martedì 16 febbraio 2010

La Quaresima


Il Viaggio verso Pasqua

Quando uno parte per un viaggio, deve sapere dove egli stia andando. Lo stesso accade per la Quaresima. In primo luogo essa è un viaggio spirituale e la sua distinzione è la Pasqua, “la Festa delle Feste”. La Quaresima è la preparazione per la “pienezza” della Pasqua, la vera Rivelazione. Dobbiamo perciò cominciare a comprendere questo rapporto tra Quaresima e Pasqua, poiché esso rivela qualcosa di assolutamente essenziale, di veramente cruciale riguardo alla nostra fede cristiana ed alla nostra vita.
È necessario spiegare che Pasqua è molto più che una delle feste, più che una commemorazione annuale di un avvenimento passato? Chiunque abbia, sia pur una volta, partecipato a questa notte che è “più luminosa del giorno”, ed abbia gustato questa particolare gioia, lo sa. Perché possiamo cantare, come lo facciamo durante il mattutino pasquale: “Oggi tutte le cose sono piene di luce, il cielo e la terra ed i luoghi sotterranei”? In quale senso possiamo celebrare, come pretendiamo di fare, “la morte della Morte, la distruzione dell’inferno, l’inizio di una nuova ed eterna vita...?”. A tutte queste domande, rispondiamo: la nuova vita che quasi duemila anni or sono risplendette dalla tomba, è stata data a noi, a tutti coloro che Credono in Cristo. Essa ci era stata data nel giorno del Battesimo, in cui, come dice San Paolo, “noi fummo sepolti con Cristo nella morte, affinché come Cristo è risuscitato dalla morte, noi pure potessimo vivere una vita nuova” (Romani 6, 4). Così a Pasqua celebriamo la Resurrezione di Cristo come qualcosa di già accaduto e che accade ancora per noi. Infatti ognuno di noi ha ricevuto il dono di questa nuova vita ed il potere di accettarla e di vivere in essa. È un dono che modifica completamente il nostro atteggiamento nei riguardi di tutto questo mondo, ivi inclusa la morte. Esso ci rende possibile di affermare con gioia: “La morte più non esiste!”. Certamente la morte è ancora qui e noi ci troviamo di fronte ad essa ed un giorno verrà e ci porterà via. Ma crediamo fermamente che con la sua morte Cristo ha mutato la vera natura della morte e ne ha fatto un passaggio un agnello pasquale, una “Pasqua” nel Regno di Dio, trasformando la più grande tragedia in una vittoria definitiva. “Calpestando la morte con la morte” egli ci ha reso partecipi della sua Resurrezione. Questa è la ragione per cui alla fine del mattutino pasquale diciamo: “Cristo è risorto e la vita regna! Cristo è risorto e nessun morto rimane nella tomba!”.
Questa è la fede della Chiesa, affermata e resa evidente dai suoi innumerevoli Santi. Tuttavia, purtroppo, non è la nostra esperienza quotidiana poiché questa fede è assai rara, e continuamente perdiamo e tradiamo la “nuova vita”, che riceviamo come in dono, e in realtà viviamo come se Cristo non fosse risorto, come se questo unico evento non avesse alcun significato per noi! Di tutto ciò la causa è la nostra debolezza, la nostra impossibilità di vivere coerentemente con la fede, la speranza e l’amore a quel livello al quale Cristo ci ha sollevati quando disse: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. Noi semplicemente dimentichiamo tutto ciò, impegnati come siamo nelle nostre preoccupazioni quotidiane e, poiché dimentichiamo, sbagliamo. Ed a causa di questa dimenticanza, di quest’errore e peccato, la nostra vita diviene di nuova “vecchia” – minuscola, oscura ed infine senz’alcun significato –, un viaggio senza senso e senza un fine significativo. Ci diamo da fare per dimenticare la morte, ma poi, improvvisamente, nel mezzo della nostra “vita meravigliosa”, essa ci raggiunge orribile, inevitabile, senza senso. Possiamo di tempo in tempo confessare i nostri “peccati”, tuttavia non riferiamo la nostra vita a quella nuova vita che Cristo ci ha rivelato e ci ha dato. In realtà viviamo come se egli non fosse mai venuto. Questo è l’unico e reale peccato, il peccato di tutti i peccati, la tristezza senza fondo e la tragedia del nostro Cristianesimo apparente.
