martedì 16 settembre 2014

Ecumenismo





Plenaria della commissione per il dialogo teologico con la Chiesa ortodossa

Dal 15 al 23 settembre si terrà la tredicesima sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. La riunione avrà luogo ad Amman, in Giordania, su invito del patriarca greco ortodosso di Gerusalemme Teofilos III . I lavori della Commissione saranno presieduti dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e dal metropolita di Pergamo Ioannis (Zizioulas), del patriarcato ecumenico.

Parteciperanno, come in precedenti circostanze analoghe, due rappresentanti di ognuna delle quattordici Chiese ortodosse autocefale e altrettanti rappresentanti cattolici. La sessione plenaria avrà come oggetto l’esame di una bozza di documento, dal titolo «Sinodalità e Primato», che è stata redatta dal Comitato di coordinamento della Commissione nel corso di due riunioni che hanno avuto luogo a Roma nel 2011 e a Parigi nel 2012. Il tema è stato scelto al termine della dodicesima sessione plenaria, tenutasi a Vienna nel 2010, per proseguire la riflessione iniziata con l’ultimo documento approvato dalla Commissione «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità» (Ravenna, 2007). Lo studio del rapporto teologico ed ecclesiologico tra primato e sinodalità nella vita della Chiesa a livello locale, regionale e universale dovrebbe offrire il quadro di riferimento nel quale affrontare, in seguito, la questione cruciale del ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa universale. Ad Amman i membri della Commissione saranno chiamati a valutare se la bozza preparata dal Comitato di coordinamento rispecchi in maniera adeguata il consenso attualmente esistente su questa delicata materia o se sarà necessario continuare ad approfondire la tematica. La sessione plenaria offrirà ai partecipanti anche l’opportunità di condividere momenti di preghiera con le comunità cristiane locali e di testimoniare la propria vicinanza a coloro che soffrono a causa degli attuali conflitti nella regione. In particolare sabato 20 settembre i membri della Commissione saranno presenti alla celebrazione della messa nella parrocchia cattolica di Our Lady of Nazareth in Amman. E domenica 21 settembre parteciperanno alla celebrazione della divina liturgia in una chiesa ortodossa, sempre ad Amman. Infine è previsto che la Commissione faccia visita ad un campo di profughi provenienti dalla vicina Siria, per esprimere loro la solidarietà della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa.

da: www.orientecristiano.it



sabato 13 settembre 2014

14 settembre: Esaltazione della preziosa e vivificante Croce



Icona della Esaltazione della Croce
( collezione privata)


 Dal Vangelo di Giovanni

Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».
Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.
Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.



Apolitikion

Σῶσον Κύριε τὸν λαόν σου καὶ εὐλόγησον τὴν κληρονομίαν σου, νίκας τοῖς Βασιλεῦσι κατὰ βαρβάρων δωρούμενος καὶ τὸ σὸν φυλάττων διὰ τοῦ Σταυροῦ σου πολίτευμα.



Salva, o Signore, il tuo popolo e benedici la tua eredità, concedi ai regnanti vittoria sui barbari e custodisci con la tua Croce il tuo regno.




