud a scegliere come luogo di sepoltura Beirut accanto ai suoi predecessori del Patriarcato Siro. “Noi a Roma – ha concluso il decano – lo ricorderemo sempre come artefice di unità impegnandoci poi a lavorare tutti per il bene della Santa Chiesa, riunita intorno al Successore di Pietro, così come Cristo la volle”
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