Se consideriamo tutto questo, possiamo comprendere quello che la Pasqua rappresenta e perché essa ha bisogno e presuppone la Quaresima. Infatti allora possiamo comprendere che tutte le tradizioni liturgiche della Chiesa, tutti i suoi cicli e servizi divini esistono, prima di tutto per aiutarci a recuperare la visione ed il gusto di questa nuova vita, che così facilmente perdiamo e tradiamo, affinché possiamo convertirci e tornare ad essa. Come possiamo amare e desiderare qualcosa che non conosciamo? Come possiamo porre sopra ogni altra cosa ciò che non abbiamo visto e goduto? In breve, come possiamo cercare un regno di cui non abbiamo idea? È la Liturgia della Chiesa che era ed ancora oggi rappresenta il nostro ingresso nel Regno, la nostra comunione con esso, e la nuova vita in esso. È per mezzo della sua vita liturgica che la Chiesa ci rivela qualcosa di ciò che “né orecchio udì, né gli occhi hanno visto e che non è ancora entrato nel cuore dell’uomo, ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano”. Ed al centro di questa vita liturgica, quasi suo cuore e “climax”, come il sole i cui raggi penetrano dappertutto, sta laPasqua. È la porta aperta ogni anno, che ci conduce nello splendore del Regno di Cristo, il pregustare della gioia eterna che ci attende, la gloria della vittoria che già, sebbene invisibile, riempie tutta la creazione: “La morte non c’è più!”. Tutto l’Ufficio divino della Chiesa ruota attorno alla Pasqua e perciò l’anno liturgico, cioè la serie di stagioni e di feste, diviene un viaggio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, la fine che è anche ilprincipio: la fine di tutto ciò che era “vecchio”; il principio di una vita nuova, un costante “passaggio” da questo mondo al Regno già rivelatoci da Cristo.
Tuttavia la “vecchia” vita, quella del peccato e della piccineria, non è facilmente superata e trasformata. L’Evangelo aspetta ed esige dall’uomo uno sforzo di cui, nella sua situazione presente, egli è virtualmente incapace. Siamo chiamati ad una visione, ad un traguardo, ad una via di vita che è molto al di sopra delle nostre forze. Anche gli Apostoli, quando udivano il Maestro che insegnava, gli chiesero disperati: “Ma come è possibile ciò?”. Infatti non è facile rinunciare ad un piccolo ideale di vita, frutto di cure quotidiane, di ricerca di beni materiali, di sicurezza e piacere, per un ideale di vita in cui il fine è la perfezione: “Siate perfetti come lo è il vostro Padre Celeste”. Questo mondo attraverso tutti i suoi “media” dice: “Sii felice, prenditela comoda, segui la via larga”. Cristo nell’Evangelo dice: “Scegli la via stretta, combatti e soffri, poiché questa è la via che conduce all’unica vera felicità”. E se la Chiesa non ci aiuta, come possiamo fare questa scelta terribile, come possiamo convertirci eritornare alla promessa fatta ogni anno a Pasqua? Questo è l’aiuto che la Chiesa ci offre, la scuola di penitenza che sola ci sembrerà possibile di accogliere Pasqua non come un mero permesso di mangiare e di bere e di riposarci, ma come la fine di ciò che è “vecchio” in noi, come il nostro ingresso nel “nuovo”.
Nella Chiesa antica lo scopo principale della Quaresima consisteva nel preparare i catecumeni, cioè neoconvertiti alla fede Cristiana, al Battesimo, che a quei tempi era impartito durante la liturgia pasquale. Ma anche in un’epoca in cui la Chiesa di rado battezza gli adulti e l’istituto del catecumenato è scomparso, il significato fondamentale della Quaresima è rimasto lo stesso. Infatti, sebbene noi siamo stati battezzati, ciò che costantemente perdiamo e tradiamo è proprio quanto riceviamo nel Battesimo. Perciò Pasqua è il nostro ritorno annuale al nostro Battesimo, mentre la Quaresima è la preparazione a questo ritorno, lo sforzo lento e sostenuto di compiere alla fine il nostro “passaggio” o “Pasqua” nella nuova vita in Cristo. Se l’ufficio quaresimale conserva anche oggi il suo carattere catechetico e battesimale, non si tratta di un “resto archeologico”, ma di qualcosa di valido ed essenziale per noi. Giacché ogni anno la Quaresima e la Pasqua sono, di volta in volta, la riscoperta ed il recupero da parte nostra di ciò che eravamo grazie alla nostra morte battesimale e la resurrezione.
Un viaggio, un pellegrinaggio! Tuttavia, appena lo cominciamo, facciamo il primo passo nella “luminosa tristezza” della Quaresima, vediamo lontano, molto lontano la destinazione. È la gioia della Pasqua, è l’entrata nella gloria del Regno. Ed è questa visione, il pregustare della Pasqua, che rende la tristezza quaresimale luminosa ed il nostro sforzo una primavera spirituale; la notte può essere oscura e lunga, ma lungo la via una misteriosa e raggiante aurora sembra risplendere all’orizzonte: “Non privarci della nostra attesa, tu che hai amore per gli uomini!”.

