sabato 21 febbraio 2015

Prima Domenica di Quaresima, Domenica dell'Ortodossia


Domenica dell'Ortodossia

In questo giorno si fa memoria del ripristino della dignità delle sante Icone e dell'onore che ad esse deve essere dato, ossia di Venerazione. La vittoria dell'ortodossia sull'eresia iconoclasta, che negava il culto a Dio per mezzo delle immagini sacre e la possibilità dell'esistenza stessa delle immagini, avvenne nel VII Concilio Ecumenico, detto Concilio di Nicea II. In questo Concilio i Santi Padri condannarono l'iconoclastia e confermarono le condanne delle dottrine eretiche affrontate nei precedenti Concili Ecumenici, segnando la fine delle controversie teologiche e cristologiche. L'11 marzo 843 avvenne la solenne liturgia per la restaurazione del culto dell'Icona all'interno della Chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli e da allora si celebra tale festa nella prima domenica di Quaresima. "Definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini, sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l'immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione... L'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l'immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto".


Apolitikion

Τὴν ἄχραντον Εἰκόνα σου προσκυνοῦμεν Ἀγαθέ, αἰτούμενοι συγχώρησιν τῶν πταισμάτων ἡμῶν, Χριστὲὁ Θεός· βουλήσει γὰρ ηὐδόκησας σαρκὶ ἀνελθεῖν ἐν τῷΣταυρῷ, ἵνα ῥύσῃ οὓς ἔπλασας ἐκ τῆς δουλείας τοῦἐχθροῦ· ὅθεν εὐχαρίστως βοῶμέν σοι· Χαρᾶςἐπλήρωσας τὰ πάντα, ὁ Σωτὴρ ἡμῶν, παραγενόμενος εἰς τὸ σῶσαι τὸν Κόσμον.

Veneriamo la tua purissima icona, o buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, o Cristo Dio. Ti sei benignamente degnato infatti di salire volontariamente con il tuo corpo sulla Croce per liberare dalla schiavitù del nemico coloro che tu hai plasmato; pertanto con riconoscenza a te gridiamo: hai riempito di gaudio l’universo, o nostro Salvatore, venuto a salvare il mondo.

Kontakion

Τη Υπερμάχω στρατηγώ τα νικητήρια , ως λυτρωθεία των δεινών ευχαριστήρια
αναγράφω Σοι η Πόλις Σου , Θεοτόκε . Αλλ’ ως έχουσα το κράτος απροσμάχητον ,
εκ παντοίων με κινδύνων ελευθέρωσον , ίνα κράζω Σοι , Χαίρε , Νύμφη , Ανύμφευτε



A te che, qual condottiera, per me combattesti, innalzo l’inno della vittoria; a te porgo i dovuti ringraziamenti io che sono la tua città, o Madre di Dio. Tu, per la invincibile tua potenza, liberami da ogni sorta di pericoli, affinché possa a te gridare: salve, o sposa sempre vergine




giovedì 19 febbraio 2015

Il sangue dei martiri, sacramento di comunione.


Cristo e San Mina, Icona Copta del VI sec. 