Romano il Melodo per l’Esaltazione della Santa Croce




L’albero dell’Eden è trapiantato nel Golgota 

            Romano il Melodo (+555) ha due inni liturgici dedicati alla Croce. Il secondo, per la festa dell’Esaltazione della Croce, è formato da 24 strofe, divise tematicamente in due parti: dalla 1 alla 13 in cui Romano dà voce al buon ladrone, crocefisso con Cristo sul Golgota; quindi dalla 14 alla 24 dove l’innografo mette in bocca del diavolo l’amarezza di fronte alla redenzione che Cristo porta nel mondo.
            Romano già dalla strofa 1 introduce quello che sarà il filo conduttore di tutto il poema: la centralità della croce come unico albero, presente nell’Eden e presente sul Golgota, ignorato da Adamo, riconosciuto e confessato dal ladrone: “Il legno tre volte beato, dono di vita, fu piantato dall’Altissimo nel mezzo del paradiso… affinché Adamo potesse ottenere la vita eterna e immortale. Ma lui non riconobbe la vita, la smarrì e scoprì la morte. Il ladrone invece che vide come questo albero dell’Eden era trapiantato sul Golgota, riconobbe in esso la vita…”. Romano sottolinea come la croce diventa l’altalena da dove il ladrone vede già l’Eden: “Quando (il ladrone) fu innalzato sul legno… gli occhi del suo cuore si aprirono ed egli contemplò le gioie dell’Eden… appeso alla croce scorgeva la vita sul legno… ma provava afflizione per Adamo sofferente”. L’innografo, in altre due strofe mette in bocca di Cristo stesso il tema paolino del primo e del secondo Adamo: “Cristo gli disse (al ladrone): «Non compiangere Adamo tuo progenitore, perché io sono il secondo e vero Adamo e per mia volontà sono venuto a salvare l’Adamo che mi appartiene»”. E prosegue col tema della redenzione del genere umano adoperata da Cristo stesso, per mezzo della sua incarnazione e la sua croce: “Nel mio amore per il genere umano sono sceso per lui dall’alto dei cieli… e sono diventato maledizione perché da essa voglio liberare Adamo. Per un legno la trasgressione penetrò nel tuo progenitore… ma entrerà di nuovo nel paradiso per il legno della vita”. La croce quindi diventa la chiave che apre di nuovo il paradiso ad Adamo e alla sua discendenza, tema comune alla letteratura cristiana orientale sia siriaca che bizantina: “Quando i primo creato fu scacciato dal paradiso, i cherubini ne sbarrarono la strada, ma tu prendi la mia croce sulle spalle e va in fretta all’Eden”.
            Dalla strofa 6 alla 10 Romano mette in bocca del ladrone camminante verso il paradiso, il cantico nuovo dei redenti, un vero e proprio salmo inneggiante la croce di Cristo: “…il ladrone prese sulle spalle l’emblema della grazia, come aveva detto colui che è in tutto misericordioso, e si mise in cammino benedicendo il dono della croce, cantando un cantico nuovo: «Tu sei l’innesto per le anime sterili, tu sei l’aratro… tu sei la buona radice della vita risuscitata, sei la verga del castigo…». Il ladrone inoltre si serve di bellissime immagini per parlare della croce: “Tu sei il bastone che accompagna verso la vita i peccatori che sperano in te… tu sei il vaglio che sull’aia separa la paglia dal raccolto. Tu sei il timone divino della barca della Chiesa di Cristo per dirigere i giusti ed i credenti verso il paradiso”. All’arrivo in paradiso il cantico del ladrone introduce il tema paolino della partecipazione del cristiano alla croce e alle sofferenze di Cristo: “Vedo la terra santa dei padri, che apparteneva al mio progenitore… e se l’esterno è pieno di luce, grandi davvero saranno i tesori all’interno. Occhio non vide, né orecchio udì, né cuore conobbe quello che il Signore ha preparato per i suoi amici, crocifissi con lui…”. Quindi il paradiso, grazie alla croce, viene ridato al ladrone; i cherubini ne furono custodi per un tempo, ma dopo il Golgota Adamo ne ridiventa padrone: “E i cherubini dissero: «Vieni ladrone ritorna in possesso dei diritti di tuo padre… a noi il paradiso non fu dato come se fossimo padroni: esso venne assegnato da Dio al primo uomo… Tu, o ladrone, ci hai rivelato che Adamo è stato richiamato dall’esilio…».
            Nella seconda parte del poema, Romano mette in bocca del diavolo tutta l’amarezza della sua sconfitta. Con delle belle immagini fortemente contrastanti, l’innografo mette in parallelo i “due furti” che amareggiano il diavolo: “E il diavolo, vedendo il ladrone nell’Eden, esclamò piangendo: «Terribile è questo che mi è accaduto! Un ladrone giustificato che ha aperto il paradiso. E mentre io cerco di rubare Pietro, proprio a me, che sono ladro, è stato rubato il ladrone! Mentre mi prendo gioco del discepolo impazzito, del traditore di Cristo, sono stato preso in gioco dal ladro che per la sua fede è corso in paradiso». Il diavolo, cercando di rubare discepoli a Cristo, è derubato dal ladrone, suo strumento. E conclude ancora il rimpianto del diavolo con un riferimento sempre ai discepoli di Cristo: “Se avessi visto Giuda guadagnare il paradiso, non avrei sofferto troppo a causa sua, perché non era mio discepolo ma di Cristo. Il ladrone invece era mio fedele discepolo, eppure mi ha abbandonato per correre da Gesù, mi ha odiato e, quel che è peggio, a causa del legno è diventato anche custode del paradiso”.
            Romano conclude nella strofa 24 con una preghiera a Cristo: “Sei diventato figlio di Maia, o Figlio di Dio e Salvatore nostro; alla croce sei stato inchiodato, tu che sei Dio incarnato, per salvare ed avere pietà dei peccatori… Insieme al ladrone gridiamo a te, come fossimo sulla croce: «Ricordati di noi nel tuo Regno»… noi che abbiamo ricevuto il sigillo della tua croce che ci fa una sola cosa in paradiso”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma



domenica 7 settembre 2014

8 Settembre: La Nascita della Madre di Dio nella tradizione bizantina



Ecco la regina che germoglia da Iesse

Come prima grande festa dell'anno liturgico, l'8 settembre la tradizione bizantina celebra la Nascita della Madre di Dio, con un giorno di prefesta e quattro di ottava (solo quattro per la vicinanza con la seconda delle grandi feste, quella dell'Esaltazione della santa Croce il 14 dello stesso mese). L'icona della festa è molto simile a quelle della nascita di Giovanni Battista e nascita di Cristo: Anna sdraiata al centro della scena iconografica e accudita da tre donne, guarda Gioacchino oppure la neonata, che viene lavata e curata dalle levatrici. A un lato dell'icona troviamo Gioacchino che guarda la moglie e la bimba.
L'amore sponsale dei due anziani è sottolineato dal loro sguardo tenero e sereno. Due donne lavano Maria, avvolta in fasce come Cristo nell'icona di Natale e come l'anima di Maria accolta in cielo da Cristo stesso nell'icona della Dormizione della Madre di Dio. Come se il ciclo liturgico, in questa sua prima grande festa, volesse ricordarci attraverso l'icona l'ultima delle grandi feste, quella appunto della Dormizione: il mistero della nascita della Madre di Dio e quello della sua glorificazione in cielo.
Nell'ufficiatura, tema di sottofondo è la gioia che la nascita di Maria porta a tutto il mondo, per la sua nascita, ma anche perché questa preannuncia quella di colui che da lei si incarna per opera della Spirito Santo: "Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio perché sei tu che ci procuri la presente letizia, sei tu la causa della gioia futura, tu il gaudio della divina beatitudine".
Riprendendo poi il saluto angelico del vangelo di Luca e sul modello dell'inno Akàthistos, Maria stessa è invitata alla gioia: "Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti".
La liturgia sottolinea come Anna genera colei che a sua volta genererà la salvezza del genere umano: "Perché ecco, la regina, l'immacolata sposa del Padre, è germogliata dalla radice di Iesse". Dal parto di Anna scaturisce quindi la gioia: "Non partoriranno più figli nel dolore le donne, perché è fiorita la gioia, e la vita degli uomini abita nel mondo. Non saranno più rifiutati i doni di Gioacchino, perché il lamento di Anna si è mutato in gioia ed essa dice: Rallegratevi con me, tutti voi del popolo eletto Israele: poiché ecco, il Signore mi ha donato la reggia vivente della sua divina gloria, per la comune letizia, gioia e salvezza delle anime nostre".
In un tropario sono ben dieci i titoli cristologici dati alla Madre di Dio, conclusi da una professione di fede nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio: "Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne, che spunta dalla radice di Iesse, l'annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l'immacolata nascita della Vergine".
Diversi testi presentano il contrasto tra la sterilità di Anna e il parto verginale e divino di Maria, come quello che segue: "Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il Creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e, con la carne, per gli sviati opera la salvezza. Oggi la sterile Anna partorisce la Madre di Dio, prescelta fra tutte le generazioni per essere dimora del Re universale e Creatore, il Cristo Dio, a compimento della divina economia".
Un tropario del vespro, infine, mette in luce il mistero del Verbo di Dio incarnato: "Colui che ha consolidati i cieli con sapienza, nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente".