da A. Schmemann, Great Lent, St. Vladimir’s Seminary Press 1974;
trad. A. S. in “Messaggero Ortodosso”, Roma 1986 n.2-3, 1-6

lunedì 15 febbraio 2010

Orario delle Celebrazioni della Grande Quaresima


Pontificio Collegio Greco
Chiesa di Sant'Atanasio dei Greci
Via del babuino - Roma


Ogni Mercoledì ore 19:00 - Liturgia dei Doni Presantificati


Ogni Venerdì ore 19:00 - Inno Akathistos


Ogni Sabato ore 19:00 - Ufficiatura del Vespro


Ogni Domenica ore 10:30 - Divina Liturgia di San Basilio






lunedì 8 febbraio 2010

La chiesa di Santo Stefano a Soleto


Michel Berger e André Jacob

La chiesa di Santo Stefano a Soleto è il titolo di un bel volume di André Jacob e Michel Berger, edito da Argo Editrice (Lecce 2007, pp. 150, formato 24x30, pc euro 30,00) Con questo titolo l’Editore inaugura la collana “Terra d’Otranto bizantina”, diretta da André Jacob, destinata a un pubblico desideroso di accostarsi al tesoro, spesso sconosciuto, dell’arte e della cultura bizantina nella nostra regione, ma anche offrire agli specialisti i materiali indispensabili per approfondire le loro ricerche. La collana si articolerà i due serie: la prima, in quarto, pubblicherà i principali monumenti bizantini del Salento, affidando ogni monografia a studiosi di fama; la seconda, in ottavo, ospiterà le fonti letterarie e documentarie medievali della Terra d’Otranto e delle aree confinanti, insieme a saggi dedicati ai molteplici aspetti della realtà del Salento bizantino. Ora in preparazione, Argo Editrice prevede come prossime uscite l’edizione italiana (finalmente!) del celebre Nikolaos-Nektarios von Otrato, Abt von Casole, di J. M. Hoeck e R. J. Loenertz, sulla grande storia dell’abbazia di San Nicola di Casole e del suo più noto abate; seguiranno, ancora a cura di Berger e Jacob, La chiesa di San Pietro a Crepacore e i suoi affreschi (in agro di Oria) e La Cripta delle sante Marina e Cristina a Carpignano. Ma torniamo al volume ancora fresco di stampa. Dopo la premessa e l’introduzione, i suoi vari capitoli trattano diffusamente della chiesa (datazione, architettura e programma iconografico) e dei vari cicli pittorici ospitati sul pareti interne, sulla controfacciata ,e il Coro dei Santi, per poi approfondire il significato storico e artistico del monumento, come sintesi teologica e liturgica tra tradizione e innovazione, tra XIV e XV secolo, con sullo sfondo la possente personalità di Raimondello Orsini Del Balzo, in questa ‘sua’ chiesa ritratto in abito di terziario francescano. Seguono, a mo’ di integranti appendici, le tavole (schema prospettico e vedute d’insieme dei cicli pittorici, numerati e con didascalia), l’elenco delle illustrazioni (più di sessanta, a colori), un utilissimo glossario, la bibliografia e un indice dei nomi e delle cose citate. Un monumento complesso, la chiesa di Santo Stefano a Soleto, ultimo anello di una catena di espressioni culturali della comunità greca di Terra d’Otranto alla fine del Medioevo, ma anche efficace e realistico spaccato della vita religiosa e sociale di una cittadina salentina agli albori del Rinascimento: vi si rispecchia – come sarebbe accaduto anche per altri