La forza del Nome di Gesù
Un pomeriggio romano, facendo una passeggiata per le vie dell’Urbe, cercavo delle bancarelle di fiorai. Da sempre ho un interesse personale, quasi un amore oserei dire, verso i cactus, queste piante grasse, belle, sobrie, portate alla vita quasi ascetica tra la sabbia del deserto, piante austere anche nella loro fioritura: rari e pochissimi fiori ma di una bellezza unica. La mia ricerca romana mi portò, non tanto tempo fa, quasi per caso, a trovare un fioraio dai tratti medio orientali. Tra le spine dei cactus mi accorsi che il fioraio portava tatuata sul dorso della mano piccola crocetta e li chiesi se era cristiano. Mi disse che era copto ortodosso e, chiedendogli il nome, mi rispose: Scenute.
            In questi giorni, di fronte al martirio dei cristiani copti in Libia, con delle accorate parole papa Francesco alzava la sua voce ancora una volta per annunciare, quasi fosse una professione di fede, quell’ecumenismo del sangue: “Dicevano solamente: ‘Gesù aiutami’. Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani. Lei, fratello, nel suo discorso ha fatto riferimento a quello che succede nella terra di Gesù. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, copti, luterani non importa: sono cristiani! E il sangue è lo stesso. Il sangue testimonia Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di testimoniare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’uno con l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che sta incoraggiando l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani”.
Con il riferimento all’ecumenismo del sangue, Francesco riproponeva quel cammino dei cristiani delle diverse confessioni, non ancora attorno all’unico Pane e all’unico Calice, ma già attorno all’unico Sangue versato per Cristo, per rendere testimonianza dell’unico Signore, Gesù Cristo. E Francesco ricorda come l’unica parola uscita dalla bocca dei martiri copti è stata quel “Gesù, aiutami”; quasi una eco della preghiera del cuore, la preghiera di Gesù, di tanti e tanti cristiani che invocano l’unico Nome in cui abbiamo la salvezza. La preghiera dei martiri copti, nel momento di rendere testimonianza della loro fede, in comunione con quell’invocazione del Nome di Cristo Gesù, quella preghiera che lungo i secoli è stata ed è l’invocazione quotidiana e continua di tanti uomini e donne cristiani, monaci e monache, pellegrini, martiri che lo invocano con fede: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore”. L’invocazione del Nome che nelle labbra dei martiri copti, di tanti martiri cristiani dei nostri giorni, si riduce all’essenziale, a Colui che dà loro la forza: “Gesù, aiutami”.
            La Chiesa Copta, che dal II secolo in poi ha dato vita a una letteratura cristiana importante, a una linfa, una vita cristiana, che si esprime in quella lingua degli antichi egiziani diventata lingua cristiana, il copto, lingua di milioni di cristiani in Egitto, copti ortodossi e cattolici, che lungo i secoli fino ai nostri giorni hanno lodato il Signore. Monaci e monache, padri e madri del deserto, padri e madri dei martiri, che nel deserto asciutto dell’Egitto hanno cercato il Solo, l’Unico, nella comunione con gli uomini. Uomini e donne che lungo il Nilo hanno vissuto e vivono –fino a quando!- nella comunione con il Signore e con i fratelli. La Chiesa Copta, nata e cresciuta attorno ai monaci e agli asceti, nella scia di Antonio, Pacomio, Scenute… E nella scia di tanti martiri fino ai nostri giorni: uomini, donne, bambini, in Egitto, Libia… Uomini e donne inermi sicuramente, ma fermi unicamente nella forza del Nome di Gesù.
            Una nota di agenzia faceva i nomi dei martiri copti della Libia; c’erano dei Milad, Youssif, Kirillos, Tawadros, Giorgios, Bishoi e tanti altri fino a 21 i conosciuti. Nomi legati a dei santi martiri e vescovi della Chiesa Copta delle origini, nomi della Chiesa Copta oggi, nomi del martirologio del sangue comune a tutte le Chiese cristiane ieri ed oggi. Papa Francesco, alla fine del suo intervento a braccio, faceva di nuovo appello all’ecumenismo del sangue. I martiri come patrimonio, forza e vanto di tutti i cristiani. Leggendo i sinassari, i martirologi di tutte le Chiese cristiane ci si accorge come i santi martiri dei primi secoli cristiani sono patrimonio comune a tutte le Chiese cristiane, senza distinzione di origine e di vicende storiche diverse. Pure i nuovi martiri, dall’Iraq e la Siria fino all’Egitto e la Libia, all’Asia e all’Africa, essi, i nuovi martiri, scrivono col sangue il loro nome nel sinassario, nel martirologio di tutti coloro che invocano il Nome del Signore Gesù Cristo, vita e salvezza dei martiri.