di P.Manuel Nin

venerdì 5 settembre 2014

L’inizio dell’anno nella tradizione bizantina




Benedici la corona della tua benignità

Per tutte le Chiese cristiane di oriente e occidente la Pasqua è la festa più antica e più importante; attorno a essa si è sviluppato l’anno liturgico nei suoi diversi periodi. Nel ii secolo la controversia quartodecimana sulla data della festa indica già l’importanza della celebrazione pasquale e la sua necessaria comprensione centrata sempre sul mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. La Pasqua, con il periodo di dieci settimane che la precede e di otto settimane che ne prolunga la celebrazione, è il nucleo dello sviluppo di tutte le feste cristiane strutturate nel ciclo liturgico. Oltre al periodo pasquale, mobile, e a quello natalizio (che si sviluppa dal iv secolo attorno alle celebrazioni del Natale del Signore il 25 dicembre e della sua Epifania il 6 gennaio), in oriente le Chiese cristiane hanno poi un calendario di solenni celebrazioni a data fissa, le “dodici grandi feste”.
Nella tradizione bizantina l’inizio dell’anno liturgico si colloca il primo giorno di settembre, mese delle ultime raccolte e dell’inizio della preparazione per un nuovo ciclo della vegetazione. In questo giorno la tradizione bizantina celebra l’indizione e l’inizio del nuovo anno come un momento per ringraziare Dio della sua provvidenza verso tutta la creazione e anche per l’opera della sua redenzione in Cristo. Già a partire dal 312 è attestata nel computo cronologico e civile l’indizione, periodo di quindici anni in cui l’impero faceva i controlli finanziari e fiscali. Così, l’inizio dell’indizione nel mese di settembre — dapprima il 23 e poi, dal 462, il primo giorno del mese — ha segnato anche l’inizio dell’anno civile ed ecclesiastico.
Il 1° settembre si celebra dunque Cristo, figlio e Verbo di Dio, incarnatosi per portare tutte le cose all’unità e riconciliare tutti gli uomini in se stesso. Per questo, la pericope evangelica proclamata nell’ufficiatura del mattutino è quella delle beatitudini (Luca, 6, 17-23), mentre nella Divina liturgia si ascolta il brano del vangelo di Luca (4, 16-23) con la citazione di Isaia (61, 1) letta nella sinagoga di Nazareth dallo stesso Gesù: «Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato e mi ha inviato a inaugurare l’anno di grazia del Signore».
Il meneo (libro liturgico in dodici volumi contenente le ufficiature in data fissa di tutto l’anno nella tradizione bizantina) del mese di settembre riporta per il primo giorno del mese la seguente indicazione: «Inizio dell’indizione, cioè del nuovo anno, e memoria del nostro santo padre Simeone stilita (459); inoltre, celebrazione della santissima Madre di Dio del monastero dei Miaseni, del santo martire Aeitala (355), delle sante quaranta donne (312) e di Ammone diacono, loro maestro; memoria dei santi martiri Callista, Evodio e Ermogene, fratelli (303-304); memoria di Gesù figlio di Nave e commemorazione del grande incendio (461)». È una rubrica assai abbondante di nomi di santi e di fatti che si commemorano in questo giorno; soltanto due di loro sono presenti nell’ufficiatura del giorno: l’indizione e inizio del nuovo anno e san Simeone stilita.
Per quanto riguarda l’indizione e l’inizio dell’anno, i testi fanno risaltare diversi aspetti. In primo luogo il nuovo anno è visto come una nuova creazione e quindi si mette in evidenza la figura di Cristo come creatore. La benedizione di Cristo sul nuovo anno è dunque vista come l’azione della sua mano creatrice e provvidente sul mondo e sulla Chiesa stessa: «Tu che hai creato l’universo con sapienza, Verbo del Padre che sei prima dei secoli, e formato tutta la creazione con la tua parola onnipotente, benedici la corona dell’anno della tua benignità. Creatore e sovrano dei secoli, Dio dell’universo, benedici questo ciclo annuale, salvando con la tua infinita misericordia, o compassionevole, tutti coloro che rendono culto a te, unico sovrano, e che con timore gridano a te, o redentore. Tu, congiunto al santo Spirito, Verbo senza principio e Figlio, con lui creatore e artefice di tutte le cose visibili e invisibili, benedici la corona dell’anno, custodendo nella pace i popoli di retta fede, per intercessione della Madre di Dio e di tutti i tuoi santi».