centri del Salento se il tempo non ne avesse distrutto quasi ogni analoga testimonianza – il disperato tentativo di ribadire la propria identità, affermare la propria cultura, in un mondo che rapidamente cambiava, all’interno del regno di Napoli e sull’altra sponda del Canale d’Otranto. Ringraziamo i due Autori del libro, noti e insuperati bizantinisti di fama internazionale, per averci offerto un primo risultato dei loro pazienti, diuturni studi sulle fonti della nostra storia: un volume tanto scientifico, quanto piacevole ed elegante, dal quale acquisiamo conoscenze e stimolanti ‘scoperte’, e grazie al quale – forse poco scientificamente ma certo molto umanamente – possiamo sognare ‘ad occhi aperti’ il nostro passato che, comunque, sempre ci portiamo dentro.

Edizione Argo Editrice.

di Giuseppe Barberi in "Eco Idruntina"

sabato 6 febbraio 2010

..ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli...

Sentendo le frasi di Gesù sull’ultimo giudizio (Mt 25, 31-46) facilmente ci si mette a pensare ai problemi sociali, ai poveri del mondo, agli svantaggiati, disperati, cioè a tutti i bisognosi. Pensando così di errato non si andrebbe. Un piccolo ‘però’ c’è comunque. Che Gesù non diceva che “venite, benedetti dal Padre mio perche avete dato da mangiare a tutti gli affamati, da bere a tutti gli assetati, voi, che avete accolto tutti i forestieri”.No. Dice invece: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. “A uno solo”. Perché Gesù sa molto bene che non si ama veramente, fino in fondo se non partendo dal singolo. Il mondo lo salva lui, a noi tocca “solo” amare. Il prossimo. Prima il prossimo. Perché quanto è vero come dice Giovanni che “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”, tanto è vero che non si può amare il lontano che non si vede, se non si ama il prossimo che ci sta vicino. L’amare (pretendere di amare) il lontano, amare tutti può facilmente diventare uno scorciatoio, una scusa per non affrontare la sfida di amare il prossimo. Perché non conviene. Troppo difficile. Lo conosco troppo bene, mi conosce troppo bene, oppure è troppo sconosciuto, quindi è troppo rischioso. Troppo.. Una scusa ci sarà sempre. Ma il punto è che il prossimo da amare non si sceglie. Non ci dobbiamo illudere che quelli posti alla sinistra di Gesù sarebbero tutti per forza delle persone cattive, corrotte, malvagie. Magari potrebbero essere anche degli uomini perbene, ai quali però manca il passo più difficile: amare il prossimo. Quel prossimo. È difficile perché facciamo fatica già a riconoscerlo come tale. Con occhi offuscati da indifferenza, convenienza, pigrizia oppure paura. La Quaresima sarà il periodo anche per purificare gli occhi del cuore. Per poter vedere e per poter partire. Verso il prossimo che ci chiama (magari in silenzio),magari da sconosciuto ma ci aspetta perché ha bisogno di noi. “Alzati e cammina”, dobbiamo aprire gli occhi del cuore e partire. Partire per amare il prossimo.Solo così che l’amor e può diventare forza che cambia, che migliora, che trasforma. Noi e il mondo intero. Partendo dal prossimo, amando uno dei più piccoli. È sempre colui che sta accanto a te.