Stamane, finito il mattutino quaresimale in Collegio Greco, sono andato a trovare il fioraio Scenute, per dirgli che condividevo con lui l’ecumenismo del sangue, con le parole di papa Francesco: “… il sangue è lo stesso. Il sangue testimonia Cristo”.

P. Manuel Nin. 


domenica 15 febbraio 2015

Domenica del perdono o dei latticini


Quest'ultima domenica prima della Grande Quaresima dei digiuni è dedicata a due temi importanti: il perdono e il ricordo della cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Il tema del perdono è sottolineato dal passo del Vangelo di Matteo che si legge nella Divina Liturgia, dove Gesù dice:
"se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe (Mt 6,14-15)".
La necesità del perdono nasce dal bisogno di essere riconciliati con Dio e con gli uomini per poter fare un vero cammino quaresimale. Infatti, frutto del peccato è la divisione mentre frutto dell'amore è la comunione. Chi cerca l'amore di Dio non può che vivere cercando la comunione con i fratelli.
Nelle ufficiature del Vespro e del Mattutino gli inni liturgici richiamano la nostra attenzione sul pianto di lamento che Adamo compie per la sua nuova condizione:
"Sedette Adamo davanti al paradiso e piangendo la propria nudità così faceva lamento: aimè, mi sono lasciato convincere e depredare da un malvagio inganno e sono stato allontanato dalla Gloria; aimè, nudo e nella semplicità e ora mancante di tutto! O Paradiso, mai più godrò delle tue delizie, mai più vedrò il Signore, mio Dio e Creatore, perché me ne andrò alla terra dalla quale sono stato tratto. Abbi misericordia, o Pietoso, e a te io grido: abbi misericordia di me che sono caduto"(doxasticon del Vespro).
La Quaresima è il periodo in cui piangiamo con Adamo ed Eva davanti al cancello chiuso del Paradiso, e con loro ci pentiamo per i peccati che ci hanno privato della comunione con Dio. Ma la Quaresima è anche un periodo in cui ci prepariamo a celebrare l'evento salvifico della morte di Gesù Cristo, che ha riaperto per noi le porte del Paradiso. Così il dolore per il nostro esilio nel peccato è temperato dalla speranza del nostro rientro in Paradiso.
La sera di questo stesso giorno, ai vespri del Lunedì, inizia la Grande Quaresima dei digiuni e l’astensione dai prodotti lattiero-caseari (l'astensione dalla carne è iniziata il lunedì precedente). Tutti i giorni della quaresima, eccetto il 25 marzo (festa dell'Annunciazione), il sabato e la domenica, sono aliturgici (non viene celebrata la Divina Liturgia); il mercoledì e il venerdì si celebra un ufficio di comunone detto dei Presantificati o Projasmena, ossia la comunione con l'Eucarestia consacrata la domenica precedente.


venerdì 6 febbraio 2015

Sabato 7 Febbraio: Commemorazione di tutti i defunti





Nella tradizione bizantina ci sono due ricorrenze principali nelle quali si commemorano i defunti: la prima è l'odierna, che cade il sabato antecedente la Domenica del Giudizio; la seconda cade il sabato precedente la Pentecoste. Ci sono altri giorni dedicati ai defunti ma hanno valore solo nelle chiese locali. In entrambe le ricorrenze la Chiesa prega per i cristiani che hanno lasciato questo mondo. Il senso di questa preghiera di intercessione a suffragio dei defunti trova la sua massima spiegazione nella liturgia, quando la comunità riunita insieme al sacerdote prega con queste parole:

Dio degli spiriti e di ogni carne, che, calpestata la morte, hai sopraffatto il demonio ed hai largito la vita al mondo, Tu, o Signore, concedi il riposo anche alle anime dei defunti tuoi servi e ponili nel luogo della luce, della letizia, del refrigerio, dove non è dolore né affanno né gemito.