Alcuni testi riecheggiano la pericope evangelica di Luca citata e introducono anche il tema di Cristo come maestro per la sua Chiesa: «Tu che un tempo sul monte Sinai hai scritto le tavole della Legge, tu stesso, nella carne, hai ricevuto a Nazareth un libro profetico da leggere, o Cristo Dio, e apertolo insegnavi ai popoli che in te si era compiuta la Scrittura». Sulla scia della figura di Cristo maestro, i testi ripetono l’invocazione della Chiesa: «Appresa la preghiera dal divino insegnamento a noi impartito da Cristo stesso, gridiamo ogni giorno al Creatore: Padre nostro, che dimori nei cieli, donaci il pane quotidiano, senza far conto delle nostre colpe».
Altri testi dell’ufficiatura invocano la protezione del Signore in modo concreto, con preghiere per la città di Costantinopoli e per l’imperatore: «Tu, o re, tu che sei e rimani per i secoli senza fine, ricevi la preghiera dei peccatori che chiedono salvezza, e concedi, o amico degli uomini, fertilità alla tua terra, donando climi temperati; combatti insieme al nostro fedelissimo re contro i barbari. Dona vittoria, o Cristo Dio, per l’intercessione della Madre di Dio. Artefice di tutto il creato, che hai posto in tuo potere tempi e momenti, benedici la corona dell’anno della tua benignità, Signore, custodendo nella pace i tuoi re e la tua città».
La seconda commemorazione importante del 1° settembre è quella di san Simeone stilita, vissuto in Siria nel v secolo come monaco e solitario, avendo scelto come forma di ascesi la vita su una colonna (in greco stýlos). Lo stilitismo è una delle forme di vita monastica, o più precisamente ascetica, che si riscontra nel monachesimo bizantino e siriaco dal v secolo in poi. Le testimonianze agiografiche e archeologiche sono molto abbondanti, sia per le biografie dettagliate di questi asceti, sia per la quantità di reperti archeologici ancora oggi visibili. Le fonti presentano lo stilita come colui che in un modo quasi paradossale, innalzato sulla colonna, sale verso il cielo, senza lasciare però la sua comunione con gli uomini e il mondo.
L’icona della festa rappresenta di solito due stiliti: Simeone stilita sulla colonna di sinistra e il suo discepolo e omonimo Simeone il giovane (detto anche il taumaturgo) su quella di destra. Attorno alle colonne accorrono numerosi discepoli e fedeli per chiedere all’anziano preghiera, consiglio o guarigione.
Nei testi dell’ufficiatura di san Simeone la colonna che lo porta in alto è innanzi tutto messa in parallelo con il profeta Elia portato in cielo sul carro di fuoco: «Padre santo, hai trovato una bella scala con la quale sei salito nelle altezze, come la trovò Elia nel carro di fuoco: ma egli non lasciò ad altri quella via di ascesa, mentre tu, dopo la morte, hai ancora la tua colonna. Uomo celeste, angelo terrestre, astro insonne della terra, Simeone santo, intercedi per la salvezza delle anime nostre». Mentre il carro di Elia sparisce con lui in cielo, la colonna di Simeone rimane come testimonianza della sua ascesi, modello per coloro che ne seguirono l’insegnamento; la colonna stessa è il testimone principale della vita del santo: «Padre santo, se la colonna potesse parlare, non cesserebbe di proclamare le tue pene, le tue fatiche, i tuoi gemiti; sì, essa che ti sosteneva veniva in realtà sostenuta, come albero impinguato dalle tue lacrime; sbigottirono gli angeli, stupirono gli uomini, ebbero timore i demoni per la tua pazienza».
In secondo luogo, sempre usando il parallelismo tra due personaggi, i testi accostano Simeone a Cristo stesso, a partire dalla croce e dalla colonna, luogo dove si compie il sacrificio dell’uno e dell’altro: «Padre santo, imitando il tuo sovrano per la potenza del divino Spirito, sei salito sulla colonna come sulla croce: egli ha cancellato l’attestazione scritta delle colpe di tutti, tu invece hai messo fine all’insorgere delle passioni; egli come pecora, e tu come vittima; egli sulla croce, e tu sulla colonna. Simeone santo, intercedi per la salvezza delle anime nostre».