di Miklos Verdes, alunno P.C. Greco

venerdì 5 febbraio 2010

Roma: La CEI e La Chiesa Italo -Albanese


Nei giorni 25-27 di gennaio 2010 si è riunito il Consiglio Permanente della CEI. Nel Comunicato finale pubblicato da Avvenire (30.1.2010) si informa che:

“E’ stata avviata la riflessione sulla strutturazione della Chiesa Italo-Albanese in Italia: si tratta di una presenza secolare di fedeli cattolici di rito orientale, i quali fanno attualmente capo alle diocesi di Lungro in Calabria e di Piana degli Albanesi in Sicilia e all’Abbazia di S.M. di Grottaferrata, non lontana da Roma”

Il Codice dei canoni delle Chiese orientali (1990) richiede che le Chiese orientali locali siano strutturate in Chiese sui iuris .


da Besa/Fede, Roma, Circolare Febbraio 2010

mercoledì 3 febbraio 2010


S. ATANASIO

COMUNITA’ CATTOLICA BIZANTINA

Via dei Greci 46 – 00187 Roma

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I N V I T O

La Comunità di S. Atanasio ha organizzato un programma di “Iniziazione alla lettura della Lettura del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali” (CCEO), tenuto dal rev.mo prof. Natale Loda, della Pontificia Università Lateranense

Sabato 13 febbraio 2010, ore 17,30

Prima lezione su

“Il CCEO e la Chiesa (e le Chiese orientali)”



nella sala di Via dei Greci 46

La S. V. è cordialmente invitata

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Le altre due lezioni tratteranno:

“Il CCEO e i sacramenti dell’iniziazione cristiana (teologia, norme, pastorale) (13 marzo);


Il CCEO ei diritti e i doveri dei laici nella Chiesa (nelle eparchie e nella diaspora (17 aprile)