Condona a loro ogni peccato commesso in parole, in opere, in pensiero, quale Dio clemente ed amico degli uomini; poiché non vi è uomo che vive e non pecchi. Tu solo, infatti, o Signore, sei senza peccato; la tua giustizia in eterno e la tua parola è verità.

Poiché tu sei la risurrezione, la vita, e il riposo dei defunti tuoi servi, o Cristo Dio nostro, e a te rendiamo gloria, assieme all’eterno tuo Padre, e al santissimo, buono e vivificante tuo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli, Amìn.





domenica 1 febbraio 2015

La festa dell’Ingresso del Signore nel tempio negli inni di Efrem il Siro




Oggi Simeone raccoglie il frutto dell’albero della vita


Efrem il Siro canta la pericope evangelica della presentazione di Gesù nel tempio di Lc 2,22ss in alcuni dei suoi inni della raccolta sulla Natività di Cristo. Ci soffermiamo in due inni di questa collezione, il XXV ed il VI. Nel primo il poeta teologo canta la Chiesa come luogo dell’adunanza dei fedeli per la celebrazione del mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio.Lungo tutto il poema Efrem mette in parallelo Maria e la Chiesa; quanto è prefigurato e profetizzato dell’una avviene anche nella vita dell’altra. Tutte le strofe del poema iniziano con la frase: “Beata sei tu, o Chiesa…”, e nelle due prime troviamo quasi una presentazione della situazione liturgico architettonico della celebrazione: “Beata sei tu, o Chiesa, poiché risuona in te la grande festa, la solennità del Re… Beate le tue porte, aperte ma non piene; i tuoi atri, spaziosi ma non sufficienti alla folla… Beata sei tu, o Chiesa, poiché nelle tue solennità i vigilanti gioiscono in mezzo alle tue feste… per tutta la notte i vigilanti danno gloria… Beati i tuoi canti, seminati, mietuti e raccolti nei granai del cielo. La tua bocca è un incensiere e i tuoi canti aromi esalanti nelle solennità”. L’accenno ai vigilanti nel contesto del vangelo di Luca è riferito ai pastori senz’altro, ma anche ai cristiani veglianti nella preghiera.
            La profezia di Is 7,14, Efrem la applica a Maria nella concezione del Verbo di Dio nel suo grembo, e anche alla Chiesa in cui avviene pienamente anche il significato salvifico del nome “Emmanuel” –Dio è con noi. Cristo concepito nel grembo di Maria, e concepito anche nel cuore della Chiesa; i fedeli in essa vengono mescolati, fatti partecipi della natura divina di Cristo: “Beata sei tu, o Chiesa: di te gioisce Isaia con la sua profezia: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà» un bimbo, il cui nome è un grande simbolo. Oh il significato svelato nella Chiesa! Due nomi mescolati che divengono uno: «Emmanuel». «El» è sempre con te, poiché ti ha mescolata alle sue membra”. Poi in diverse delle strofe Efrem continua la lettura ecclesiologica di alcune profezie veterotestamentarie. Fa inoltre un parallelo tra Betlemme e la Chiesa; la prima significa “casa del pane”, la seconda custodisce la parola, ed i sacramenti: “Beata sei tu, o Chiesa… Beati i tuoi montoni marchiati col tuo marchio, le tue pecore custodite dalla sua parola. Tu, o Chiesa, sei la perenne Betlemme, poiché in te c’è il pane della vita”. Infine le profezie di Daniele ed i salmi di Davide trovano nella Chiesa il loro compimento: “Beata sei tu, o Chiesa: ecco gioisce di te Daniele che aveva indicato che il Cristo glorioso sarebbe stato ucciso… Beata sei tu, o Chiesa: sulla propria cetra canta di te il re Davide”.