Infine, i testi liturgici mettono in risalto lo stilita come intercessore: «Rimane nei secoli la tua memoria, santo padre Simeone, e la mitezza del tuo cuore, o servo beato, poiché anche se tra di noi te ne sei andato, o buon pastore, non ti sei separato da noi con lo spirito, tenendoti davanti a Dio con amore e unendoti ai cori degli angeli nei cieli; insieme a loro supplica per la salvezza delle anime nostre».

di P. Manuel Nin


martedì 26 agosto 2014

Notizie dalla Congregazione per le Chiese Orientali




Il Santo Padre Francesco  ha nominato Vescovo di Lodi (Italia) il Rev.do Mons. Maurizio Malvestiti, del clero della diocesi di Bergamo (Italia), finora Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali.

Al Neo eletto Vescovo, a nome dei Rev. Padri Superiori e di tutti gli alunni del
Pontificio Collegio Greco porgiamo i nostri migliori auguri.


Axios



giovedì 14 agosto 2014

La Dormizione della Madre di Dio. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.





Sollevate le porte e accogliete la Madre dell’eterna luce.

La tradizione bizantina ha come prima grande festa del ciclo liturgico la Natività della Madre di Dio il giorno otto settembre, e lo conclude con la sua Dormizione e transito in cielo il quindici agosto, quasi a volere sottolineare che per ogni cristiano e per tutta la Chiesa la Madre di Dio rappresenta il cammino che introduce al mistero salvifico di Cristo. In Oriente la festa della Dormizione della Madre di Dio viene fissata come tale alla fine del VI secolo dall’imperatore Maurizio (592-602), mentre in Occidente viene introdotta da papa Sergio I alla fine del VII secolo. La festa del 15 agosto, nei libri liturgici bizantini porta il titolo di “Dormizione” della Madre di Dio, e ne celebra il transito e la sua piena glorificazione come primo frutto del mistero pasquale di Cristo stesso. La celebrazione liturgica va preceduta il 14 da un giorno di pre festa, e seguita da un’ottava che si conclude il giorno 23. Come spesso abbiamo potuto vedere nella tradizione bizantina, i testi liturgici delle grandi feste sono una lettura dell’icona della festa, o se si vuole l’icona stessa diventa la visione, l’immagine del mistero di fede cantato dai tropari liturgici. Nella festa della Dormizione della Madre di Dio troviamo due tropari che sono un bel esempio di questa sinergia tra eucologia ed iconografia. Ambedue sono due tropari dell’ufficiatura del vespro.
          Il primo è un lungo tropario, a seguito della glorificazione alla Santa Trinità, ed è una bella descrizione dell’icona stessa della festa, e la presenta quasi una “celebrazione liturgica” della sua dormizione e il suo transito in cielo. È un tropario che alterna gli otto toni musicali della tradizione bizantina che dividono a loro volta il testo liturgico in otto parti, cantando ognuna di queste parti in un tono diverso, dal primo al quinto, dal secondo al sesto, dal terzo al settimo e dal quarto all’ottavo, riprendendo il primo alla fine. Seguendo il tropario stesso troviamo una lettura quasi descrittiva dell’icona stessa della festa: Maria, morta o meglio addormentata, è messa nel bel mezzo dell’icona su un letto, che è un letto funebre certamente ma anche è l’icona di un alare cristiano. Attorno ad esso gli apostoli con diversi altri personaggi, e tra i primi, come nell’icona dell’Ascensione di Cristo e in quella della Pentecoste, sempre Pietro e Paolo, cioè ad indicare la presenza di tutta la Chiesa: “Gli apostoli teofori (tono primo), portati su nubi per l’aria da ogni parte del mondo, a un cenno del divino potere, (tono quinto) giunti presso il tuo corpo immacolato origine di vita, gli tributavano le più calde manifestazioni del loro amore”. Cristo nell’icona, in mezzo a un semicerchio, con gli angeli attorno, regge nelle sue braccia l’anima di sua Madre: “Le supreme potenze dei cieli (tono secondo), presentan­dosi insieme al loro Sovrano, (tono quinto) scortano piene di timore il corpo puris­simo che ha