martedì 2 febbraio 2010

La festa della Presentazione del Signore



Per annunciare
ad Adamo che ho visto Dio
fatto bambino

"Il quarantesimo giorno dopo l'Epifania è qui celebrato veramente con grande solennità". Così la pellegrina Egeria, nella seconda metà del iv secolo, ci dà testimonianza della celebrazione a Gerusalemme, nella basilica della Risurrezione, della festa dell'Incontro del Signore, con la proclamazione del vangelo di Luca (2, 22-40). La festa del 2 febbraio è una delle Dodici Grandi feste dell'anno liturgico, e così la considera Egeria paragonandola quasi alla Pasqua. Tra i secoli v e vi viene celebrata ad Alessandria, Antiochia e Costantinopoli e, alla fine del vii secolo è introdotta a Roma da un Papa di origine orientale, Sergio i, che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell'Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto). Con il titolo di "incontro" (hypapànte) la Chiesa bizantina in questa festa vuol soprattutto sottolineare l'incontro di Gesù con l'anziano Simeone, cioè l'Uomo nuovo con l'uomo vecchio, e l'adempimento dell'attesa di tutto il popolo di Israele rappresentato da Simeone e Anna. La festa ha un giorno prefestivo e un'ottava. L'ufficiatura del giorno, molto ricca dal punto di vista cristologico, sottolinea il mistero dell'incontro del Verbo di Dio incarnato con l'uomo, "il nuovo bambino", "il Dio prima dei secoli" - come lo cantavamo a Natale - viene incontro all'uomo. Uno dei tropari del vespro è entrato anche come canto di offertorio della liturgia romana: "Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il Re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il Re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino". Nei testi dell'ufficiatura ci viene offerta tutta una raccolta di immagini bibliche applicate alla Madre di Dio con un retroterra chiaramente cristologico. Tipiche e bellissime risultano confessioni cristologiche in un costante gioco di contrasti: "Colui che portano i cherubini e cantano i serafini" eccolo "nelle braccia di Maria" e "nelle mani del santo vegliardo". E Simeone, "portando la Vita, chiede di essere sciolto dalla vita", con un riferimento conclusivo direttamente pasquale: "Lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli fatto bambino". L'ufficiatura del vespro prevede anche tre letture veterotestamentarie. La prima è tratta dai libri dell'Esodo (13) e del Levitico (12), con la presentazione e consacrazione a Dio dei primogeniti collegata alla festa della Presentazione di Gesù nel tempio il quarantesimo giorno dopo la sua nascita. Le altre due letture sono tratte dal profeta Isaia (6 e 12), con il tema della santità di Dio e della sua salvezza portata all'uomo.
La stessa icona della festa si fonda sui testi dell'Esodo, con la presentazione dei primogeniti, e soprattutto sul vangelo di Luca con l'incontro del Bambino con Simeone. L'icona mette in luce particolarmente l'incontro di Dio con l'uomo insistendo ancora una volta sul mistero dell'Incarnazione. La distribuzione iconografica è molto chiara: Gesù bambino al centro, poi ai lati, più vicini, Maria e Simeone, e poi Giuseppe e Anna. In fondo l'altare e il baldacchino che lo copre, richiamando la disposizione tipica dell'altare cristiano: baldacchino, altare ed evangeliario sopra. Bisogna sottolineare ancora la somiglianza tra Simeone e Anna, per disposizione e caratteristiche iconografiche, e Adamo ed Eva nell'icona pasquale della discesa di Cristo agli inferi: con lo stesso sguardo Simeone e Adamo, e Anna ed Eva si rivolgono a Cristo sia nell'una che nell'altra delle icone. In quella del 2 febbraio è Simeone che si china per accogliere e abbracciare Cristo; in quella della Pasqua è Cristo che si china per accogliere e abbracciare Adamo. L'icona della festa dell'Incontro diventa così preannuncio dell'altro grande incontro: quando l'Uomo nuovo, Cristo scende nell'Ade per riscattarne l'uomo vecchio, Adamo. La festa del 2 febbraio è dunque una festa dal carattere fortemente pasquale, e della risurrezione è un annunzio evidente. "Gioisci, Madre di Dio Vergine piena di grazia: da te infatti è sorto il sole di giustizia, Cristo Dio nostro, che illumina quanti sono nelle tenebre. Gioisci anche tu, o giusto vegliardo, accogliendo fra le braccia il liberatore delle anime nostre che ci dona anche la risurrezione".
Questo tropario della festa, che si conclude con la frase "ci dona anche la risurrezione", riecheggia i versi conclusivi del tropario pasquale, che recita "e a coloro che sono nei sepolcri ha fatto il dono della vita". Così la festa dell'Incontro di Gesù bambino con l'anziano Simeone è la festa dell'incontro di Dio, per mezzo dell'incarnazione del Figlio, con l'umanità, con ogni uomo. Incontro che ha luogo nel Tempio, cioè nella vita ecclesiale di ogni cristiano, di ognuno di noi.

di P. Manel Nin, Rettore P.C.Greco

lunedì 1 febbraio 2010

Martedì 2 Febbraio: Presentazione di Nostro Signore Gesù Cristo al Tempio.


Υπαπαντής του Χριστού


Antifone:

Εξηρεύξατο η καρδία μου λόγον αγαθόν, λέγω εγώ τα έργα μου τω βασιλεί.
Effonde il mio cuore una soave parola, canto i miei versi al re.


Περίζωσαι την ρομφαίαν σου επί τον μηρόν σου, Δυνατέ, τη ωραιότητί σου και τω κάλλει σου.Σώσον ημάς Υιέ Θεού, ο εν αγκάλαις του δικαίου Συμέών βασταχθείς, ψάλλοντάς σοι Αλληλούια

Cingiti la tua spada al fianco, o Fortissimo, del tuo splendore e della tua maestà. O Figlio di Dio, che sei stato portato tra le braccia del giusto Simeone, salva noi che a te cantiamo: Alliluia.