            La Chiesa ancora viene presentata come luogo e ricettacolo delle Sacre Scritture ed anche il luogo dove esse vengono interpretate: “Beata sei tu, o Chiesa… In te i profeti stanchi hanno trovato riposo… Beati i suoi libri, dispiegati nei tuoi templi, e le solennità sfavillanti nei tuoi santuari…”. Dopo le profezie dell’Antico Testamento, la Chiesa viene presentata come luogo della pienezza delle beatitudini evangeliche; Efrem ne enumera dieci, facendo un’aggregazione tra Mt 5 e Lc 6: “Beata sei tu, o Chiesa, per le dieci beatitudini, donate dal nostro Signore. Simbolo pieno: al dieci sono infatti appesi tutti i numeri, perciò le dieci beatitudini ti hanno resa perfetta… O beata, da ogni beatitudine coronata, anche su di me lancia una beatitudine!”.Betlemme e Maria, piccole ed umili, diventano abitazione e dimora del Signore per la sua incarnazione e la sua nascita: “Beata sei tu, Betlemme: fortezze e potenti città ti hanno invidiato. Maria come te l’hanno invidiata donne e vergini figlie di nobili. Beata la fanciulla degna di essere la sua abitazione, e il borgo degno di essere sua dimora. Una fanciulla indigente ed un piccolo borgo lui si è scelto per farsi umile”. E quasi senza soluzione di continuità troviamo nella strofa 13 il fulcro di tutta la cristologia di Efrem: il Figlio eterno del Padre che nasce nel tempo: “Beata sei tu, Betlemme: in te ebbe inizio il figlio che è nel Padre dall’eternità… Colui che in te si è sottomesso al tempo, è prima del tempo… In te cominciò a belare l’agnello di Dio, che in te ha saltellato e nella tua mangiatoia è stato piccolo, pur distendendosi su tutte le creature ed adorato in ogni direzione”. Nella penultima delle strofe troviamo il riferimento a Lc 2, 22ss nell’anziano Simeone, che è chiamato beato per il suo portare, offrire Cristo al Padre: “Beato il sacerdote che, nel santuario, ha offerto al Padre il figlio del Padre; frutto raccolto dal nostro albero, pur provenendo direttamente dalla divina maestà”. Efrem vede il portare da parte di Simeone del bambino Gesù come un raccogliere il frutto dall’albero, visto costui come luogo dell’umanità di Cristo. Il tempio dove Cristo entra è il tempio dal velo strappato nella crocifissione da Cristo stesso: “Nel tempio lo Spirito attendeva con ardore il suo ingresso e quando fu crocifisso uscì, strappando il velo”.
            Nell’inno VI della stessa collezione, Efrem dedica tre strofe ai due anziani, Simeone ed Anna, che ricevono Cristo nel tempio e gli cantano delle nenie che diventano, ambedue, vere e proprie confessioni di fede: “Nel tempio santo Simeone lo portava cantandogli una nenia: «Sei venuto, o clemente, tu che hai clemenza della mia vecchiaia e fai entrare le mie ossa in pace nello sheol. Grazie a te risusciterò dal sepolcro al paradiso»”. Efrem quindi presenta Anna che bacia in bocca il bambino, come Isaia fu toccato sulle labbra dal carbone ardente: “Lo abbracciò Anna e lo baciò sulle sue labbra. E lo Spirito si posò sulle sue labbra come fu con Isaia… E Anna cantò una nenia: «O figlio di condizione regale, figlio di condizione vile, in silenzio ascolti, invisibile vedi, nascosto intendi. Dio figlio d’uomo sia gloria al tuo nome»”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco

giovedì 29 gennaio 2015

30 Gennaio: I Tre Santi Gerarchi, Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Giovanni Crisostomo




La festa comune dei Tre Santi Gerarchi venne istituita intorno al 1100, durante il regno di Alessio I Comneno, a seguito di accese discussioni che si erano sollevate tra gli studiosi del tempo su quale dei tre Gerarchi della Chiesa commemorati a Gennaio, Basilio il Grande (1 Gennaio), Gregorio di Nazianzo (25 Gennaio) o Giovanni Crisostomo (27 Gennaio), fosse il più grande. Alcuni decisero per San Basilio il Grande, a causa della sua grande intelligenza e moralità austera, altri per san Giovanni Crisostomo, insuperabile per la convincente dolcezza dei suoi discorsi, e altri tennero per san Gregorio di Nazianzo, per la sua retorica elegante e la sua capacità dialettica. Inoltre, ciascuna delle parti, al fine di distinguersi dagli altri, assunse il nome del suo Santo, di conseguenza si chiamarono Basiliani, Giovanniti e Gregoriani. La tradizione vuole che per porre fine alla contesa si decise di chiedere consiglio a Giovanni, Metropolita di Eutachia. A lui apparvero in sogno i tre Santi che dissero della loro pari gloria nel Regno di Dio e chiesero l'istituzione di una festa comune per tutti e tre. Giovanni stabilì al 30 Gennaio tale ricorrenza.


Apolitikion

Τους τρεις μεγίστους φωστήρας, της Τρισηλίου Θεότητος, τους την οικουμένην ακτίσι, δογμάτων θείων πυρσεύσαντας· τους μελιρρύτους ποταμούς της σοφίας, τους την κτίσιν πάσαν θεογνωσίας νάμασι καταρδεύσαντας· Βασίλειον τον μέγα, και τον θεολόγον Γρηγόριον, συν τω κλεινώ Ιωάννη, τω την γλώτταν χρυσορρήμονι· πάντες οι των λόγων αυτών ερασταί, συνελθόντες ύμνοις τιμήσωμεν· αυτοί γαρ τη Τριάδι, υπέρ ημών αεί πρεσβεύουσιν

Quanti siamo innamorati dei loro discorsi, conveniamo tutti insieme per onorare con inni i tre sommi astri della Divinità trisolare, che con i raggi delle loro divine dottrine fanno brillare tutta la terra; i fiumi di sapienza fluenti miele che irrigano tutto il creato con i rivi della conoscenza di Dio, il grande Basilio e il teologo Gregorio, insieme all’illustre Giovanni dall’aurea eloquenza: essi sempre per noi intercedono presso la Trinità.


Inni dei Santi Tre Gerarchi



martedì 27 gennaio 2015

Gli “Inni sulla perla” di sant'Efrem il Siro.