accolto Dio; lo precedono in ascesa ul­tramon­dana e, invisibili, gridano alle schie­re che stanno piú in alto: Ecco, è giunta la Madre-di-Dio, regina dell’u­ni­verso”. La presenza degli angeli nella parte superiore dell’icona la accosta tipologicamente a quella dell’Ascensione di Cristo, ed il tropario stesso le applica il versetto del salmo 23, che troviamo anche in diversi tropari della festa dell’Ascensione del Signore: “Sollevate porte…”. Come accennavo nell’icona il letto di Maria è anche altare su cui si celebra la liturgia: gli apostoli attorno che la celebrano, Cristo sul fondo, nell’abside, che la presiede; Pietro che incensa attorno all’altare, quasi al momento del grande ingresso nella Divina Liturgia bizantina: “Sollevate le porte (tono terzo), e accoglietela con onori degni del regno ultramondano, lei che è la Madre dell’eterna luce. (tono settimo) Grazie a lei, infatti, si è attuata la salvezza di tutti i mortali. In lei non abbiamo la forza di fissare lo sguardo, ed è impossibile tribu­tarle degno onore”. Maria infine, gloriosamente assunta in cielo, diventa per tutta la Chiesa che la celebra, la grande interceditrice presso suo Figlio: “La sua sovreminenza (tono quarto) eccede infatti ogni mente. (tono ottavo) Tu dunque, o immacolata Madre-di-Dio, che sempre vivi insieme al tuo Re e Figlio apportatore di vita, incessantemente intercedi perché sia pre­ser­vato e salvato da ogni attacco avverso il tuo popolo nuovo: noi godiamo infatti della tua protezione, (tono primo) e per i secoli, con ogni splendore, ti procla­mia-mo beata”.
            Il secondo tropario, sempre preso dal vespro e a seguito della glorificazione trinitaria, mette in evidenza già dall’inizio la presenza, anche nell’icona, di tutto il collegio apostolico, con Pietro ed anche Giacomo primo vescovo di Gerusalemme e fratello del Signore, fatto che collega la festa del 15 agosto alla Città Santa, e anche al Protovangelo di Giacomo, testo apocrifo su cui si fondamenta in molto punti la stessa festa liturgica: “Quando te ne sei andata, o Vergine Madre-di-Dio, presso colui che da te ineffabilmente è nato, erano presen­ti Giacomo fratello di Dio e primo pontefice, insieme a Pietro, venerabilissimo e sommo corifeo dei teologi, e tutto il coro divino degli apostoli: con inni teologici atti a manifestarne la divinità…”. La Dormizione della Madre di Dio si colloca chiaramente nell’economia di salvezza di Cristo stesso; gli apostoli diventano “celebranti” del mistero della redenzione di Cristo per mezzo della “cura” del corpo di Colei che per mezzo di esso divenne dimora di Dio: “…con inni teologici gli apostoli celebravano il divino e ­stra­ordi­nario mistero dell’economia del Cristo Dio; e ­pre­stando le ultime cure al tuo corpo origine di vita e dimora di Dio, gioivano, o degna di ogni canto”. Nella seconda parte del tropario la liturgia in qualche modo si sposta in cielo –quasi il movimento stesso che troviamo nell’anafora eucaristica- e tutte le schiere celesti vengono coinvolte nella lode e nella confessione pure loro del mistero della redenzione di Cristo: “Dall’alto le santissime e nobilis­sime schiere degli angeli, guardava­no con stupo­re il pro­digio e a testa china le une alle altre ­dicevano: Solle­va­te le vostre porte, e accogliete colei che ha parto­rito il Creatore del cielo e della terra; celebriamo con inni di gloria il corpo santo e venerabi­le che ha ospitato il Signore che a noi non è dato contemplare”. Notiamo i due bellissimi titoli cristologici dati a Maria in questo testo: Colei che ha partorito il Creatore e Colei che ha ospitato il Signore. Il tropario si conclude con l’invito alla lode, alla liturgia, di coloro che guardiamo l’icona, che guardiamo la stessa liturgia e che ne diventiamo anche concelebranti: “E noi pure, festeg­giando la tua memo­ria, a te gridi­amo, o degna di ogni canto: Solleva la fronte dei cri­stiani e salva le anime no­stre”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