Ακουσον, θύγατερ, καί ίδε, και κλίνον τό ούς σου, και επιλάθου του λαού σου, καί τού οίκου του πατρός σου

Ascolta, o figlia, guarda e china il tuo orecchio, e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.


Apolitikion:

Χαίρε, Κεχαριτωμένη Θεοτόκε παρθένε εκ σου γαρ ανέτειλεν ο ήλιος της δικαιοσύνης, Χριστός ο Θεός ημών, φωτίζων τους εν σκότει. Ευφραίνου και συ, πρεσβύτα δίκαιε, δεξάμενος εν αγκάλαις τον ελευθερωτήν των ψυχών ημών χαριζόμενον ημίν και την ανάστασιν.

Salve, o piena di grazia, Madre di Dio e Vergine, poiché da te spuntò il sole di giustizia, Cristo Dio nostro, illuminante coloro che giacevano nelle tenebre. Rallegrati anche tu, giusto Vegliardo, che hai ricevuto tra le braccia il Redentore delle anime nostre, che ci dona anche la Resurrezione.


Kondakion:

Ο μήτραν παρθενικήν αγιάσας τω τόκω σου, και χείρας του Συμεών ευλογήσας, ως έπρεπε, προφθάσας και νυν, έσωσας ημάς, Χριστέ ο Θεός. Αλλ’ ειρήνευσον εν πολέμοις το πολίτευμα, και κραταίωσον βασιλείς, ους ηγάπησας, ο μόνος φιλάνθρωπος.

Tu che hai santificato con la tua nascita il seno della Vergine ed hai benedetto come conveniva le mani di Simeone, sei venuto e hai salvato anche noi, Cristo Dio. Conserva nella pace il tuo popolo e rendi forte coloro che ci governano, o solo amico degli uomini.


Apostolos: Eb.7,7-17

Fratelli, senza dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece le riscuote uno di cui si attesta che vive. Anzi si può dire che lo stesso Levi, che pur riceve le decime, ha versato la sua decima in Abramo: egli si trovava infatti ancora nei lombi del suo antenato quando gli venne incontro Melchìsedek. Or dunque, se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdoziolevitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la legge – che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge. Questo si dice di chi è appartenuto a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. È noto infatti che il Signore nostro è germogliato da Giuda e di questa tribù Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. Ciò risulta ancor più evidente dal momento che, a somiglianza di Melchìsedek, sorge un altro sacerdote, che non è diventato tale per ragioni di una prescrizione carnale, ma per la potenza di una vita indefettibile. Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote in eterno alla maniera di Melchìsedek.



Vangelo: Lc.2,22-40

In quel tempo, i Genitori portarono il bambino Gesù a Gerusalemme per offrirlo al Signore,come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.


Megalinarion

Θεοτόκε η ελπίς, πάντων των Χριστιανών, Σκέπε, φρούρει, φύλαττε, τους ελπίζοντας εις σε. Εν νόμω σκιά και γράμματι, τύπον κατίδωμεν οι πιστοί’ πάν άρσεν το την μήτραν διανοίγον, άγιον θεω’ διό πρωτότοκον Λόγον, Πατρός Ανάρχου Υιόν, πρωτοτοκούμενον Μητρί, απειράνδρω μεγαλύνωμεν

Madre di Dio, speranza di tutti i cristiani, proteggi, difendi, custodisci coloro che sperano in te. Nella legge, ombra e lettera, noi credenti abbiamo visto la figura: ogni primogenito maschio sarà consacrato a Dio; perciò noi magnifichiamo il Verbo primogenito, il Figlio del Padre eterno, divenuto primogenito della Madre ignara di nozze.


Kinonikon

Ποτήριον σωτηρίου λήψομαι καi τò òνομα Κυρìου πικαλέσομαι. 'Aλληλούια

Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore. Alliluia


Απολυτίκιον Υπαπαντής