S. Efrem il Siro
"… scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare…"
Le Chiese di tradizione siriaca e quelle di tradizione bizantina celebrano il giorno 28 gennaio la festa di sant'Efrem il Siro (+373). Si tratta di un padre della Chiesa Siriaca pienamente attuale per la vita di tutte le diverse Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo che a partire e quasi unicamente dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo adoperato da Cristo, Verbo di Dio incarnato. Riflessione teologica fatta con delle immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Sacra Scrittura. Servendosi della poesia nella forma di inni per la liturgia, Efrem dà loro un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni allo stesso tempo teologici e adatti per la recita o il canto liturgico. Attraverso questi inni, Efrem diffondeva, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa ed erano un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. In occasione della sua festa liturgica sopra indicata, presentiamo alcuni brani degli Inni di Efrem "sulla perla". Questi cinque inni fanno parte della collezione di 87 “Inni sulla fede”. Efrem, attraverso la perla, contempla i diversi aspetti del mistero di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti -specialmente il battesimo e l'eucaristia-, e del cristiano stesso. La perla è simbolo del mistero di Dio in quanto la sua forma sferica, illimitata, sfuggente ad un unico e complessivo sguardo, rimanda allo stesso mistero di Dio: "Un giorno, miei fratelli, presi una perla: vidi in essa i simboli che si riferiscono al Regno, le immagini e le figure della grandezza (divina). Divenne una fonte, dalla quale bevvi i simboli del Figlio. La posi, miei fratelli, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi ad osservarla da un lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati. Così è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, poiché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco. E, nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro. Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile". La perla è simbolo di Cristo perché essa, secondo la tradizione, sarebbe frutto dell’entrata di un raggio di luce all’interno di un’ostrica; Cristo nasce dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria: "Fu proprio lei, Maria, che vidi là, la sua pura concezione. Fu poi la Chiesa, e il Figlio nel suo seno, come la nube, che lo portò. E il simbolo del cielo, da cui rifulse una luminosità preziosa. Vidi in essa i trofei (del Figlio), delle sue vittorie e delle sue incoronazioni. Vidi i suoi mezzi di soccorso con i suoi benefici, sia quelli invisibili sia quelli visibili. Per me era più grande dell’arca, nella quale mi persi".Gli inni sulla perla di Efrem sono sicuramente i testi in cui viene messa in luce in modo più evidente l'abilità e la profondità poetica del diacono siriaco. Si tratta di inni composti per la recita o per il canto, con un’indicazione per ognuno di un versetto responsoriale e di un tono musicale, sicuramente ben conosciuto da Efrem e dal suo uditorio. Tutti gli inni di Efrem sono ricchi di riferimenti alla Sacra Scrittura, riferimenti diretti ma soprattutto allusioni che tessono tutto il testo poetico. Gli inni sulla perla nascono da una meditazione sulla Sacra Scrittura, ma anche dall’osservazione di ogni aspetto della realtà creata. Efrem accosta la nascita e formazione della perla con la nascita di Cristo; quella nasce nel seno dell’ostrica senza essere né tagliata né modellata; Cristo, generato eternamente nel seno del Padre, nasce nel seno di Maria senza essere perciò una creatura. Per Efrem ancora gli esseri celesti –gli angeli- sono creature, allo stesso modo che le altre pietre preziose vengono intagliate dalla mano dell’uomo; la perla invece prende forma da sola: "Tu di tutte le gemme sei la sola la cui origine assomiglia a quella del Verbo dell’Altissimo, che in modo unico l’Altissimo generò, mentre altre pietre intagliate assomigliano simbolicamente agli esseri del cielo". Efrem ancora paragona la perla, trapassata ed appesa in un gioiello all’orecchio e che splende nella sua bellezza, a Cristo che, trapassato dai chiodi ed appeso alla croce, splende di bellezza unica: "La tua natura assomiglia all’agnello silenzioso. Nella sua mansuetudine! Se uno la perforasse la sollevasse e l’appendesse all’orecchio, come Golgota, ancor più getterebbe tutti i suoi raggi su quelli che la contemplano… Nella tua bellezza è dipinta la bellezza del Figlio, che rivestì la sofferenza. I chiodi lo trapassarono; una punta ti ha trapassato, perché anche te perforarono, o perla, come le sue mani. E poiché soffrì, regnò, come, attraverso la tua sofferenza, accrebbe la tua bellezza. E se ti avessero risparmiato allora non ti avrebbero apprezzato, poiché solo se tu avessi sofferto, avresti regnato…". La perla che esce dal mare e viene sulla terra, è simbolo di Cristo che lascia il seno del Padre e viene ad abitare in mezzo agli uomini: "O figlia delle acque, che hai lasciato il mare nel quale eri nata, per salire sulla terra asciutta in cui sei amata. Gli uomini ti hanno avuto in gran conto, ti hanno preso e si sono adornati di te. Così è anche per il Figlio che i popoli hanno amato teneramente, di cui si sono coronati". La contemplazione del mistero di Dio suppone per Efrem l’adorazione e la contemplazione, non una ricerca fine a se stessa o un’indagine che allontani bensì che porti vicino alla verità sul mistero di Dio e dell’uomo. Dando voce alla stessa perla essa "…rispose e mi disse: “Figlia io sono del mare immenso, e più vasto di quel mare dal quale sono risalita. Grande è il tesoro di simboli, che è nel mio seno: scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare!". Con un retroterra chiaramente battesimale, Efrem mette in evidenza il fatto che, per prendere la perla, per ottenere la fede, bisogna che l'uomo si spogli e si faccia povero: "Uomini spogliati si tuffarono, estraendoti (dal mare), o perla! Non i re ti donarono per primi agli uomini, ma gli spogliati:simbolo dei poveri, dei pescatori e dei galilei. Non avrebbero potuto infatti, coi corpi vestiti, venire fino a te. Giunsero poiché si erano spogliati come bimbi appena nati; seppellirono i loro corpi e discesero fino a te: e tu sei andata loro incontro con gioia, e in loro hai cercato rifugio, tanto ti hanno amato!". Efrem ancora allude ai predicatori del vangelo che erano poveri ed avevano come unica ricchezza la predicazione della Buona Novella del Vangelo e della fede: "Diedero la buona novella di te le loro lingue, prima ancora che le pieghe dei loro abiti! I poveri pescatori le aprirono, traendo fuori e mostrando la nuova ricchezza in mezzo ai mercanti. Nella palma della mano di uomini ti posero come una medicina di vita. Gli apostoli del simbolo videro la tua risurrezione sulla riva del mare. E sulla riva del lago, gli apostoli di verità videro la risurrezione del Figlio del tuo Creatore. Con te e col tuo Signore, il mare e il lago sono stati ornati!". Gli Inni sula perla rispecchiano chiaramente la teologia di Efrem, che ha un carattere fortemente apofatico. Per Efrem il cammino verso il mistero di Dio non sono le sottili disquisizioni, bensì la rivelazione trasparente dei misteri. "E pur volendo chiedere se ha ancora altri simboli, la perla non ha bocca, perché io possa ascoltarla, e neppure orecchie, perché possa ascoltarmi. O perla, priva di sensi, presso cui ho acquisito sensi del tutto nuovi".