mercoledì 6 agosto 2014

La Trasfigurazione





La Trasfigurazione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.

Oggi la natura umana riacquista la sua antica bellezza…

            La festa della Trasfigurazione è una delle Dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di pre festa il 5 agosto, ed un’ottava che si conclude il 13 dello stesso mese. L’iconografia della festa, già a partire dal bellissimo mosaico del VI secolo nel monastero di Santa Caterina del Sinai, riprende la narrazione evangelica con il Signore trasfigurato al centro, avvolto di luce, Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi a guardare la luce abbagliante che viene dal Signore. L’ufficiatura della festa, in uno dei tropari, fa quasi una semplice parafrasi dell'icona, come se l’innografo leggesse l’icona componendo i suoi inni liturgici: “…il mistero nascosto dall’eterni­tà, lo ha negli ultimi tempi manifestato a Pietro, Giovanni e Giacomo la tua tremenda trasfigu­razione: essi, non sopportando il fulgore del tuo volto e lo splendore delle tue vesti, oppressi stavano curvi col volto a terra; nella loro estasi stupivano vedendo Mosè ed Elia che parlavano con te di quanto ti doveva accade­re. Una voce da parte del Padre dava testimonian­za, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compi­aciuto: ascoltate­lo, egli donerà al mondo la grande misericordia”.
            La liturgia bizantina, in questa festa, collega strettamente il mistero della trasfigurazione di Cristo alla sua passione: nella salita sul Tabor per primo e in quella sul Calvario dopo; anche per la presenza dei discepoli meravigliata nell’ora della trasfigurazione, smarrita poi nell’ora della passione: “Prima che tu salissi sulla croce, Signore, un monte ha raffigurato il cielo, e una nube lo sovrastava come tenda. Mentre tu ti trasfiguravi e ricevevi la testimonianza del Padre, erano con te Pietro, Giacomo e Giovanni, perché, dovendo essere con te anche nell’ora del tradimen­to, grazie alla contemplazione delle tue meravi­glie non temessero di fronte ai tuoi patimen­ti… Prima della tua croce, o Signore, prendendo con te i discepoli su un alto monte, davanti a loro ti sei trasfigurato, illuminandoli con bagliori di potenza, volendo mostrare loro lo splendore della risurrezione…”. La trasfigurazione quindi vuol preparare e in qualche modo rafforzare i discepoli di fronte alla passione di Cristo, e allo stesso tempo è prefigurazione della sua risurrezione; uno dei tropari del vespro accosta ambedue i fatti salvifici, mettendo in parallelo la presenza della luce abbagliante, gli angeli, il tremore della terra di fronte al Signore trasfigurato e quindi risorto: “Prefigurando la tua risurrezione, o Cristo Dio, prendesti con te i tuoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni per salire sul Tabor. E mentre tu ti tra­sfi­guravi, o Salvatore, il monte Tabor si ricopriva di luce. I tuoi discepoli, o Verbo, si gettarono a ter­ra, non sopportando la vista della forma che non è dato contemplare. Gli angeli prestavano il loro servi­zio con timore e tremore; fremettero i cieli e la terra tremò, perché sulla terra vedevano il Signore della gloria”.
            La presenza di Mosè ed Elia nella trasfigurazione la collegano anche alla teofania divina al monte Sinai, e allo stesso tempo essi diventano testimoni della sua divino umanità: “Colui che un tempo, mediante simboli, aveva parlato con Mosè sul monte Sinai, dicendo: Io sono ‘Colui che È’, trasfiguratosi oggi sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archeti­pa del­l’im­magine. Prendendo a testimoni di una tale grazia Mosè ed Elia, li rendeva partecipi della sua gioia, mentre essi prean­nuncia­vano il suo esodo tramite la croce, e la salvifi­ca risurrezione”. Quindi troviamo tre testi veterotestamentari che sono presenti come filo conduttore dell'esegesi della festa, collegati alla figura di Mose il primo: “Colui che un tempo aveva parlato con Mosè sul monte Sinai… trasfiguratosi oggi sul monte Tabor…”; ad Elia il secondo, nella sua ascensione in 2Re 2: “Mosè il veggente ed Elia, l’auriga di fuoco, che senza bruciare ha corso i cieli, vedendoti nella nube al momento della tua trasfigurazione, hanno attestato che tu sei, o Cri­sto, l’autore della Legge e dei profeti e colui che li porta a compimento…”. A Davide il terzo nel testo del salmo 88,12-13: “Prevedendo in Spirito la tua venuta tra gli uomini, nella carne, o Figlio Unigenito, già da lungi Davi­de, padre di Dio, convocava la creazione alla festa, esclamando profe­ticamente: Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno...”. La bellezza e la gloria di Cristo trasfigurato manifestano anche la bellezza e la gloria della natura umana che viene rinnovata, redenta dal Signore della gloria: “… oggi il Signore sul monte Tabor alla presenza dei discepoli, ha mostrato come in lui la natura umana riacquistasse la bellezza archeti­pa del­l’im­magine… Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme ai tuoi discepoli, trasfiguran­doti hai reso di nuovo radiosa la natura un tempo oscu­ratasi in Adamo, facendola passare alla gloria e allo splendore della tua divinità…”.
            Il cànone del mattutino della festa, opera di san Giovanni Damasceno (VII-VIII secoli) con delle immagini bellissime avvicina ambedue le teofanie, quella veterotestamentaria sul Sinai e quella neotestamentaria sul Tabor; da notare come la roccia che sul Sinai protegge Mosè dal morire alla visione divina, nella trasfigurazione lo protegge la stessa umanità di Cristo: “Mosè, sul mare, vedendo un tempo profeticamente nella nube e nella colonna di fuoco la gloria del Signo­re, esclamava: Cantiamo al nostro Redentore e Dio… Protetto dal corpo deificato come un tempo dalla roccia, il veggente Mosè, contemplando l’invisibile, esclamava: Cantiamo al nostro Redentore e Dio… La gloria che un tempo adombrava la tenda e parlava con Mosè tuo servo, era figura della tua tra­sfigurazione… Tu che sei il Dio Verbo, sei divenuto pienamente uomo, congiungendo nella tua persona l’umanità alla pienezza della divinità…”.
            Il collegamento tra la trasfigurazione di Cristo e la sua passione, e la presenza di Mosè e di Elia porta infine l’innografo a riprendere la centralità del mistero della croce di Cristo già prefigurata nei fatti veterotestamentari: “Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso… poi lo riunì su se stesso con frastu­ono… una verga è assunta come figura del mistero perché, con la sua fioritura per la Chiesa un tempo sterile, è fiorito ora l’albero della croce… o albero beatissimo, su cui è stato steso Cristo, Re e Signore! Per te è caduto colui che con un albero aveva ingannato, è stato adescato da Dio che nella carne in te è stato confitto, e che dona la pace alle anime nostre”. 

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.