di Archimandrita Manel Nin o.s.b

venerdì 16 gennaio 2015

Sabato 17 Gennaio: Memoria di Sant'Antonio il Grande




Sant'Antonio il Grande è considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Egli nacque a Coma - l'attuale Qumans - nel Basso Egitto, intorno al 251 da una famiglia benestante. Rimasto orfano donò ai poveri e agli abitanti del suo villaggio tutti i suoi beni e se ne andò fuori dal paese per vivere da anacoreta, in preghiera, povertà e penitenza, al fine di superare le tentazioni e diventare uomo nuovo. Fu terribilmente tormentato dalle tentazioni e dai dubbi sulla scelta fatta e per questo, perseverando nella fede in Dio, scelse di ritirarsi in un luogo ancora più isolato, fino a giungere nel deserto della Tebaide. Dopo diversi anni di vita ascetica cominciò ad essere visitato da molte persone, che volevano diventare eremiti come lui o che chiedevano consigli o guarigioni. Così si formarono gruppi di monaci e nacquero i primi monasteri. Ebbe molti discepoli, tra cui Sant'Atanasio il Grande e Sant'Ilarione il Grande. Sant'Antonio visse oltre cento anni e, probabilmente, morì il 17 gennaio 356.

******

Ἀπολυτίκιον

Τὸν ζηλωτὴν Ἠλίαν τοῖς τρόποις μιμούμενος, τῷ Βαπτιστῇ εὐθείαις ταῖς τρίβοις ἑπόμενος, Πάτερ Ἀντώνιε, τῆς ἐρήμου γέγονας οἰκιστής, καὶ τὴν οἰκουμένην ἐστήριξας εὐχαῖς σου· διὸ πρέσβευε Χριστῷ τῶ Θεῷ, σωθῆναι τὰς ψυχὰς ἡμῶν.


Imitando con i tuoi costumi lo zelo di Elia, seguendo il Battista su retti sentieri, o Padre Antonio, sei divenuto abitante del deserto, e hai rafforzato tutta la terra con le tue preghiere. Intercedi dunque presso il Cristo Dio per la salvezza delle anime nostre.